Invictus
Out of the night that covers me,
Black as the Pit from pole to pole,
I thank whatever gods may be
For my unconquerable soul.
In the fell clutch of circumstance
I have not winced nor cried aloud.
Under the bludgeonings of chance
My head is bloody, but unbowed.
Beyond this place of wrath and tears
Looms but the Horror of the shade,
And yet the menace of the years
Finds, and shall find, me unafraid.
It matters not how strait the gate,
How charged with punishments the scroll.
I am the master of my fate:
I am the captain of my soul.
William Ernest Henley
19.3.10
15.3.10
Oggi si sente proprio aria di primavera.
Tornando da pranzo avevo addosso la giacchetta di velluto e il piumino senza maniche, entrambi sbottonati e sentivo un bel teporino piacevole di quelli che ti fanno pensare sole, mare, prati, sentieri, montagna, ossia tuto tranne l'inferno di asfalto e cemento che separa il bar sovraffollato dall'ufficio cripta.
Tornata alla postazione ovviamente mi sono imbattuta nel più grande disastro lavorativo degli ultimi mesi, giusto per non perdere il contatto con la realtà.
Tornando da pranzo avevo addosso la giacchetta di velluto e il piumino senza maniche, entrambi sbottonati e sentivo un bel teporino piacevole di quelli che ti fanno pensare sole, mare, prati, sentieri, montagna, ossia tuto tranne l'inferno di asfalto e cemento che separa il bar sovraffollato dall'ufficio cripta.
Tornata alla postazione ovviamente mi sono imbattuta nel più grande disastro lavorativo degli ultimi mesi, giusto per non perdere il contatto con la realtà.
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7.3.10
Esco prima dall'ufficio, ma schivo solo in parte il traffico in uscita da Milano.
Il navigatore mi dice la strada anche se in realtà riuscirei a trovarla fino quasi alla meta senza alcun problema, l'autoradio spara i joy division e nonostante io sia da sola al volante il viaggio passa bene.
A Devero lascio l'auto nel parcheggio sotterraneo, scarico zaino e tutti i bagagli e mi avvio su per la strada. Sono le otto e trenta, ormai è notte e il termometro della yaris segnava -7 quando ho spento il motore.
Il primo lampione della strada è semi coperto da un ramo di un albero che si muove a causa del vento rendendo il paesaggio ancora più spettrale. Ci sono solo io in tutto il paese o così sembra.
Il rifugio è effettivamente la prima casa del paese e il custode è stato tanto gentile da lasciare la luce accesa sulla soglia. Le chiavi sono effettivamente nascoste sotto lo zerbino come da indicazioni ricevute via telefono poco prima della partenza.
Quando riesco finalmente ad entrare la stufa a pellet emette un piacevole calore, il rifugio è tutto a mia disposizione e posso scegliere con calma il letto che più mi piace.
Dopo un ora e trenta i primi del resto del gruppo mi raggiungono, grazie al cielo ho delle provviste altrimenti la poesia del fuoco, della stufa, della solitudine e del silenzio sarebbe guastato dalla fame.
Ceniamo alle undici di sera a gruppo finalmente riunito e sistemato, a mezzanotte come cenerentola, sprofondo nel mio sacco a pelo e mi addormento.
Il giorno successivo la sveglia avviene in modo abbastanza naturale alle sette e trenta. Il peggioramento del clima previsto per la serata però ha anticipato e il cielo è coperto. Aspettiamo che tutti si alzino e siano pronti, ma invece di migliorare inizia a nevicare abbastanza insistentemente.
Quando stiamo finalmente uscendo di casa vengo fermata da un gruppo di persone con ciaspole al seguito che stanno cercando il noleggio, quello che mi apostrofa si ferma un istante e carramba! è D. conosciuto esattamente un mese prima durante un altra ciaspolata. Dopo baci e abbracci gli indico il noleggio e gli auguro buona gita.
I propositi bellicosi a causa delle condizioni meteo vengono presto abbandonati in favore di un più tranquillo percorso Devero - Crampiolo, i più ardimentosi fanno una capatina fino al lago e poi tutti giù in paese per una meritata polenta in paese.
Alle cinque quando finalmente mi metto in marcia per tornare a casa il tempo è decisamente migliorato. La strada non è al massimo, ma superati i primi tornanti e le gallerie poi è libera.
Sosta strategica a Crodo in latteria e poi via verso casa in compagnia del fidato ipod.
A Devero lascio l'auto nel parcheggio sotterraneo, scarico zaino e tutti i bagagli e mi avvio su per la strada. Sono le otto e trenta, ormai è notte e il termometro della yaris segnava -7 quando ho spento il motore.
Il primo lampione della strada è semi coperto da un ramo di un albero che si muove a causa del vento rendendo il paesaggio ancora più spettrale. Ci sono solo io in tutto il paese o così sembra.
Il rifugio è effettivamente la prima casa del paese e il custode è stato tanto gentile da lasciare la luce accesa sulla soglia. Le chiavi sono effettivamente nascoste sotto lo zerbino come da indicazioni ricevute via telefono poco prima della partenza.
Quando riesco finalmente ad entrare la stufa a pellet emette un piacevole calore, il rifugio è tutto a mia disposizione e posso scegliere con calma il letto che più mi piace.
Dopo un ora e trenta i primi del resto del gruppo mi raggiungono, grazie al cielo ho delle provviste altrimenti la poesia del fuoco, della stufa, della solitudine e del silenzio sarebbe guastato dalla fame.
Ceniamo alle undici di sera a gruppo finalmente riunito e sistemato, a mezzanotte come cenerentola, sprofondo nel mio sacco a pelo e mi addormento.
Il giorno successivo la sveglia avviene in modo abbastanza naturale alle sette e trenta. Il peggioramento del clima previsto per la serata però ha anticipato e il cielo è coperto. Aspettiamo che tutti si alzino e siano pronti, ma invece di migliorare inizia a nevicare abbastanza insistentemente.
Quando stiamo finalmente uscendo di casa vengo fermata da un gruppo di persone con ciaspole al seguito che stanno cercando il noleggio, quello che mi apostrofa si ferma un istante e carramba! è D. conosciuto esattamente un mese prima durante un altra ciaspolata. Dopo baci e abbracci gli indico il noleggio e gli auguro buona gita.
I propositi bellicosi a causa delle condizioni meteo vengono presto abbandonati in favore di un più tranquillo percorso Devero - Crampiolo, i più ardimentosi fanno una capatina fino al lago e poi tutti giù in paese per una meritata polenta in paese.
Alle cinque quando finalmente mi metto in marcia per tornare a casa il tempo è decisamente migliorato. La strada non è al massimo, ma superati i primi tornanti e le gallerie poi è libera.
Sosta strategica a Crodo in latteria e poi via verso casa in compagnia del fidato ipod.
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1.3.10
All'inizio dell'anno ero carica di energie e di ottimismo. Sarà stato il viaggio in Senegal, sarà che gli inizi sono sempre promettenti come un bel quaderno nuovo da inaugurare con una penna colorata.
Poi l'inverno, il brutto tempo e la mia innata tendenza al pessimismo cosmico mi hanno un po' spento e riportato al mio normale stato di scazzo quotidiano.
Che è inutile, per quante cose positive ci accadano e ci circondino, la tendenza è sempre quella a fissarsi su ciò che non si riesce a fare, su ciò che non si riesce ad avere - e quasi mai si tratta di cose materiali.
Essere zen è una condizione da ricercare, non viene affatto naturale.
Poi ci sono cose piccole come la festa del doposcuola di venerdì.
I ragazzini musulmani del doposcuola assieme alle loro mamme hanno festeggiato la nascita del profeta, con una recita e con dei canti.
Sono arrivata tardi e ho potuto ascoltare solo una canzone prima che iniziassero i festeggiamenti mangerecci.
E' stato comunque bello vedere la stanza piena di bambini, mamme e le persone del nostro gruppo che condividevano questo momento assieme.
E' stato bello vedere i lavori fatti dai bambini, il modellino della moschea in cartoncino con i quattro minareti e tutti gli omini piccoli attaccati nel cortile.
E' stato bello essere assalita dalle mamme addette al rinfresco che mi hanno chiamato a gran voce "signora signora vieni ad assaggiare i nostri dolci" e farsi mettere in una mano un piatto pieno di assaggi di dolci marocchini ed egiziani e nell'altro un bicchierino di vetro blu con i ricami oro pieno di the alla menta zuccheratissimo.
Mi ha fatto sentire che le energie che spendiamo nel nostro progetto danno dei frutti e che è vero che alle volte basta gettare un seme perchè prendano vita delle cose bellissime.
Il mondo mi è sembrato un posto più bello.
Per non smentirmi - e per smetterla con questa tirata cariadenti - comunque non poteva mancare il momento comico fantozziano.
E' stato trovarmi circondata di bambini con in mano quei bastoncini che una volta accesi sprizzano stelline e sentirmi chiedere di dare una mano ad accenderle. Accendere i bastoncini luminosi in onore del profeta con un accendino con una donna discinta in mini bikini effettivamente non ha prezzo.
Poi l'inverno, il brutto tempo e la mia innata tendenza al pessimismo cosmico mi hanno un po' spento e riportato al mio normale stato di scazzo quotidiano.
Che è inutile, per quante cose positive ci accadano e ci circondino, la tendenza è sempre quella a fissarsi su ciò che non si riesce a fare, su ciò che non si riesce ad avere - e quasi mai si tratta di cose materiali.
Essere zen è una condizione da ricercare, non viene affatto naturale.
Poi ci sono cose piccole come la festa del doposcuola di venerdì.
I ragazzini musulmani del doposcuola assieme alle loro mamme hanno festeggiato la nascita del profeta, con una recita e con dei canti.
Sono arrivata tardi e ho potuto ascoltare solo una canzone prima che iniziassero i festeggiamenti mangerecci.
E' stato comunque bello vedere la stanza piena di bambini, mamme e le persone del nostro gruppo che condividevano questo momento assieme.
E' stato bello vedere i lavori fatti dai bambini, il modellino della moschea in cartoncino con i quattro minareti e tutti gli omini piccoli attaccati nel cortile.
E' stato bello essere assalita dalle mamme addette al rinfresco che mi hanno chiamato a gran voce "signora signora vieni ad assaggiare i nostri dolci" e farsi mettere in una mano un piatto pieno di assaggi di dolci marocchini ed egiziani e nell'altro un bicchierino di vetro blu con i ricami oro pieno di the alla menta zuccheratissimo.
Mi ha fatto sentire che le energie che spendiamo nel nostro progetto danno dei frutti e che è vero che alle volte basta gettare un seme perchè prendano vita delle cose bellissime.
Il mondo mi è sembrato un posto più bello.
Per non smentirmi - e per smetterla con questa tirata cariadenti - comunque non poteva mancare il momento comico fantozziano.
E' stato trovarmi circondata di bambini con in mano quei bastoncini che una volta accesi sprizzano stelline e sentirmi chiedere di dare una mano ad accenderle. Accendere i bastoncini luminosi in onore del profeta con un accendino con una donna discinta in mini bikini effettivamente non ha prezzo.
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28.2.10
Circolo Arci all'estrema periferia dell'impero, ad un concerto.
Scena 1 - La Bibita
Il Marito va in missione bibita e torna con la mia birra ed un bicchiere contenente un liquido scuro.
Io - Cosa hai preso ?
IlM - Coca cola
Io - Coca normale?
IlM - Pura e semplice coca cola
Io - Come mai?
IlM - Mi andava la coca
Io - Ma stai male?
IlM - No
Io - Allora forse devi dirmi qualche cosa?
IlM - ...
[a mia discolpa, in cinque anni che stiamo assieme era la prima volta in assoluto che il Marito decideva di prendere una bevanda analcolica]
Scena 2 La Cantante
Il Marito perplesso commenta l'esibizione del primo gruppo, rock italiano con cantante donna.
IlM - è che lei proprio non c'entra niente con il gruppo
Io - in che senso?
IlM - boh sono perplesso, cioè capisco che vogliano giocarsi la carta bella figa, però non mi convincono
Io(un po' seccata dell'attributo rivolto ad un'altra donna) - bella figa parliamone
IlM - Beh dai rispetto al cimitero di belini che c'è di solito
Io - ah beh in quel caso
Scena 1 - La Bibita
Il Marito va in missione bibita e torna con la mia birra ed un bicchiere contenente un liquido scuro.
Io - Cosa hai preso ?
IlM - Coca cola
Io - Coca normale?
IlM - Pura e semplice coca cola
Io - Come mai?
IlM - Mi andava la coca
Io - Ma stai male?
IlM - No
Io - Allora forse devi dirmi qualche cosa?
IlM - ...
[a mia discolpa, in cinque anni che stiamo assieme era la prima volta in assoluto che il Marito decideva di prendere una bevanda analcolica]
Scena 2 La Cantante
Il Marito perplesso commenta l'esibizione del primo gruppo, rock italiano con cantante donna.
IlM - è che lei proprio non c'entra niente con il gruppo
Io - in che senso?
IlM - boh sono perplesso, cioè capisco che vogliano giocarsi la carta bella figa, però non mi convincono
Io(un po' seccata dell'attributo rivolto ad un'altra donna) - bella figa parliamone
IlM - Beh dai rispetto al cimitero di belini che c'è di solito
Io - ah beh in quel caso
19.2.10
Are you the new person drawn toward me?
To begin with take warning, I'm surely far different from what you suppose;
Do you suppose you'll find in me your ideal?
Do you think it so easy to have me become your lover?
Do you think the friendship of me would be unalloy'd satisfaction?
Do you think I'm trusty and faithful?
Do you see no futher than this facade, this smooth and tolerant manner of me?
Do you suppose yourself advancing on real ground toward a real heroic man?
Have you no thought O dreamer that it may be all maya illusion?
(Whitman)
To begin with take warning, I'm surely far different from what you suppose;
Do you suppose you'll find in me your ideal?
Do you think it so easy to have me become your lover?
Do you think the friendship of me would be unalloy'd satisfaction?
Do you think I'm trusty and faithful?
Do you see no futher than this facade, this smooth and tolerant manner of me?
Do you suppose yourself advancing on real ground toward a real heroic man?
Have you no thought O dreamer that it may be all maya illusion?
(Whitman)
18.2.10
Viaggi e avventure
Il mio amico A. a marzo andrà a fare un viaggio fotografico alle Svalbard.
Rendiamoci conto, le Svalbard, un sogno. Un viaggio fotografico, uno spettacolo.
Ovviamente l'invidia è alle stelle e qualche settimana fa ho anche seriamente pensato di fare la pazzia e aggiungermi al gruppo all'ultimo minuto.
L'unica difficoltà, a parte farsi dare le ferie che da queste parti comporta una serie di trattative che manco si trattasse di metter pace nel medioriente, era di carattere economico. Diciamo che non avevo 3000 euro che mi avanzavano e quindi ho rinunciato. Con l'idea che mi terrò il bonus ferie per andare a trovare i "miei" bambini senegalesi al prossimo viaggio.
A. comunque non manca di condividere con me i dettagli dell'organizzazione, forse perchè sono l'unica pazza, oltre ai suoi futuri compagni di viaggio, che a notizie quali si dorme in tenda in mezzo ai ghiacci, la temperatura media è zero gradi, ma spesso si arriva a -15, ciascuno dovrà guidare la sua motoslitta, invece di pensare "ma tu sei matto" dice "che figata che spettacolo come ti invidio".
Ieri mentre scambiavamo mail su questo argomento abbiamo avuto la classica carrambata stile "quanto è piccolo il mondo". La sua guida alle Svalbard è un italiano che da anni si è trasferito lì ed è il fratello di una guida alpina con cui io lo scorso anno sono andata a fare una ciaspolata. In pratica il responsabile della mia ossessione per queste isole fredde e magiche nei mari del nord.
Se proprio devo essere sincera c'è una cosa di tutto il viaggio che mi lascia un po' perplessa, la necesità delle guardie notturne anti orso fuori dalla tenda armati di lampada frontale e fucile.
Il mio amico A. a marzo andrà a fare un viaggio fotografico alle Svalbard.
Rendiamoci conto, le Svalbard, un sogno. Un viaggio fotografico, uno spettacolo.
Ovviamente l'invidia è alle stelle e qualche settimana fa ho anche seriamente pensato di fare la pazzia e aggiungermi al gruppo all'ultimo minuto.
L'unica difficoltà, a parte farsi dare le ferie che da queste parti comporta una serie di trattative che manco si trattasse di metter pace nel medioriente, era di carattere economico. Diciamo che non avevo 3000 euro che mi avanzavano e quindi ho rinunciato. Con l'idea che mi terrò il bonus ferie per andare a trovare i "miei" bambini senegalesi al prossimo viaggio.
A. comunque non manca di condividere con me i dettagli dell'organizzazione, forse perchè sono l'unica pazza, oltre ai suoi futuri compagni di viaggio, che a notizie quali si dorme in tenda in mezzo ai ghiacci, la temperatura media è zero gradi, ma spesso si arriva a -15, ciascuno dovrà guidare la sua motoslitta, invece di pensare "ma tu sei matto" dice "che figata che spettacolo come ti invidio".
Ieri mentre scambiavamo mail su questo argomento abbiamo avuto la classica carrambata stile "quanto è piccolo il mondo". La sua guida alle Svalbard è un italiano che da anni si è trasferito lì ed è il fratello di una guida alpina con cui io lo scorso anno sono andata a fare una ciaspolata. In pratica il responsabile della mia ossessione per queste isole fredde e magiche nei mari del nord.
Se proprio devo essere sincera c'è una cosa di tutto il viaggio che mi lascia un po' perplessa, la necesità delle guardie notturne anti orso fuori dalla tenda armati di lampada frontale e fucile.
16.2.10
Il blog langue, non è una novità.
E' estremamente più semplice vomitare il pensiero del momento e tramutarlo in uno status di facebook, piuttosto che scrivere qualcosa di articolato riguardo a come si sta a cosa si pensa del mondo o di un determinato avventimento.
Non ho nemmeno la costanza per trasformarlo in qualcosa d'altro, un blog di recensione di libri (e lì sarebbe veramente dura visti i ritmi lentissimi con cui procedo nella lettura della pila di libri che affolla il mio comodino) piuttosto che in un food blog o in un blog che parla di fotografia o di montagna.
Sono sempre stata la ragazza dei facili entusiasmi dei colpi di fulmine, la persona che salta di palo in frasca e questo blog è nato con questo spirito, riportare ciò che mi passa per la testa in un determinato momento, dalla scena cominca vista per strada, al commento sulla politica attuale passando per una sana padellata di affari miei. Nell'attesa di trovare il coraggio per una eutanasia definitiva, me la cavo con un post per punti.
1) Le mie fatiche montane ormai sono così sporadiche che passarla liscia diventa sempre più difficile. Dopo la bellissima due giorni ai piani di Artavaggio con il GVMI infatti ho passato una settimana prostrata da quella che devo ancora decidere se è stata una congestione o un lieve attacco dell'agguerritissimo virus gastrico che miete vittime di questi giorni.
2) Il digiuno forzato ha comunque sortito i suoi effetti, anche l'estetista ha notato che sono dimagrita e sono soddisfazioni.
3) Le visite di controllo dai medici di sesso femminile hanno sempre la pericolosa tendenza a trasformarsi in sedute di psicoanalisi e non se ne capisce la ragione.
4) Parrebbe che io abbia vinto il terzo premio in un concorso fotografico, il problema è che il giorno dell'inaugurazione ero troppo morta per andare sul posto e sul sito il mio cognome è storpiato, quante sono le probabilità che una persona col mio stesso nome, abbia un cognome con sei lettere uguali al mio di cui l'iniziale e la finale e frequenti la mia stessa scuola di fotografia? Per la legge di Murphy evito di farmi prendere da facili entusiasmi
5) L'associazione italiana donatori organi dopo 16 anni e 2 cambi residenza mi ha ritrovato e mi ha spedito a casa la nuova tessera. Allegato alla tessera la fotocopia della mia dichiarazione di adesione vergata di mio pugno con la grafia da adolescente con le lettere tutte tonde. Da un lato la tenerezza per la me stessa di 16 anni fa dall'altro la spontanea domanda: vorranno forse dirmi qualcosa?
E con questa sarò a posto almeno fino al prossimo mese, che poi tanto lontano non è.
E' estremamente più semplice vomitare il pensiero del momento e tramutarlo in uno status di facebook, piuttosto che scrivere qualcosa di articolato riguardo a come si sta a cosa si pensa del mondo o di un determinato avventimento.
Non ho nemmeno la costanza per trasformarlo in qualcosa d'altro, un blog di recensione di libri (e lì sarebbe veramente dura visti i ritmi lentissimi con cui procedo nella lettura della pila di libri che affolla il mio comodino) piuttosto che in un food blog o in un blog che parla di fotografia o di montagna.
Sono sempre stata la ragazza dei facili entusiasmi dei colpi di fulmine, la persona che salta di palo in frasca e questo blog è nato con questo spirito, riportare ciò che mi passa per la testa in un determinato momento, dalla scena cominca vista per strada, al commento sulla politica attuale passando per una sana padellata di affari miei. Nell'attesa di trovare il coraggio per una eutanasia definitiva, me la cavo con un post per punti.
1) Le mie fatiche montane ormai sono così sporadiche che passarla liscia diventa sempre più difficile. Dopo la bellissima due giorni ai piani di Artavaggio con il GVMI infatti ho passato una settimana prostrata da quella che devo ancora decidere se è stata una congestione o un lieve attacco dell'agguerritissimo virus gastrico che miete vittime di questi giorni.
2) Il digiuno forzato ha comunque sortito i suoi effetti, anche l'estetista ha notato che sono dimagrita e sono soddisfazioni.
3) Le visite di controllo dai medici di sesso femminile hanno sempre la pericolosa tendenza a trasformarsi in sedute di psicoanalisi e non se ne capisce la ragione.
4) Parrebbe che io abbia vinto il terzo premio in un concorso fotografico, il problema è che il giorno dell'inaugurazione ero troppo morta per andare sul posto e sul sito il mio cognome è storpiato, quante sono le probabilità che una persona col mio stesso nome, abbia un cognome con sei lettere uguali al mio di cui l'iniziale e la finale e frequenti la mia stessa scuola di fotografia? Per la legge di Murphy evito di farmi prendere da facili entusiasmi
5) L'associazione italiana donatori organi dopo 16 anni e 2 cambi residenza mi ha ritrovato e mi ha spedito a casa la nuova tessera. Allegato alla tessera la fotocopia della mia dichiarazione di adesione vergata di mio pugno con la grafia da adolescente con le lettere tutte tonde. Da un lato la tenerezza per la me stessa di 16 anni fa dall'altro la spontanea domanda: vorranno forse dirmi qualcosa?
E con questa sarò a posto almeno fino al prossimo mese, che poi tanto lontano non è.
1.2.10
C'è una strana coincidenza astrale per cui tutte le sere in cui sono fuori casa sia mia madre che mio padre decidono di chiamare. Molto spesso a casa c'è Andrea che li aggiorna sui miei spostamenti.
Pare che ieri sera mio padre all'apprendere che dopo il pranzo in famiglia ero ritornata a casa e poi riuscita per andare al cinema a ri-vedere Avatr abbia commentato "inarrestabile".
Probabilmente non sapeva che tra una cosa e l'altra avevo pure trovato il tempo di fermarmi all'autolavaggio per far lavare la macchina.
Alle volte mi domando se ho qualcosa che non va e se mai mi passerà questo eterno ballo di san vito.
Pare che ieri sera mio padre all'apprendere che dopo il pranzo in famiglia ero ritornata a casa e poi riuscita per andare al cinema a ri-vedere Avatr abbia commentato "inarrestabile".
Probabilmente non sapeva che tra una cosa e l'altra avevo pure trovato il tempo di fermarmi all'autolavaggio per far lavare la macchina.
Alle volte mi domando se ho qualcosa che non va e se mai mi passerà questo eterno ballo di san vito.
25.1.10
E' noto che da quando ho sposato uno scenaggiatore ho smesso di andare al cinema.
Lo scorso anno pensavo di aver fatto una gran furbata facendomi portare a vedere Mamma mia il 1 di gennaio, in base alla convinzione che quel che si fa a capodanno si fa tutto l'anno. Nulla di più falso e al cinema nel 2009 ci sono andata forse solo quella volta, se non vogliamo contare il cineforum che però avevo organizzato e proiettato io e che quindi non mi sembra che valga.
Tutto questo per dire che Revolutionary Road lo avevo sentito nominare, ma solo di sfuggita, forse alla macchinetta del caffè dalla mia collega con la figlia appassionata di cinema e che solo dopo avevo realizzato che oltre al film esisteva un libro.
Così seguendo la tradizione natalizia, l'ho messo nell'elenco dei libri che mi piacerebbe leggere che passo a mio padre ogni dicembre.
New York, anni sessanta, piena suburbia. Una strada si diparte dalla statale 12 e si inerpica per la collina. E' Revolutionary Road, una strada di ordinate casette di perfieria, costruite in serie, ciascuna col suo giardino e l'auto lucente parcheggiata nel vialetto. Al di fuori dal complesso costruito in serie con effetto Disneyano, rimane la casa dei Wheeler, un po' distanziata si distingue dalle altre oltre che per la posizione, per un aspetto originale che le dà carattere.
I Wheeler sembrano la classica famiglia modello, marito che lavora in città, la moglie che sta a casa ad accudire i due bambini ovviamente biondi ovviamente belli.
Ma i Wheeler sono irrequieti, hanno altre aspirazioni rispetto alla vita stereotipata dei sobborghi urbani. Si sentono più dotati, più intelligenti, votati ad obiettivi più alti rispetto ai vicini. Pensano di essere solo accidentalmente inciampati in una vita piatta e monotona, ma che la situazione sia solamente momentanea.
Soffocati dalla mediocrità della routine quotidiana programmano una fuga verso una vita migliore e più bohemienne in Francia dove mentre April diventerà segrataria delle nazioni unite e porterà a casa la pagnotta, Frank finalmente riuscirà a trovare la sua strada. Ricerca lasciata in sospeso dopo la laurea a causa della gravidanza inaspettata di April.
Ma i Wheeler non sono abbastanza coraggiosi, non si vogliono abbastanza bene e forse non sono abbastanza veri per potare a compimento i propri sogni e l'epilogo della storia non puo' che essere drammatico.
Yates dipinge un affresco della middle class americana spietato come un quadro di Hopper. Nessuno si salva, non April non Frank, non i Campbell vicini di casa e amici. La forma vince sempre sulla sostanza, più che una ricerca di nuovi orizzonti di una vita migliore i personaggi sembrano impegnati nell'interpretare al meglio la loro parte. L'irrequietezza si trasforma in forza distruttrice anziché propulsiva.
Un libro disturbante a tratti perché tocca un nervo scoperto nelle vite di molti noi, la paura di invecchiare, il non ritrovarsi appieno nelle scelte fatte, l'idea di essere destinati a qualcosa di più grande ed alto senza nemmeno sapere cosa questo altro sia.
Lo scorso anno pensavo di aver fatto una gran furbata facendomi portare a vedere Mamma mia il 1 di gennaio, in base alla convinzione che quel che si fa a capodanno si fa tutto l'anno. Nulla di più falso e al cinema nel 2009 ci sono andata forse solo quella volta, se non vogliamo contare il cineforum che però avevo organizzato e proiettato io e che quindi non mi sembra che valga.
Tutto questo per dire che Revolutionary Road lo avevo sentito nominare, ma solo di sfuggita, forse alla macchinetta del caffè dalla mia collega con la figlia appassionata di cinema e che solo dopo avevo realizzato che oltre al film esisteva un libro.
Così seguendo la tradizione natalizia, l'ho messo nell'elenco dei libri che mi piacerebbe leggere che passo a mio padre ogni dicembre.
New York, anni sessanta, piena suburbia. Una strada si diparte dalla statale 12 e si inerpica per la collina. E' Revolutionary Road, una strada di ordinate casette di perfieria, costruite in serie, ciascuna col suo giardino e l'auto lucente parcheggiata nel vialetto. Al di fuori dal complesso costruito in serie con effetto Disneyano, rimane la casa dei Wheeler, un po' distanziata si distingue dalle altre oltre che per la posizione, per un aspetto originale che le dà carattere.
I Wheeler sembrano la classica famiglia modello, marito che lavora in città, la moglie che sta a casa ad accudire i due bambini ovviamente biondi ovviamente belli.
Ma i Wheeler sono irrequieti, hanno altre aspirazioni rispetto alla vita stereotipata dei sobborghi urbani. Si sentono più dotati, più intelligenti, votati ad obiettivi più alti rispetto ai vicini. Pensano di essere solo accidentalmente inciampati in una vita piatta e monotona, ma che la situazione sia solamente momentanea.
Soffocati dalla mediocrità della routine quotidiana programmano una fuga verso una vita migliore e più bohemienne in Francia dove mentre April diventerà segrataria delle nazioni unite e porterà a casa la pagnotta, Frank finalmente riuscirà a trovare la sua strada. Ricerca lasciata in sospeso dopo la laurea a causa della gravidanza inaspettata di April.
Ma i Wheeler non sono abbastanza coraggiosi, non si vogliono abbastanza bene e forse non sono abbastanza veri per potare a compimento i propri sogni e l'epilogo della storia non puo' che essere drammatico.
Yates dipinge un affresco della middle class americana spietato come un quadro di Hopper. Nessuno si salva, non April non Frank, non i Campbell vicini di casa e amici. La forma vince sempre sulla sostanza, più che una ricerca di nuovi orizzonti di una vita migliore i personaggi sembrano impegnati nell'interpretare al meglio la loro parte. L'irrequietezza si trasforma in forza distruttrice anziché propulsiva.
Un libro disturbante a tratti perché tocca un nervo scoperto nelle vite di molti noi, la paura di invecchiare, il non ritrovarsi appieno nelle scelte fatte, l'idea di essere destinati a qualcosa di più grande ed alto senza nemmeno sapere cosa questo altro sia.
22.1.10
Corso di fotografia, lezione sull'utilizzo dei flash.
La classe - finalmente riunita quasi al completo - ascolta la spiegazione di S. sui flash. Integrati, esterni, lampade flash, numeri guida, potenza, raggio d'azione e sincro con la tendina.
Ogni tanto il telefono di S. squilla è il modello disperso nei meandri della città che non trova la via della scuola, nonostante ci sia stato già diverse volte.
S. ci racconta che lui e R. si sono conosciuti da diciannovenni e poi si sono persi di vista. Ai tempi R. era alto magro e allampanato, quando l'ha rivisto dopo quindici anni era diventato una montagna di muscoli. Ci raccomanda di non farlo arrabbiare che con una sola sberla è in grado di mischiarci le ossa.
Nonostante la presentazione quando finalmente il modello fa il suo ingresso, non siamo comunque pronti. Un armadio deambulante con trolley al seguito e uno spolverino di pelle di pecora, oscura la porta di ingresso. Io e P. evitiamo di guardarci per non scoppiare in risate fragorose.
R. a dispetto della stazza che incute timore e del look che lascia un poco perlessi è comunque molto disponibile e calato nel ruolo. Il trolley contiene le varie mise che si è portato dietro.
Per cominciare si presenta con un completino gessato vagamente brillante alla Al Capone indossato però in stile California Dream Man, ossia con camicia sbottonata sul petto a mostrare tatuaggio su pettorale e cravatta slacciata ciondoloni.
Il problema nel fotografarlo è che data la mole delle spalle e delle braccia, la testa inevitabilmente tende a sparire.
Col senno di poi rivedendo le foto ho capito che più che sul viso avrei dovuto concentrarmi sui pettorali.
La seconda mise adottata, un po' da gangsta rapper con canotta pantaloni della tuta e berrettino in lana calato sulla fronte probabilmente lo rappresentava meglio, peccato che il mio turno fosse passato e che nel mio portfolio adesso ci sia solo Al Capone con gli occhi da bue.
La classe - finalmente riunita quasi al completo - ascolta la spiegazione di S. sui flash. Integrati, esterni, lampade flash, numeri guida, potenza, raggio d'azione e sincro con la tendina.
Ogni tanto il telefono di S. squilla è il modello disperso nei meandri della città che non trova la via della scuola, nonostante ci sia stato già diverse volte.
S. ci racconta che lui e R. si sono conosciuti da diciannovenni e poi si sono persi di vista. Ai tempi R. era alto magro e allampanato, quando l'ha rivisto dopo quindici anni era diventato una montagna di muscoli. Ci raccomanda di non farlo arrabbiare che con una sola sberla è in grado di mischiarci le ossa.
Nonostante la presentazione quando finalmente il modello fa il suo ingresso, non siamo comunque pronti. Un armadio deambulante con trolley al seguito e uno spolverino di pelle di pecora, oscura la porta di ingresso. Io e P. evitiamo di guardarci per non scoppiare in risate fragorose.
R. a dispetto della stazza che incute timore e del look che lascia un poco perlessi è comunque molto disponibile e calato nel ruolo. Il trolley contiene le varie mise che si è portato dietro.
Per cominciare si presenta con un completino gessato vagamente brillante alla Al Capone indossato però in stile California Dream Man, ossia con camicia sbottonata sul petto a mostrare tatuaggio su pettorale e cravatta slacciata ciondoloni.
Il problema nel fotografarlo è che data la mole delle spalle e delle braccia, la testa inevitabilmente tende a sparire.
Col senno di poi rivedendo le foto ho capito che più che sul viso avrei dovuto concentrarmi sui pettorali.
La seconda mise adottata, un po' da gangsta rapper con canotta pantaloni della tuta e berrettino in lana calato sulla fronte probabilmente lo rappresentava meglio, peccato che il mio turno fosse passato e che nel mio portfolio adesso ci sia solo Al Capone con gli occhi da bue.
7.1.10
Il 2010 ha portato con sè uno stato di inspiegabile energia o forse il mio pessimismo cosmico è rimasto intrappolato nel 2009 e non è ancora riuscito a riacciuffarmi.
E' una delle rare volte in vita mia in cui guardandomi allo specchio, pensando alla mia vita non mi sminuisco, non mi arrabbio, non penso "che barba che noia".
Penso che per quanto in maniera pasticciata e poco costante, per quanto con ampli margini di miglioramento faccio un sacco di cose belle, interessanti, a tratti anche utili.
E non mi riconosco, davvero. Io eterna insoddisfatta, eterna irrequieta, eterna ipercritica nei confronti di me stessa che improvvisamente sono indulgente con le mie pecche e fiera dei miei meriti.
Non so quanto durerà, non so quanto dura sarà la (ri)caduta, ma per il momento me la godo.
E' una delle rare volte in vita mia in cui guardandomi allo specchio, pensando alla mia vita non mi sminuisco, non mi arrabbio, non penso "che barba che noia".
Penso che per quanto in maniera pasticciata e poco costante, per quanto con ampli margini di miglioramento faccio un sacco di cose belle, interessanti, a tratti anche utili.
E non mi riconosco, davvero. Io eterna insoddisfatta, eterna irrequieta, eterna ipercritica nei confronti di me stessa che improvvisamente sono indulgente con le mie pecche e fiera dei miei meriti.
Non so quanto durerà, non so quanto dura sarà la (ri)caduta, ma per il momento me la godo.
6.1.10
Steve Mc Curry
Sud Est
Palazzo della Ragione, Milano
11 novembre 2009 - 31 gennaio 2010
ingresso con riduzione feltrinelli fnac etc 6,5€
Prima di iniziare il corso di ritratto, Steve Mc Curry per me era una delle sue fotografie, la ragazzina afghana con gli occhi verde ghiaccio e il velo rosso attorno al capo.
Nella contraddizione che mi contraddistingue infatti, sebbene il mio primo insegnante di fotografia mi abbia diagnosticato una tendenza alla fotografia emozionale a colori, come spettatrice sono una fan del bianco e nero, del segno grafico ben definito, della ripartizione netta fra luci ed ombre oppure di quelle foto senza tempo in cui la grana della pellicola è percepibile e crea una atmosfera sospesa, fatata.
Non mi ero quindi mai posta il problema di sapere quali fossero le altre foto che McCurry aveva scattato, anche per una sorta di istintivo pregiudizio: troppo facile fare una bella foto in un paese straniero, con quei colori. Come se per solo il fatto di essere all'estero i condizionamenti che ci portiamo dietro automaticamente siano destinati a cadere e entrare in contatto con il prossimo diventi un gioco da ragazzi.
Io e il mio rapporto ambivalente con la foto a colori in terre straniere siamo quindi arrivati al palazzo della ragione con aspettative contraddittorie, se da un lato avevamo avuto giudizi estasiati dagli amici che l'avevano visitata, dall'altro eravamo un po' titubanti.
La prima cosa che colpisce varcata la soglia è l'allestimento delle foto e non solo per via di questi pannelli neri che vanno da pavimento a soffitto a cui sono appese e che creano una sorta di labirinto in cui perdersi piuttosto che un percorso ordinato e prestabilito, ma soprattutto per la luce.
Non sono una grande frequentarice di mostre, ma questa è in assoluto la prima mostra in cui da qualsiasi punto uno guardi una foto, sia col naso attaccato a un millimetro sia un po' discosto, la foto è perfettamente illuminata e non ci sono fastidiosi riflessi che ne disturbano la contemplazione.
La mostra è articolata in sei aree tematiche: ritratti, il silenzio e il viaggio, la guerra, la gioia, l'infanzia, la bellezza. Fra i ritratti che spaziano dalla bambina ridente sulla panchina di Roma, ad anziani monaci tibetani, la foto che mi ha colpito di più in assoluto è quella del minatore afghano. Il volto scavato dalle rughe e sporco di fuliggine, la sguardo vivo e sorridente.
Fra le foto della seconda sezione la presenza umana, per quanto minuscola al cospetto della natura e del soggetto ne è parte imprescindibile ed integrante. La mia favorita è la foto di due gigantesche navi ormeggiate praticamente sulla spiaggia e di un minuscolo essere umano con i piedi a bagno nell'acqua vicino a queste immense prue.
Le foto di guerra sono forse quelle che mi sono piaciute meno, mi sono sembrate meno coinvolgenti. Di sicuro anche quelle più crude scattate in Iraq nel 91 tipo l'uomo carbonizzato, nella loro drammaticità non sono mai crude.
Le foto sull'infanzia ci mostrano bambini spaventati, come il bambino yemenita tenuto per mano da adulti dotati di coltellacci o diventati adulti troppo presto, infanzia a mano armata. Alcuni spavaldi con le loro pistole in pugno, alcuni come il bambino peruviano armati, ma in lacrime.
Le ultime foto infine sono ritratti di ragazze, la famosa ragazzina afghana dagli occhi verde ghiaccio e altre due giovani donne. Sguardi intensi, personaggi che si trasfigurano dalla situazione contingente per diventare icone.
Ho lasciato alla mostra il mio pregiudizio per portarmi a casa un costossisimo quanto meraviglioso libro di fotografie, The Unguarded Moment.
Sud Est
Palazzo della Ragione, Milano
11 novembre 2009 - 31 gennaio 2010
ingresso con riduzione feltrinelli fnac etc 6,5€
Prima di iniziare il corso di ritratto, Steve Mc Curry per me era una delle sue fotografie, la ragazzina afghana con gli occhi verde ghiaccio e il velo rosso attorno al capo.
Nella contraddizione che mi contraddistingue infatti, sebbene il mio primo insegnante di fotografia mi abbia diagnosticato una tendenza alla fotografia emozionale a colori, come spettatrice sono una fan del bianco e nero, del segno grafico ben definito, della ripartizione netta fra luci ed ombre oppure di quelle foto senza tempo in cui la grana della pellicola è percepibile e crea una atmosfera sospesa, fatata.
Non mi ero quindi mai posta il problema di sapere quali fossero le altre foto che McCurry aveva scattato, anche per una sorta di istintivo pregiudizio: troppo facile fare una bella foto in un paese straniero, con quei colori. Come se per solo il fatto di essere all'estero i condizionamenti che ci portiamo dietro automaticamente siano destinati a cadere e entrare in contatto con il prossimo diventi un gioco da ragazzi.
Io e il mio rapporto ambivalente con la foto a colori in terre straniere siamo quindi arrivati al palazzo della ragione con aspettative contraddittorie, se da un lato avevamo avuto giudizi estasiati dagli amici che l'avevano visitata, dall'altro eravamo un po' titubanti.
La prima cosa che colpisce varcata la soglia è l'allestimento delle foto e non solo per via di questi pannelli neri che vanno da pavimento a soffitto a cui sono appese e che creano una sorta di labirinto in cui perdersi piuttosto che un percorso ordinato e prestabilito, ma soprattutto per la luce.
Non sono una grande frequentarice di mostre, ma questa è in assoluto la prima mostra in cui da qualsiasi punto uno guardi una foto, sia col naso attaccato a un millimetro sia un po' discosto, la foto è perfettamente illuminata e non ci sono fastidiosi riflessi che ne disturbano la contemplazione.
La mostra è articolata in sei aree tematiche: ritratti, il silenzio e il viaggio, la guerra, la gioia, l'infanzia, la bellezza. Fra i ritratti che spaziano dalla bambina ridente sulla panchina di Roma, ad anziani monaci tibetani, la foto che mi ha colpito di più in assoluto è quella del minatore afghano. Il volto scavato dalle rughe e sporco di fuliggine, la sguardo vivo e sorridente.
Fra le foto della seconda sezione la presenza umana, per quanto minuscola al cospetto della natura e del soggetto ne è parte imprescindibile ed integrante. La mia favorita è la foto di due gigantesche navi ormeggiate praticamente sulla spiaggia e di un minuscolo essere umano con i piedi a bagno nell'acqua vicino a queste immense prue.
Le foto di guerra sono forse quelle che mi sono piaciute meno, mi sono sembrate meno coinvolgenti. Di sicuro anche quelle più crude scattate in Iraq nel 91 tipo l'uomo carbonizzato, nella loro drammaticità non sono mai crude.
Le foto sull'infanzia ci mostrano bambini spaventati, come il bambino yemenita tenuto per mano da adulti dotati di coltellacci o diventati adulti troppo presto, infanzia a mano armata. Alcuni spavaldi con le loro pistole in pugno, alcuni come il bambino peruviano armati, ma in lacrime.
Le ultime foto infine sono ritratti di ragazze, la famosa ragazzina afghana dagli occhi verde ghiaccio e altre due giovani donne. Sguardi intensi, personaggi che si trasfigurano dalla situazione contingente per diventare icone.
Ho lasciato alla mostra il mio pregiudizio per portarmi a casa un costossisimo quanto meraviglioso libro di fotografie, The Unguarded Moment.
29.12.09
Restituiamo a questo blog la sua funzione di raccoglitore di appunti sparsi con una recenzione dulla mostra di Cartier Bresson a Palazzo Ducale.
Russia
Cartier Bresson
Palazzo Ducale
Loggia degli Abati
4 dicembre 2009 - 14 febbraio 2010
Genova
La mostra, allestita nella suggestiva loggia degli Abati di Palazzo Ducale, è composta da una quarantina di fotografie, scattate in URSS in parte negli anni cinquanta in parte negli anni settanta.
Nel suo libro "L'immaginario dal vero" HCB racconta di come nel 1954 quando gli venne finalmente accordato il visto per l'URSS richiesto otto mesi prima, rimase spiazzato e addirittura un po' spaventato, quasi che con l'attesa il desiderio di conoscere quella realtà si fosse affievolito. Non conoscendo una sola parola di russo si affidò ad un interprete a cui spiegò la sua intenzione di ritrarre la gente comune, scelta dettata anche dal desiderio di non impantanarsi in lungaggini burocratiche eccessive. Si faceva portare a spasso e si mescolava alla folla, quando qualcuno incuriosito dalla sua attrezzatura si faceva avanti e gli domadava cosa stesse facendo, pronunciava l'unica frase che aveva imparato "il compagno interprete è là" e attendeva che l'attenzione si spostasse lontano da lui prima di ricominciare il suo lavoro.
Sono principalmente immagini di persone che lavorano, manifestano, si divertono, in poche parole vivono.
Immagini in bianco e nero a tratti sgranate o lievemente fuori fuoco, fedeli alla poetica di Bresson che si fa spettatore invisibile, coglitore di attimi fuggenti. Quando si muove nella folla, la sua è quasi una danza.
Bresson sa che l'osservazione modifica lo stato di un sistema e nel suo lavoro cerca sempre di riprodurre quanto più fedelmente possibile la realtà che lo circonda. Non ama il flash e preferisce una immagine poco nitida all'irrigidimento derivante dal suo utilizzo.
La maggior parte delle foto sono state scattate a Mosca, ma la città fa solo da sfondo alla gente, la piazza rossa la si intravede solo in una immagine che ritrae cittadini comuni in coda per una visita al mausoleo di Lenin. La parata militare, con i marinai schierati in linea è solo una cornice per il volto della bambina che fra quei corspi si insinua per dare una sbirciata.
Ci sono foto poi foto scattate in Uzbekistan e in altre repubbliche, i paesaggi sono rare eccezioni e comunque sempre connotati dalla presenza umana.
Nel complesso una mostra molto interessante, peccato, per gli amanti dei libri fotografici, che il libro pubblicato nel 1973 contente la maggior parte delle foto della mostra non sia in vendita (da una breve ricerca su ebay una prima edizione viaggia come offerta base sui 100 euro).
Russia
Cartier Bresson
Palazzo Ducale
Loggia degli Abati
4 dicembre 2009 - 14 febbraio 2010
Genova
La mostra, allestita nella suggestiva loggia degli Abati di Palazzo Ducale, è composta da una quarantina di fotografie, scattate in URSS in parte negli anni cinquanta in parte negli anni settanta.
Nel suo libro "L'immaginario dal vero" HCB racconta di come nel 1954 quando gli venne finalmente accordato il visto per l'URSS richiesto otto mesi prima, rimase spiazzato e addirittura un po' spaventato, quasi che con l'attesa il desiderio di conoscere quella realtà si fosse affievolito. Non conoscendo una sola parola di russo si affidò ad un interprete a cui spiegò la sua intenzione di ritrarre la gente comune, scelta dettata anche dal desiderio di non impantanarsi in lungaggini burocratiche eccessive. Si faceva portare a spasso e si mescolava alla folla, quando qualcuno incuriosito dalla sua attrezzatura si faceva avanti e gli domadava cosa stesse facendo, pronunciava l'unica frase che aveva imparato "il compagno interprete è là" e attendeva che l'attenzione si spostasse lontano da lui prima di ricominciare il suo lavoro.
Sono principalmente immagini di persone che lavorano, manifestano, si divertono, in poche parole vivono.
Immagini in bianco e nero a tratti sgranate o lievemente fuori fuoco, fedeli alla poetica di Bresson che si fa spettatore invisibile, coglitore di attimi fuggenti. Quando si muove nella folla, la sua è quasi una danza.
Bresson sa che l'osservazione modifica lo stato di un sistema e nel suo lavoro cerca sempre di riprodurre quanto più fedelmente possibile la realtà che lo circonda. Non ama il flash e preferisce una immagine poco nitida all'irrigidimento derivante dal suo utilizzo.
La maggior parte delle foto sono state scattate a Mosca, ma la città fa solo da sfondo alla gente, la piazza rossa la si intravede solo in una immagine che ritrae cittadini comuni in coda per una visita al mausoleo di Lenin. La parata militare, con i marinai schierati in linea è solo una cornice per il volto della bambina che fra quei corspi si insinua per dare una sbirciata.
Ci sono foto poi foto scattate in Uzbekistan e in altre repubbliche, i paesaggi sono rare eccezioni e comunque sempre connotati dalla presenza umana.
Nel complesso una mostra molto interessante, peccato, per gli amanti dei libri fotografici, che il libro pubblicato nel 1973 contente la maggior parte delle foto della mostra non sia in vendita (da una breve ricerca su ebay una prima edizione viaggia come offerta base sui 100 euro).
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21.12.09
Che avesse manie di grandezza lo si poteva capire già prima di metter piede in blvd Charles de Gaulle, nel suo atelier di tre piani Shalimar.
Ulteriore conferma era un suo ritratto appeso nella sala d'aspetto fra un bassorilievo dorato di Nefertiti ed uno di un altro faraone imprecisato e il fatto che i suoi dipendenti la chiamassero semplicemente Madame.
Quando poi si è presentata sulla soglia del suo ufficio col suo abito blu a pois e lo sguardo tagliente, dicendoci "accomodatevi", abbiamo capito che non era il caso di scherzare pena esser percossi con uno dei costosi trofei che tiene sulla scrivania.
Nell'ufficio di Madame ci sono innumerevoli sue fotografie, foto di quando sfilava con i suoi abiti e foto assieme a tutti i peggiori dittatori d'Africa e le loro consorti. E' bastato darle il la perchè ingiungesse alla sua collaboratrice di estrarre dalla cassettiera l'album dei ritagli e delle fotografie.
Fra i suoi contatti sono annoverati dittatori ivoriani e congolensi, Gheddafi, stelle del tennis, Bush senior, Carlà oltre che al presidente del senegal Wade e consorte. Non le è ancora riuscito di vestire Michelle Obama, ma conta di riuscirci a breve.
Quando era giovane ha conosciuto pure Micheal Jackson anche se ci tiene a precisare che era al tempo dei Jackson Five e che quindi non era così famoso.
Nonostante Jean Claude ci dicesse che probabilmente Madame era più interessata al prestigio che ai soldi, a seguito della trattativa abbiamo capito che è ampiamente interessata ad entrambi. Il tentativo di propinarci una tassa dell'immondizia pari a quella della reggia di Versailles è stato prontamente bollato come un "errore" del suo segretario. Ha ridotto la quota della presunta tassa sventolandoci sotto il naso un documento che probabilmente faceva riferimento ad un altro edificio, ma ha voluto comunque più soldi di quelli richiesti inizialmente.
Mao aveva i pantaloni zozzi e strappati, io i pantaloni neri che dopo una settimana in Senegal erano rossicci per la sabbia. L'unico motivo per cui ci ha ammesso alla sua presenza oltre al denaro è stato il colore della nostra pelle, che per quanto sfigati e straccioni eravamo pur sempre tubab.
Di sicuro per rimarcare la sua superiorità non si è data pena di offrirci un bicchier d'acqua o di trattenere gli sbadigli in nostra presenza, il contratto comunque è stato firmato e la villa dal primo gennaio è a nostra disposizione.
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19.12.09
E così siamo agli sgoccioli, me ne sto seduta qui in terrazza e in lontananza si sente il mare.
Respiro un po' di salsedine mista a odor di vernice, che qui nella casa hanno iniziato i lavori di rinnovo per il nuovo affittuario.
Anche oggi la giornata è stata intensa, soprattutto la trattativa con la sarta di Gheddafi ha prosciugato parecchie delle enrgie di Mao ed anche delle mie che stavo lì in silenzio a fare il tifo.
La cosa più importante è che il contratto è stato firmato e che dal primo gennaio la villa sarà disponibile per esser sistemata e per trasferirci l'asilo.
Sulla trattativa e sulla sarta di gheddafi comunque ci vuole un post a parte corredato di fotografia.
Abbiamo anche trasferito la sede attuale dell'asilo nell'appartamento al piano sottostante visto che in qullo di adesso stavano per iniziare dei lavori.
Il trasloco è stato un po' senegalese, prima hanno voluto portar giù tutti i mobili poi dopo visto che mi sono armata di ramazza a qualcuno è venuto in mente che forse era meglio dare una pulita.
Dopo abbiamo incontrato un po' di persone e mi sono dovuta improvvisare tecnico informatico e installare la'ntivirus sul pc di jean simon. Il tutto seduta su di una pietra in un cortile deserto, collegata a internet con un telefono che sembrava un sirio ma con l'antenna. Miracolosamente il download è riuscito ed anche l'installazione.
Ora saluto il mare la casa e mi incammino verso il ristorante per cenare prima di andare all'aeroporto.
A bientot Senegal!
Anche oggi la giornata è stata intensa, soprattutto la trattativa con la sarta di Gheddafi ha prosciugato parecchie delle enrgie di Mao ed anche delle mie che stavo lì in silenzio a fare il tifo.
La cosa più importante è che il contratto è stato firmato e che dal primo gennaio la villa sarà disponibile per esser sistemata e per trasferirci l'asilo.
Sulla trattativa e sulla sarta di gheddafi comunque ci vuole un post a parte corredato di fotografia.
Abbiamo anche trasferito la sede attuale dell'asilo nell'appartamento al piano sottostante visto che in qullo di adesso stavano per iniziare dei lavori.
Il trasloco è stato un po' senegalese, prima hanno voluto portar giù tutti i mobili poi dopo visto che mi sono armata di ramazza a qualcuno è venuto in mente che forse era meglio dare una pulita.
Dopo abbiamo incontrato un po' di persone e mi sono dovuta improvvisare tecnico informatico e installare la'ntivirus sul pc di jean simon. Il tutto seduta su di una pietra in un cortile deserto, collegata a internet con un telefono che sembrava un sirio ma con l'antenna. Miracolosamente il download è riuscito ed anche l'installazione.
Ora saluto il mare la casa e mi incammino verso il ristorante per cenare prima di andare all'aeroporto.
A bientot Senegal!
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Senegal
18.12.09
Oggi siamo passati dall'asilo a portare i regalini da mettere sotto l'albero di Natale per i bimbi.
A chi me lo avesse detto prima che arrivassi qui avrei risposto che mi sembrava una idea del cavolo, perchè trasportare in Senegal le usanze occidentali sembra una forma di colonizzazione.
In realtà per merito oper colpa di chi non ho idea, qui si sono già occidentalizzati rispetto al Natale quindi girando si possono trovare vetrine con scritte in finta neve inneggiati ad un buon natale ed un felicve anno nuovo, i ragazzini ai bordi delle strade trafficate oltre a vendere sim della orange noccioline e quotidiani vendono babbi natali gonfiabili. E sul blvd Charles De Gaulle i cinesi vendono alberi di natale sintetici e i serpentoni luccicanti con cui agghindarli. Probabilmente bl'aspetto baraccone e colorato della ricorrenza natalizia si sposa troppo bene con il gusto kitch per la decorazione per non esserne inglobato.
Quando eravamo lì una bimbettina microscopica, uno scricciolino nero con gli occhioni grandi e le treccine si è fatta male ad un braccio. O meglio le è saltato un pezzo della medicazione che già aveva. Così mi sono improvvisata infermiera e le ho disinfettato la ferita e fatto una fasciatura. Credo sia una delle peggiori fasciature della storia, ma ci ho comunque messo il cuore nel farla.
Dopo la visita all'asilo e alla baraccopoli siamo andati di nuovo dalla sarta di gheddafi per un altro pezzo della trattativa per la casa. Si spera che domani il tutto si concluda con successo.
A pranzo siamo andati al centro culturale francese. E' uno spazio grande nel cuore di dakar con una bibliteca il cinema, la sala multimediale, il ristorante. Qui abbiamo incontrato una ragazza che lavora per il WFO (fondo mondiale per la alimentazione o qualcosa di simile). E' una tipa in gamba, che ormai sono 5 anni che gira l'Africa per lavoro. E' innamoratissima dello Zambia, mentre invece il Senegal per il momento non le ha fatto una grande impressione. Era lì con i suoi genitori venuti a trovarla per il Natale che erano in pieno sbattimento da incontro con la zozzura senegalese. Una famiglia un po' stramba ma simpatica.
POi siamo andati al sahm il centro commerciale, l'unico vero posto occidentale nel vero senso della parola in cui mi sono imbattuta in Senegal. Come siano il Meridien, il Radisson o il club med non ho idea, ma anche il residence sul mare a parcelles dove hanno alloggiato Jean e Manila, nel suo lusso era un po' sgarruppato alla senegalese. Il centro commerciale invece avrebbe potuto benissimo trovarsi in qualsiasi parte del mondo.
Il negozio di articoli sportivi dove abbiamopreso ilpallone da basket per Amadi era più ordinato e pulito di un negozio milanese. E dopo una settimana di vita sabbiosa e appiccicaticcia mi ha fatto strano entrarci.
Ora siamo in nmomento relax nell'attesa che Amadi faccia lesame e poi ci raggiunga qui a casa. E' iniziata la litania del minareto, siamo in fase lalalai inshallah a breve il muezin inviterà alla preghiera.
A chi me lo avesse detto prima che arrivassi qui avrei risposto che mi sembrava una idea del cavolo, perchè trasportare in Senegal le usanze occidentali sembra una forma di colonizzazione.
In realtà per merito oper colpa di chi non ho idea, qui si sono già occidentalizzati rispetto al Natale quindi girando si possono trovare vetrine con scritte in finta neve inneggiati ad un buon natale ed un felicve anno nuovo, i ragazzini ai bordi delle strade trafficate oltre a vendere sim della orange noccioline e quotidiani vendono babbi natali gonfiabili. E sul blvd Charles De Gaulle i cinesi vendono alberi di natale sintetici e i serpentoni luccicanti con cui agghindarli. Probabilmente bl'aspetto baraccone e colorato della ricorrenza natalizia si sposa troppo bene con il gusto kitch per la decorazione per non esserne inglobato.
Quando eravamo lì una bimbettina microscopica, uno scricciolino nero con gli occhioni grandi e le treccine si è fatta male ad un braccio. O meglio le è saltato un pezzo della medicazione che già aveva. Così mi sono improvvisata infermiera e le ho disinfettato la ferita e fatto una fasciatura. Credo sia una delle peggiori fasciature della storia, ma ci ho comunque messo il cuore nel farla.
Dopo la visita all'asilo e alla baraccopoli siamo andati di nuovo dalla sarta di gheddafi per un altro pezzo della trattativa per la casa. Si spera che domani il tutto si concluda con successo.
A pranzo siamo andati al centro culturale francese. E' uno spazio grande nel cuore di dakar con una bibliteca il cinema, la sala multimediale, il ristorante. Qui abbiamo incontrato una ragazza che lavora per il WFO (fondo mondiale per la alimentazione o qualcosa di simile). E' una tipa in gamba, che ormai sono 5 anni che gira l'Africa per lavoro. E' innamoratissima dello Zambia, mentre invece il Senegal per il momento non le ha fatto una grande impressione. Era lì con i suoi genitori venuti a trovarla per il Natale che erano in pieno sbattimento da incontro con la zozzura senegalese. Una famiglia un po' stramba ma simpatica.
POi siamo andati al sahm il centro commerciale, l'unico vero posto occidentale nel vero senso della parola in cui mi sono imbattuta in Senegal. Come siano il Meridien, il Radisson o il club med non ho idea, ma anche il residence sul mare a parcelles dove hanno alloggiato Jean e Manila, nel suo lusso era un po' sgarruppato alla senegalese. Il centro commerciale invece avrebbe potuto benissimo trovarsi in qualsiasi parte del mondo.
Il negozio di articoli sportivi dove abbiamopreso ilpallone da basket per Amadi era più ordinato e pulito di un negozio milanese. E dopo una settimana di vita sabbiosa e appiccicaticcia mi ha fatto strano entrarci.
Ora siamo in nmomento relax nell'attesa che Amadi faccia lesame e poi ci raggiunga qui a casa. E' iniziata la litania del minareto, siamo in fase lalalai inshallah a breve il muezin inviterà alla preghiera.
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17.12.09
Ieri era l'ultimo giorno del viaggio di Jean Claude e Manila. La mattina siamo andati a fare un ultimo saluto alle maestre dell'asilo e ai nanetti neri.
Sono splendidi e me li mangerei tutti di baci, sono riusciti a fotografarli tutti e spero di riuscire a sistemare le foto appena torno.
Poi siamo passati dall'ufficio della sarta di gheddafi che Mao doveva lasciar giù il passaporto (una fotocopia) per farsi garante dell'affitto della nuova sede.
Più che la sarta di Gheddafi si tratta della più grande stilista del Senegal una specie di Armani senegalese e per chiarire il suo concetto di grandeur,nella sala di aspetto del suo atelier troneggia un suo ritratto gigante appeso fra un bassorilievo dorato di nefertiti ed uno di un qualche altro faraone.
Poi siamo andati a pranzo nella punta più a ovest di tutta l'Africa. E' un posto molto suggestivo con un faro a diverse centinaia di metri dalla costa circondato dalla schiuma bianca delle onde che si infrangono sulla costa.
Ci sono anche diverse tracce din relitti affondati in zona. Un tipo che affittava gli ombrelloni ci ha raccontato che nel 1986 quaqndo era piccolo si ricorda che era affondata una nave piena di materiale da costruzione e che tutta la gente dei villaggi veniva lì alla spiaggtia per recuperare materiale da costruzione da riportarsi a casa.
Dopo pranzo c'è stato il giro al mercatino dell'artigianato in modo che Jean e Manila potessero comprare i regali di Natale. Incredibili le tattiche dei venditori per convincerti ad acquistare.
A Manila dicevano tutti voi italiani bravi, fighi, persone speciali. A me visto che la solfa non attaccava provavano con sei il primo cliente della giornata ti prego ti prego sono in bolletta.
Giornata meno intensa ma comunque stancante visto e considerato che dopo aver portato i due in partenza all'aeroporto io e Mao ci siamo ancora smazzati la questione installazione del sistema operativo sui pc. Questione brillantemente risolta al telecentre dove per la modica cifra di 15 euro ci installano xp e linux su entrambi i pc.
Sono splendidi e me li mangerei tutti di baci, sono riusciti a fotografarli tutti e spero di riuscire a sistemare le foto appena torno.
Poi siamo passati dall'ufficio della sarta di gheddafi che Mao doveva lasciar giù il passaporto (una fotocopia) per farsi garante dell'affitto della nuova sede.
Più che la sarta di Gheddafi si tratta della più grande stilista del Senegal una specie di Armani senegalese e per chiarire il suo concetto di grandeur,nella sala di aspetto del suo atelier troneggia un suo ritratto gigante appeso fra un bassorilievo dorato di nefertiti ed uno di un qualche altro faraone.
Poi siamo andati a pranzo nella punta più a ovest di tutta l'Africa. E' un posto molto suggestivo con un faro a diverse centinaia di metri dalla costa circondato dalla schiuma bianca delle onde che si infrangono sulla costa.
Ci sono anche diverse tracce din relitti affondati in zona. Un tipo che affittava gli ombrelloni ci ha raccontato che nel 1986 quaqndo era piccolo si ricorda che era affondata una nave piena di materiale da costruzione e che tutta la gente dei villaggi veniva lì alla spiaggtia per recuperare materiale da costruzione da riportarsi a casa.
Dopo pranzo c'è stato il giro al mercatino dell'artigianato in modo che Jean e Manila potessero comprare i regali di Natale. Incredibili le tattiche dei venditori per convincerti ad acquistare.
A Manila dicevano tutti voi italiani bravi, fighi, persone speciali. A me visto che la solfa non attaccava provavano con sei il primo cliente della giornata ti prego ti prego sono in bolletta.
Giornata meno intensa ma comunque stancante visto e considerato che dopo aver portato i due in partenza all'aeroporto io e Mao ci siamo ancora smazzati la questione installazione del sistema operativo sui pc. Questione brillantemente risolta al telecentre dove per la modica cifra di 15 euro ci installano xp e linux su entrambi i pc.
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16.12.09
E' notte fonda, ma muezzin permettendo domani mattina abbiamo qualche opra in più per dormire.
Stamattina io e Sofia siamo riuscite a trovare un taxi contrattare sul prezzo e farci portare all'asilo a Medina, il tutto senza grosse difficoltà.
Siamo anche riuscite a fare un lavoro con le insegnanti dell'asilo e con gli alunni. Sofia nella veste di pedagogista io in quella di traduttore che Jean Simon è sparito e non si è presentatop all'appuntamento.
La situazione era un poo' macchinosa perchè Sofia parlava in italiano e in inglese per farsi capire dalle maestre, io ritraducevo in francese alla maestra che pooi parlava in wolof ai bambini.
Con quelli più grandicelli il meccanismo ha funzionato, con i piccoli piccoli invece è stato più difficile. Tra l'altro io col mio francese elementare anzi super elementare ed arrugginito a esprimere concetti astratti avevo qualche difficoltà.
Non so come ma siamo comunque riuscite nell'intento.
Poi grazie ad Amadi che ci è venuto a raccattare, alle congiunture astrali del traffico e ai tempi senegalesi del traghetto siamo riuscite a raggiungere Mao Manila e Jean Claude all'ile de Goreé.
Pranzo e pomeriggio da turisti sull'isola e poi di nuovo a Dakar alla ricerca di una nuova casa in cui trasferire l'asilo per poterlo ampliare.
Giornata piena stancante ma ricca di soddisfazioni
9.12.09
Parigi val bene una messa. Di sicuro Parigi val bene un weekend lungo e così io e la Mamma ci siamo imbarcate su di un aereo easyjet e ci siamo dirette verso la capitale francese. Avendo provvidenzialmente discusso il giorno prima della partenza, durante la vacanza siamo incredibilmente andate d'amore e d'accordo.
E così in questo quinto viaggio nella ville Lumiere ho ripercorso le stradine di MontMatre, sceso le scale del Sacre Coeur fino a Pigalle, arrancato giù per gli Champs Elises in mezzo alla folla dei mercatini di Natale, sperimentato un ristorante indiano vegetariano nel quartiere indiano dietro la Gare du Nord.
Sono inorridita davanti alla coda al Louvre nel giorno di apertura gratuita al pubblico, ho passeggiato sul lungo Senna fino a Notre Dame, mi sono infilata nella cattedrale e ho ammirato le vetrate, ho rifatto il giro in battello lungo la Senna, ho mangiato una crepe bretone buonissima col salmone e la creme fraiche nella creperie di saint adre des artes.
Ho passeggiato per Marais fino a piazza dei vosgi e comprato un libro di fotografie in una delle mie librerie preferite Mona Lisait.
Ho cenato in un ristorante egiziano libanese con un buon cous cous di verdure.
Ho passeggiato per i giardini della Tulleries fino a Place de la Concorde, poi in place Vendome e indietro per Rue Saint Honorè fino al Louvre.
Sono entrata al Louvre gratis, perchè i dipendenti dei musei scioperano, ma quando scioperano sono comunque sul posto di lavoro per garantire l'accesso all'arte a tutti. Ho visto la Gioconda e la Vergine delle Rocce, Amore e Psiche di Canova, la venere di Milo, il codice di Hammurabi.
Sono salita sulla terrazza dei magazzini Lafayette ho mangiato i macaron di pasticceria e sono riuscita a trovare il ristorante vegetariano di cui avevo letto su internet senza sapere bene dove si trovasse.
Anche per questa volta non sono stata a Versailles, ma del resto ci sarà pure una sesta volta a Parigi.
E così in questo quinto viaggio nella ville Lumiere ho ripercorso le stradine di MontMatre, sceso le scale del Sacre Coeur fino a Pigalle, arrancato giù per gli Champs Elises in mezzo alla folla dei mercatini di Natale, sperimentato un ristorante indiano vegetariano nel quartiere indiano dietro la Gare du Nord.
Sono inorridita davanti alla coda al Louvre nel giorno di apertura gratuita al pubblico, ho passeggiato sul lungo Senna fino a Notre Dame, mi sono infilata nella cattedrale e ho ammirato le vetrate, ho rifatto il giro in battello lungo la Senna, ho mangiato una crepe bretone buonissima col salmone e la creme fraiche nella creperie di saint adre des artes.
Ho passeggiato per Marais fino a piazza dei vosgi e comprato un libro di fotografie in una delle mie librerie preferite Mona Lisait.
Ho cenato in un ristorante egiziano libanese con un buon cous cous di verdure.
Ho passeggiato per i giardini della Tulleries fino a Place de la Concorde, poi in place Vendome e indietro per Rue Saint Honorè fino al Louvre.
Sono entrata al Louvre gratis, perchè i dipendenti dei musei scioperano, ma quando scioperano sono comunque sul posto di lavoro per garantire l'accesso all'arte a tutti. Ho visto la Gioconda e la Vergine delle Rocce, Amore e Psiche di Canova, la venere di Milo, il codice di Hammurabi.
Sono salita sulla terrazza dei magazzini Lafayette ho mangiato i macaron di pasticceria e sono riuscita a trovare il ristorante vegetariano di cui avevo letto su internet senza sapere bene dove si trovasse.
Anche per questa volta non sono stata a Versailles, ma del resto ci sarà pure una sesta volta a Parigi.
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