Già tocca alzarsi alle 2.45 e si viene tirati fuori da un sogno un poco angosciante tipo spy story di cui non si conoscerà mai il finale.
In seguito si constata che un qualche vicino di casa sta rientrando mentre noi si è sul punto di uscire per andare a lavorare e ci ha appena fregato l'ascensore.
All'ingresso dell'ufficio un vigilante allergico alle nuove tecnologie non riesce a trovare il nome sull'elenco delle persone che hanno il permesso di accedere, non capisce il nome del referente e si viene guardati sospettosamente, come se ci fosse qualcuno che potrebbe aver voglia di infilarsi abusivamente in un ufficio la notte fra sabato e domenica.
Infine ancora in trance, ci si infila nella sala indicataci dal proprio capo per poi scoprire che era tutto un depistaggio e la sala in cui dovevamo essere era quella di fronte.
Per coronare il tutto si prende un caffè macchiato alla macchinetta, rovinandosi stomaco e palato.
16.9.07
14.9.07
La prima volta che ci ho fatto caso, ho pensato fossero il macabro resto di un incidente pauroso. Quella scarpa al bordo dell'autostrada la immaginavo caduta dal piede di qualcuno sbalzato fuori dall'auto in un tamponamento a catena.
La seconda volta ho pensato "di nuovo?".
La terza ho pensato che fosse venuta la moda di viaggiare coi piedi fuori dal finestrino e che questi fossero gli inconvenienti della refrigerazione forzata degli alluci.
La quarta volta ero in macchina con qualcuno che mi ha messo a parte di una leggenda metropolitana in cui erano coinvolti autisti di tir e sandali attaccati ai rimorchi come segnaletica di non ricordo che cosa.
La quinta non ero in austostrada, ma su di una statale e poco dopo aver individuato un paio di sandali abbandonati al bordo della strada avevo visto un uomo camminare scalzo in direzione degli stessi. Non che la cosa di per sè fosse normale, però mi pareva più rassicurante.
Il massimo dello sbigottimento è stato ritrovare due paia di scarpe, uno da donna ed uno da bambina vicino ad un attraversamento pedonale, che va bene perdere una scarpa, ma quattro mi pareva esagerato.
Stamattina unaltro sandalo spaiato ha attraversato il mio cammino.
Qualcuno ha una spiegazione valida per questo fenomeno?
Cosa sono, segnali in codice della loggi@ dei fetici§ti dei piedi?
La seconda volta ho pensato "di nuovo?".
La terza ho pensato che fosse venuta la moda di viaggiare coi piedi fuori dal finestrino e che questi fossero gli inconvenienti della refrigerazione forzata degli alluci.
La quarta volta ero in macchina con qualcuno che mi ha messo a parte di una leggenda metropolitana in cui erano coinvolti autisti di tir e sandali attaccati ai rimorchi come segnaletica di non ricordo che cosa.
La quinta non ero in austostrada, ma su di una statale e poco dopo aver individuato un paio di sandali abbandonati al bordo della strada avevo visto un uomo camminare scalzo in direzione degli stessi. Non che la cosa di per sè fosse normale, però mi pareva più rassicurante.
Il massimo dello sbigottimento è stato ritrovare due paia di scarpe, uno da donna ed uno da bambina vicino ad un attraversamento pedonale, che va bene perdere una scarpa, ma quattro mi pareva esagerato.
Stamattina unaltro sandalo spaiato ha attraversato il mio cammino.
Qualcuno ha una spiegazione valida per questo fenomeno?
Cosa sono, segnali in codice della loggi@ dei fetici§ti dei piedi?
13.9.07
Settembre è il mese degli inizi. Ieri quando l’insegnante di inglese con cui mi sono accordata per delle lezioni private si è raccomandata di portare un quaderno nuovo e un raccoglitore con delle buste di plastica in cui inserire le fotocopie, ho provato la stessa sensazione di quando la maestra il primo giorno di scuola ci faceva l’elenco della cancelleria necessaria nei giorni a venire.
Quest’anno sto facendo piccoli cambiamenti alla routine con cui ho accompagnato le mie giornate invernali negli anni passati.
Abbandonerò una delle lezioni di danza, la mia preferita. Le atmosfere cambiano, i gruppi si sciolgono e per una volta ho preso una decisione basata più sull’economia che sul cuore.
Mi salasserò con lezioni private di inglese nell’ottica di prendere una certificazione.
Mi dedicherò con maggiore costanza a un paio di passatempi che non dispero in un futuro di poter trasformare in attività più concrete.
L’altra sera, in quest’ottica di cambiamento e scoperta, ho sperimentato un corso di cucina, in una rinomata scuola milanese. Porta a vetri scorrevole, parquet scuro a listelli sottili, faretti e poltroncine nell’ingresso. La cucina tirata a lucido, enorme, con elettrodomestici di ultima generazione. Un bancone in acciaio, quattro fuochi e un lavandino, da un lato il cuoco dall’altro quattro allievi, ciascuno appollaiato su di uno sgabello, dispense alla mano e tagliere a disposizione per lavori di manovalanza.
La serata scorre veloce sperimentando diverse ricette e scoprendo piccoli trucchi per migliorare la qualità e l’aspetto dei piatti. Sorpresa delle sorprese infine le pietanze vengono offerte agli studenti ingolositi assieme ad una bottiglia di vino bianco.
Quest’anno sto facendo piccoli cambiamenti alla routine con cui ho accompagnato le mie giornate invernali negli anni passati.
Abbandonerò una delle lezioni di danza, la mia preferita. Le atmosfere cambiano, i gruppi si sciolgono e per una volta ho preso una decisione basata più sull’economia che sul cuore.
Mi salasserò con lezioni private di inglese nell’ottica di prendere una certificazione.
Mi dedicherò con maggiore costanza a un paio di passatempi che non dispero in un futuro di poter trasformare in attività più concrete.
L’altra sera, in quest’ottica di cambiamento e scoperta, ho sperimentato un corso di cucina, in una rinomata scuola milanese. Porta a vetri scorrevole, parquet scuro a listelli sottili, faretti e poltroncine nell’ingresso. La cucina tirata a lucido, enorme, con elettrodomestici di ultima generazione. Un bancone in acciaio, quattro fuochi e un lavandino, da un lato il cuoco dall’altro quattro allievi, ciascuno appollaiato su di uno sgabello, dispense alla mano e tagliere a disposizione per lavori di manovalanza.
La serata scorre veloce sperimentando diverse ricette e scoprendo piccoli trucchi per migliorare la qualità e l’aspetto dei piatti. Sorpresa delle sorprese infine le pietanze vengono offerte agli studenti ingolositi assieme ad una bottiglia di vino bianco.
10.9.07
Ieri mentre cercavo affannosamente la patente nel portafoglio senza peraltro trovarla, mi sono detta che sicuramente rifarla sarebbe stata una menata, ma che avrei avuto l'indubbio vantaggio di avere una foto decente invece di quell'orrore in cui sembro una professoressa alle soglie della pensione.
Mia madre mi faceva notare che se la foto era brutta di sicuro la patente sarebbe saltata fuori e così in effetti è stato.
La patente giaceva nel portafoglio vecchio che avevo pensionato a fine luglio in favore di uno più estivo: rendersi conto di aver girato un mese e mezzo senza patente e non esser mai stati fermati non ha prezzo.
Mia madre mi faceva notare che se la foto era brutta di sicuro la patente sarebbe saltata fuori e così in effetti è stato.
La patente giaceva nel portafoglio vecchio che avevo pensionato a fine luglio in favore di uno più estivo: rendersi conto di aver girato un mese e mezzo senza patente e non esser mai stati fermati non ha prezzo.
9.9.07
Mai fare progetti sull'ultimo bagno della stagione, dopo un sabato di sole intenso passato a fare il carpentiere, la mia mezza giornata al mare stamattina non ha brillato in quanto a condizioni meteo.
Vestita ed avvoltolata nel mio asciugamano ho atteso infreddolita che venisse l'ora di prendere il treno per tornare a casa. Inutile dire che 5 minuti prima del rientro le nubi si sono finalmente dissolte lasciando spazio ad una bellissima giornata di sole.
Mi sa che quello di due settimane fa si potrà fregiare del titolo di ultimo bagno della stagione. A meno che le alluvioni del ponente decidano di aspttare fino ad ottobre e il 22 io riesca a pucciarmi in mare, ma ne dubito.
Vestita ed avvoltolata nel mio asciugamano ho atteso infreddolita che venisse l'ora di prendere il treno per tornare a casa. Inutile dire che 5 minuti prima del rientro le nubi si sono finalmente dissolte lasciando spazio ad una bellissima giornata di sole.
Mi sa che quello di due settimane fa si potrà fregiare del titolo di ultimo bagno della stagione. A meno che le alluvioni del ponente decidano di aspttare fino ad ottobre e il 22 io riesca a pucciarmi in mare, ma ne dubito.
8.9.07
Sono ancora viva, anche se non so per quanto ancora, visto che fra carteggiamenti di porte e spupazzamenti del felino di famiglia i miei bronchi hanno deciso di proclamare sciopero e sono sull'orlo della crisi asmatica.
La settimana è passata piuttosto rapidamente, grazie anche alle ripetizioni al ragazzino. Non che cercare di spiegare la logica di un sistema che si avvia ad essere un mostro a sette teste sia esattamente avvincente, ma il cambiamento di ufficio, le facce nuove, la possibilità di blaterare mentre qualcuno ascolta con attenzione sono un ottimo modo per acorciare la noiosa routine dei pomeriggi.
Domani, se tutto va bene, ultimo bagno della stagione e poi rientro a Milano.
La settimana che mi aspetta è ricca di piacevli novità, quali un corso di cucina e la prima lezione di inglese e dentro di me scatta l'entusiasmo da primo giorno di scuola, quaderni immacolati e penne nuove nell'astuccio.
La settimana è passata piuttosto rapidamente, grazie anche alle ripetizioni al ragazzino. Non che cercare di spiegare la logica di un sistema che si avvia ad essere un mostro a sette teste sia esattamente avvincente, ma il cambiamento di ufficio, le facce nuove, la possibilità di blaterare mentre qualcuno ascolta con attenzione sono un ottimo modo per acorciare la noiosa routine dei pomeriggi.
Domani, se tutto va bene, ultimo bagno della stagione e poi rientro a Milano.
La settimana che mi aspetta è ricca di piacevli novità, quali un corso di cucina e la prima lezione di inglese e dentro di me scatta l'entusiasmo da primo giorno di scuola, quaderni immacolati e penne nuove nell'astuccio.
3.9.07
La passeggiata di sabato sui monti del comasco non bastava a giustificare il piatto di polenta uncia con salamella assaporato in baita.
Il paesaggio dalla cima del monte Boletto era bello come mi aspettavo, col lago blu intenso incastonato fra le pareti verdi delle montagne.
Nonostante la facilità della gita, una giornata all'aria aperta mi ha regalato il sonno dei giusti, tanto che, se avevo una vaga idea di bissare il giro sui monti la domenica, questa è evaporata quando aprendo gli occhi la mattina mi sono resa conto che erano le dieci passate.
Così la domenica è passata pigramente svolgendo qualche faccenda casalinga,guardando una puntata dell'ispettore Barnaby, finendo di leggere Harry Potter and the Half Blood Prince e cucinando per la terza volta in pochi giorni i grissini, nonchè divorandoli voracemente.
Ed è già lunedì. La sfiga correlata ad aver rovesciato un chilo di sale per terra a causa del triplo carpiato compiuto dal barattolo da me accidentalmente urtato venerdì sera sta cominciando a materializzarsi. Stamattina ho accidentalmente urtato il barattolo della crema contorno occhi che si è frantumato nel lavandino del bagno rendendo impossibile qualsiasi azione di recupero.
27.8.07
Stasera finalmente sono riuscita a veder finire il film interrotto mercoledì scorso dall'incendio del tombino.
Il film in questione era Il vento fa il suo giro di Giorgio Diritti, fil a mio giudizio molto bello e da vedere.
Qui il sito, per farsene una idea.
Il film in questione era Il vento fa il suo giro di Giorgio Diritti, fil a mio giudizio molto bello e da vedere.
Qui il sito, per farsene una idea.
24.8.07
Mi rendo conto che il mio encefalogramma a sera scorre piatto, ma ultimamente prima di cena la mia attenzione si calamita su quella che fino a ieri avevo definito la telenovela tirolese, che oggi, dopo essermi informata so essere, invece, una telenovela bavarese.
Non ho ancora capito molto che, dati gli orari, riesco a vederne al più dieci minuti a volta, salvo che c'è il proprietario dell'albergo che mette incinta le sue dipendenti. La storia e la verve sono quelle che sono, ma caspita gli esterni sui monti e sulle vallate sono una vera meraviglia.
Non ho ancora capito molto che, dati gli orari, riesco a vederne al più dieci minuti a volta, salvo che c'è il proprietario dell'albergo che mette incinta le sue dipendenti. La storia e la verve sono quelle che sono, ma caspita gli esterni sui monti e sulle vallate sono una vera meraviglia.
23.8.07
Essendo ancora in vacanza da me stessa e dalla miriade di impegni di cui saturo le mie giornate invernali, ieri sera ho accettato di buon grado la proposta di A. di andare al cinema.
I capricci che la chiusura centralizzata della macchina aveva fatto durante tutta la giornata dovevano forse mettermi in guardia sugli sviluppi della serata. Neanche il diluvio universale che si è abbattuto quando sono uscita di casa mi ha inculcato il seme del dubbio. O il dover camminare sotto la pioggia con le scarpe che progressivamente si riempivano d'acqua alla ricerca di un bar aperto per mangiare un panino pre cinema.
Il cinema non era deserto come si sarebbe potuto immaginare e il film nonostante le apparenze lo facessero sembrare un po' pesante si è rivelato bellissimo. Peccato che a mezz'ora dalla fine la pellicola sia saltata e si siano accese le luci. Pensavamo fosse un piccolo incidente da cineclub, ma improvvisamente un poltergeist ha preso possesso del cinema: le luci si accendevano a turno, prima quelle principali poi quelle soffuse, gli altoparlanti mandavano strani brusii e le lucette verdi delle uscite di sicurezza lampeggiavano ad intermittenza.
Il cassiere è venuto ad avvertirci che c'era un guasto nella via e che con il generatore di emergenza non si riusciva a proseguire la proiezione, ci ha consigliato di aspettare per vedere se lo risolvevano.
Io e A. abbiamo deciso di sgranchirci un po' le gambe e mentre A. si aggirava nell'atrio io ho messo fuori il naso per vedere se pioveva ancora. Invece della pioggia ho visto a pochi metri dal cinema, ma soprattutto a pochi metri dalle nostre auto parcheggiate, un tombino che mandava fiammate e gente dei palazzi circostanti che scendeva in strada.
Recuperata A. abbiamo deciso che forse era il caso di mettere le auto in salvo, ma proprio mentre le raggiungevamo, un'auto della polizia è arriva sgommando e un poliziotto è sceso ad urlarci di allontanarci dalla zona.
In pochi minuti sono arrivati vigili del fuoco (2 camion), aem elettricità, aem gas, vigili, croce verde ed hanno cintato la scena del crimine con le nostre macchine all'interno.
Nel colmo della fantozzianità della situazione una lieve pioggia ha iniziato a cadere , inutile dire che gli ombrelli erano rimasti dentro il cinema e che noi misere tapine non abbiamo potuto far altro che metterci sotto il balcone di un palazzo e seguire le manovre di spengimento dell'incendio.
Grazie al cielo dopo un'ora e mezza le operazioni si sono concluse con successo e i vigili del fuoco impietositi hanno deciso di farci recuperare le auto consentendoci di tornare a casa. Peccato che io non sappia che fine hanno fatto le capre del berger Philippe.
I capricci che la chiusura centralizzata della macchina aveva fatto durante tutta la giornata dovevano forse mettermi in guardia sugli sviluppi della serata. Neanche il diluvio universale che si è abbattuto quando sono uscita di casa mi ha inculcato il seme del dubbio. O il dover camminare sotto la pioggia con le scarpe che progressivamente si riempivano d'acqua alla ricerca di un bar aperto per mangiare un panino pre cinema.
Il cinema non era deserto come si sarebbe potuto immaginare e il film nonostante le apparenze lo facessero sembrare un po' pesante si è rivelato bellissimo. Peccato che a mezz'ora dalla fine la pellicola sia saltata e si siano accese le luci. Pensavamo fosse un piccolo incidente da cineclub, ma improvvisamente un poltergeist ha preso possesso del cinema: le luci si accendevano a turno, prima quelle principali poi quelle soffuse, gli altoparlanti mandavano strani brusii e le lucette verdi delle uscite di sicurezza lampeggiavano ad intermittenza.
Il cassiere è venuto ad avvertirci che c'era un guasto nella via e che con il generatore di emergenza non si riusciva a proseguire la proiezione, ci ha consigliato di aspettare per vedere se lo risolvevano.
Io e A. abbiamo deciso di sgranchirci un po' le gambe e mentre A. si aggirava nell'atrio io ho messo fuori il naso per vedere se pioveva ancora. Invece della pioggia ho visto a pochi metri dal cinema, ma soprattutto a pochi metri dalle nostre auto parcheggiate, un tombino che mandava fiammate e gente dei palazzi circostanti che scendeva in strada.
Recuperata A. abbiamo deciso che forse era il caso di mettere le auto in salvo, ma proprio mentre le raggiungevamo, un'auto della polizia è arriva sgommando e un poliziotto è sceso ad urlarci di allontanarci dalla zona.
In pochi minuti sono arrivati vigili del fuoco (2 camion), aem elettricità, aem gas, vigili, croce verde ed hanno cintato la scena del crimine con le nostre macchine all'interno.
Nel colmo della fantozzianità della situazione una lieve pioggia ha iniziato a cadere , inutile dire che gli ombrelli erano rimasti dentro il cinema e che noi misere tapine non abbiamo potuto far altro che metterci sotto il balcone di un palazzo e seguire le manovre di spengimento dell'incendio.
Grazie al cielo dopo un'ora e mezza le operazioni si sono concluse con successo e i vigili del fuoco impietositi hanno deciso di farci recuperare le auto consentendoci di tornare a casa. Peccato che io non sappia che fine hanno fatto le capre del berger Philippe.
20.8.07
Venerdì sera per festeggiare l'ultima serata a Genova prima del rientro ce ne siamo andati a cena al Porto Antico. Dopo una breve indecisione abbiamo optato per un nuovo locale che produce birra artigianale e cucina dalla pizza ai piatti tipici.
Vista la stagione abbiamo optato per i tavoli all'aperto con vista sui super yacht.
Su uno dei panfili un tizio si dedicava alla ginnastica su di un aggeggio infernale stile elliptical o step. Concedendogli il beneficio del dubbio che quello fosse l'unico posto su tutta la barca in cui c'era spazio per l'attrezzo, non potevo fare a meno di notare quanto ridicoli fossero i suoi sforzi ginnici mentre lui col cappello in testa e gli occhiali sul naso infilava una telefonata dietro l'altra col cellulare.
Il Marito sentenziava senza appello che costui era un Pirla.
Arrivati al dolce il tizio smetteva la sua pantomina per poi scendere a terra con una compagnia alquanto eterogenea, una cinesina scosciata, un tizio che sembrava un narcotrafficante colombiano ed un' altra donna, la più normale o fose solo anonima.
La mattina successiva sfogliando la cronaca cittadina abbiamo scoperto che il Pirla in questione altri non era che Nicolas Cage in trasferta a Genova. Al che ci siam detti che era doppiamente sfigato, nonostante i suoi sforzi per apparire, a parte qualche sguardo distratto dagli avventori del locale, nessuna folla oceanica gremiva il suo yacht.
Vista la stagione abbiamo optato per i tavoli all'aperto con vista sui super yacht.
Su uno dei panfili un tizio si dedicava alla ginnastica su di un aggeggio infernale stile elliptical o step. Concedendogli il beneficio del dubbio che quello fosse l'unico posto su tutta la barca in cui c'era spazio per l'attrezzo, non potevo fare a meno di notare quanto ridicoli fossero i suoi sforzi ginnici mentre lui col cappello in testa e gli occhiali sul naso infilava una telefonata dietro l'altra col cellulare.
Il Marito sentenziava senza appello che costui era un Pirla.
Arrivati al dolce il tizio smetteva la sua pantomina per poi scendere a terra con una compagnia alquanto eterogenea, una cinesina scosciata, un tizio che sembrava un narcotrafficante colombiano ed un' altra donna, la più normale o fose solo anonima.
La mattina successiva sfogliando la cronaca cittadina abbiamo scoperto che il Pirla in questione altri non era che Nicolas Cage in trasferta a Genova. Al che ci siam detti che era doppiamente sfigato, nonostante i suoi sforzi per apparire, a parte qualche sguardo distratto dagli avventori del locale, nessuna folla oceanica gremiva il suo yacht.
19.8.07
Berlino parte IV
Avvertenza: questo post non supporta l’uso della dieresi, portate pazienza.
L’ultima mezza giornata decidiamo di passarla a Kreuzberg, l’idea è di visitare qualche libreria e negozio di dischi per poi dirigersi all’ora di pranzo sul canale dove ha lugo il TurkenMarkt, il mecato della comunità turca. Purtroppo a Kreuzberg la gente tira tardi la sera ed i negozi aprono alle 11. Noi arrivando alle dieci siamo troppo mattinieri, ci aggiriamo per una mezz’ora fra le vie sporche e desolantemente deserte, poi io mi scoccio e trascino il marito nuovamente ad Hackescher Markt per una visita diurna. Qui c’è un complesso (interamente ristrutturato o meglio ricostruito dopo la guerra) di diversi palazzi che si affacciano su otto cortili collegati gli uni agli altri. In ogni cortile ci sono negozi di vestiti, borse, librerie, gioielli,scarpe e innumerevoli caffè. C’è anche il neozio dedicato all’AmpfelMan , l’omino del semaforo pedonale. Il quartiere ebraico risulta come sempre una zona molto piacevole in cui passeggiare (adoro anche quello di Parigi) e così arriva l’ora di pranzo e presi da pigrizia decidiamo di fermarci a mangiare in zona piuttosto che lanciarci nuovamente sulla metro per raggiungere il mercato turco. Finalmente a fine vacanza provo una specialità berlinese il currywurst, buono, ma lievemente indigesto. Dopo non ci resta che andare all’aeroporto. Fortunatamente al rientro l’aereo è puntuale, anche se il terminal 2 di Malpensa quando atterriamo sembra un girone dantesco.
Avvertenza: questo post non supporta l’uso della dieresi, portate pazienza.
L’ultima mezza giornata decidiamo di passarla a Kreuzberg, l’idea è di visitare qualche libreria e negozio di dischi per poi dirigersi all’ora di pranzo sul canale dove ha lugo il TurkenMarkt, il mecato della comunità turca. Purtroppo a Kreuzberg la gente tira tardi la sera ed i negozi aprono alle 11. Noi arrivando alle dieci siamo troppo mattinieri, ci aggiriamo per una mezz’ora fra le vie sporche e desolantemente deserte, poi io mi scoccio e trascino il marito nuovamente ad Hackescher Markt per una visita diurna. Qui c’è un complesso (interamente ristrutturato o meglio ricostruito dopo la guerra) di diversi palazzi che si affacciano su otto cortili collegati gli uni agli altri. In ogni cortile ci sono negozi di vestiti, borse, librerie, gioielli,scarpe e innumerevoli caffè. C’è anche il neozio dedicato all’AmpfelMan , l’omino del semaforo pedonale. Il quartiere ebraico risulta come sempre una zona molto piacevole in cui passeggiare (adoro anche quello di Parigi) e così arriva l’ora di pranzo e presi da pigrizia decidiamo di fermarci a mangiare in zona piuttosto che lanciarci nuovamente sulla metro per raggiungere il mercato turco. Finalmente a fine vacanza provo una specialità berlinese il currywurst, buono, ma lievemente indigesto. Dopo non ci resta che andare all’aeroporto. Fortunatamente al rientro l’aereo è puntuale, anche se il terminal 2 di Malpensa quando atterriamo sembra un girone dantesco.
Berlino parte III
Avvertenza: questo post non supporta l’uso della dieresi, portate pazienza.
La stanchezza aumenta in maniera esponenziale ogni giorno che passa, così il terzo giorno decidiamo di iniziare in maniera soft con un giro in barca sulla Sprea.
Rispetto al giro sulla Senna, in cui una zelantissima guida si era prodigata di spiegazioni, questa gita, con il commento audio preregistrato è stata meno interessante, visto e considerato che i commenti in inglese erano alquanto lapidari rispetto a quelli in tedesco.
Il percorso inizia all’incrocio di Friedrich strasse con la Sprea, si dirige prima ad est, verso l’isola dei musei, la Berliner Dom, il quartiere di San Nicola , fino alle chiuse, poi si inverte di rotta ritornando sui propri passi e ci si spinge fino al Reichstag e al quartiere modernissimo degli edifici governativi, alla stazione ferroviaria centrale, elegantissima in vetro e acciaio fino ad arrivare alle propaggini del parco di Tiergarten e a vedere sulla distanza il monumento alla vittoria (Siegessaule)... Si ritona infine al punto di partenza dopo circa un’oretta di navigazione (8 € a cranio compagnia Rederei).
Di lì scendiamo lungo la Friedrich strasse prima a visitare la piazza del Gerdammenmarkt con le due chiese barocche gemelle, la francese ugonotta e la tedesca che si frontaggiano ai due lati della piazza, mentre nel mezzo sorge una sala da concerto in s tile neoclassico.
Poi arriviamo al CheckPoint Charlie dove a ricordare il famoso punto di passaggio resta un casotto, il famosissimo cartello “You’re leaving the american sector” e un tizio in unifrome militare che regge una bandiera rossa sullo sfondo di sacchi di sabbia, ad uso e consumo dei turisti che intendono fotografarlo. C’è anche il museo che però non visitiamo in quanto iper caro ed iperaffollato e a detta della guida, alquanto deludente.
Seguendo la traccia in porfido lungo la strada che rimane a simboleggiare il passaggio del muro, arriviamo fino al quartier generale della Gestapo e ad uno dei pochi tratti di muro lasciati in piedi. Qui ci sono due mostre all’aperto ad ingresso gratuito, la prima ripercorre la costruzione del muro, la seconda invece ricorda le torture ed i metodi applicati dalla Gestapo. Putroppo arriviamo che è ora di pranzo, il sole è allo zenith e picchia forte sui nostri cranii, dopo una occhiata frettolosa ci allontaniamo alla ricerca di un po’ d’ombra e di refrigerio.
Decidiamo di visitare il Kadewe, un grande magazzino di dimensioni consistenti che rivaleggia per dimensioni con Harrods di Londra e le gallerie Lafayette di Parigi, pare anzi sia più fornito.
La meta è il sesto piano, quello del “gourmet” il sogno degli amanti del cibo e della cucina in ogni sua forma. C’è il reparto pescheria con il ristorante che serve pesce, quello che vende roba giapponese, con il cuoco del sol levante che spadella e serve le persone sedute al bancone, il reparto formaggi fornitissimo e chi più ne ha più ne metta. Passiamo un buon quarto d’ora al reparto spezie, altrettanto al reparto tè e al reparto Sali dal mondo. Veniamo via con un bottino consistente in: sale nero delle hawaii, sale rosa dell’himalaya, cardamomo in semi, curcuma, wasabi in polvere,azuki, tè.
Ci fermiamo a mangiare uovo sodo e panino indebitamente sottratti al buffet della colazione manco fossimo studenti squattrinati. Poi è il turno del giro da Cover negozio di dischi sul Kufurstendamm. Io di recente presa da apatia musicale, mi accascio ben presto su di un divano assieme ad un'altra fanciulla mentre i rispettivi compagni si dedicano al rastrellamento dei vari scaffali.
Già che siamo nella via dello shopping decidiamo di proseguire con questa attività andando alla ricerca di una libreria indicata sulla guida. La troviamo, ma il reparto libri inglesi non è granchè interessante quindi decidiamo di tornare indietro e di fermarci da starbucks per un frappettone al gusto esotico e soprattutto per far riposare i piedi. La sera ci troviamo ad Alexanderplatz con Fabio e Georgia che nei loro pellegrinaggi hanno scoperto dove si nascondono i berlinesi di sera e ci portano ad Hackescher Markt. Qui siamo vicino al quartiere ebraico e ci sono un sacco di locali gremitissimi di gente, noi ci dirigiamo verso un ristorante indiano dove oltre a servire piatti abbondanti e ben cucinati si possono bere cocktail o fumare il narghilè.
Avvertenza: questo post non supporta l’uso della dieresi, portate pazienza.
La stanchezza aumenta in maniera esponenziale ogni giorno che passa, così il terzo giorno decidiamo di iniziare in maniera soft con un giro in barca sulla Sprea.
Rispetto al giro sulla Senna, in cui una zelantissima guida si era prodigata di spiegazioni, questa gita, con il commento audio preregistrato è stata meno interessante, visto e considerato che i commenti in inglese erano alquanto lapidari rispetto a quelli in tedesco.
Il percorso inizia all’incrocio di Friedrich strasse con la Sprea, si dirige prima ad est, verso l’isola dei musei, la Berliner Dom, il quartiere di San Nicola , fino alle chiuse, poi si inverte di rotta ritornando sui propri passi e ci si spinge fino al Reichstag e al quartiere modernissimo degli edifici governativi, alla stazione ferroviaria centrale, elegantissima in vetro e acciaio fino ad arrivare alle propaggini del parco di Tiergarten e a vedere sulla distanza il monumento alla vittoria (Siegessaule)... Si ritona infine al punto di partenza dopo circa un’oretta di navigazione (8 € a cranio compagnia Rederei).
Di lì scendiamo lungo la Friedrich strasse prima a visitare la piazza del Gerdammenmarkt con le due chiese barocche gemelle, la francese ugonotta e la tedesca che si frontaggiano ai due lati della piazza, mentre nel mezzo sorge una sala da concerto in s tile neoclassico.
Poi arriviamo al CheckPoint Charlie dove a ricordare il famoso punto di passaggio resta un casotto, il famosissimo cartello “You’re leaving the american sector” e un tizio in unifrome militare che regge una bandiera rossa sullo sfondo di sacchi di sabbia, ad uso e consumo dei turisti che intendono fotografarlo. C’è anche il museo che però non visitiamo in quanto iper caro ed iperaffollato e a detta della guida, alquanto deludente.
Seguendo la traccia in porfido lungo la strada che rimane a simboleggiare il passaggio del muro, arriviamo fino al quartier generale della Gestapo e ad uno dei pochi tratti di muro lasciati in piedi. Qui ci sono due mostre all’aperto ad ingresso gratuito, la prima ripercorre la costruzione del muro, la seconda invece ricorda le torture ed i metodi applicati dalla Gestapo. Putroppo arriviamo che è ora di pranzo, il sole è allo zenith e picchia forte sui nostri cranii, dopo una occhiata frettolosa ci allontaniamo alla ricerca di un po’ d’ombra e di refrigerio.
Decidiamo di visitare il Kadewe, un grande magazzino di dimensioni consistenti che rivaleggia per dimensioni con Harrods di Londra e le gallerie Lafayette di Parigi, pare anzi sia più fornito.
La meta è il sesto piano, quello del “gourmet” il sogno degli amanti del cibo e della cucina in ogni sua forma. C’è il reparto pescheria con il ristorante che serve pesce, quello che vende roba giapponese, con il cuoco del sol levante che spadella e serve le persone sedute al bancone, il reparto formaggi fornitissimo e chi più ne ha più ne metta. Passiamo un buon quarto d’ora al reparto spezie, altrettanto al reparto tè e al reparto Sali dal mondo. Veniamo via con un bottino consistente in: sale nero delle hawaii, sale rosa dell’himalaya, cardamomo in semi, curcuma, wasabi in polvere,azuki, tè.
Ci fermiamo a mangiare uovo sodo e panino indebitamente sottratti al buffet della colazione manco fossimo studenti squattrinati. Poi è il turno del giro da Cover negozio di dischi sul Kufurstendamm. Io di recente presa da apatia musicale, mi accascio ben presto su di un divano assieme ad un'altra fanciulla mentre i rispettivi compagni si dedicano al rastrellamento dei vari scaffali.
Già che siamo nella via dello shopping decidiamo di proseguire con questa attività andando alla ricerca di una libreria indicata sulla guida. La troviamo, ma il reparto libri inglesi non è granchè interessante quindi decidiamo di tornare indietro e di fermarci da starbucks per un frappettone al gusto esotico e soprattutto per far riposare i piedi. La sera ci troviamo ad Alexanderplatz con Fabio e Georgia che nei loro pellegrinaggi hanno scoperto dove si nascondono i berlinesi di sera e ci portano ad Hackescher Markt. Qui siamo vicino al quartiere ebraico e ci sono un sacco di locali gremitissimi di gente, noi ci dirigiamo verso un ristorante indiano dove oltre a servire piatti abbondanti e ben cucinati si possono bere cocktail o fumare il narghilè.
Berlino parte II
Avvertenza: questo post non supporta l’uso della dieresi, portate pazienza.
Il secondo giorno decidiamo di fare il biglietto giornaliero per le zone A e B a 6,10 euro e di servirci dei mezzi pubblici. Pare esista anche un biglietto da tre giorni, ma è in vendita nei chioschi dell’ufficio turistico e non alle macchinette nelle stazioni della metro.
Ci dirigiamo subito verso Postdammer Platz, tempio dell’architettura futurista in vetro ed acciaio. La copertura della piazza, una specie di diaframma concavo è affascinante. La zona è popolata da persone col pc in mano non faccio in tempo a stupirmi che leggo sulla guida che la zona è coperta da rete wi fi gratuita. In zona campeggia anche una gigantesca giraffa in lego a pubblicizzare il Legoland Discovery dal quale sono magneticamente attratta. Vista l’età media dei visitatori decido comunque di rinunciare all’esperienza. Dopo 4 passi in zona riprendiamo la metro alla volta dello Zoo.
Pare che Knut, l’orsetto bianco che qualche mese fa campeggiava sugli schermi televisivi mentre si faceva spupazzare dalla balia come un cicciobello, sia diventato nel frattempo un orso sovrappeso a caua di tutte le merendine e caramelle che i bimbi in estasi gettavano nella gabbia. Ci fidiamo delle voci e decidiamo di lasciar e perdere lo Zoo.
Rimiriamo la Kaiser Wilhem, la chiesa semidistrutta dai bomabrdamenti e lasciata in piedi ad imperitura memoria per poi dirigerci al museo della fotografia, galleria Helmut Newton che si trova proprio dietro la stazione (ingresso 6 €). Al primo piano si trova una esposizione di oggetti personali appartenenti a Newton, fra cui abiti, macchine fotografiche, la newton mobile disegnata da Giugiaro, passaporti vari, una riproduzione del suo studio. Poi si possono ammirare gli strumenti di lavoro come manette, bambole gonfiabili, scarpe Manolo Blanik ed altre mirabilia del genere. Al piano superiore foto tratte dalla rivista Newton’s illustrated riassumibili in volti famosi e donne nude, nelle altre sale fotografie di due fotografi suoi amici, sale del tutto deludenti oltre che un po’ spiazzanti.
Riprendiamo la metro alla volta di Schloss Charlottenburg, la residenza della regina Carlotta, palazzo prussiano in grande stile, prima però ci infiliamo in un supermercato a fare rifornimento di derrate alimentari che consumeremo nel giardino del palazzo, all’ombra di un albero, spaparanzati sull’erba. Il palazzo lo visitiamo solo dall’esterno e ci godiamo il suo parco, dato il prezzo esorbitante lasciamo perdere la visita alle sale barocche del primo piano e all’esposizione di ceramiche pregiate.
Dopo pranzo ci dirigiamo alla ricerca del monumento agli ebrei uccisi durante l’olocausto (Denkmal fur Die Ermordeten Juden Europas), la piazza costellata di steli nere a formare un labirinto. La vista è suggestiva, il cielo nero aggiunge una atmosfera alla visione già di per sé cupa. Ci mettiamo in coda per visitare il centro informativo che si trova sotto la piazza stessa, il tempismo è provvidenziale che appena mettiamo piede all’interno si scatena il temporale. Il centro informativo è diviso in stanze, nella prima il racconto anno per anno dell’escalation della violenza nei confronti degli ebrei. Nella seconda stanza, buia, sul pavimento ci sono lastre illuminate contenenti stralci di diari di ebrei imprigionati o nascostisi nella speranza di sfuggire all’orrore, sui muri, paese per paese la cifra delle persone uccise. Nella terza stanza la storia di alcune famiglie di avrie parti di europa prima e durante l’olocausto. Nella quarta vengono letti i nomi di tutte le persone uccise e viene recitata una breve biografia per ciascuna. Nell’ultima infine sono presenti monitor da cui è possibile accedere alle informazioni sui vari centri europei che portano memoria dell’olocausto e al database in cui sono state inserite le biografie di tutte le vittime.
Quando usciamo, il temporale sta smettendo così possiamo visitare la Parisier platz con la porta di Brandeburgo e fare un giro intorno al Reichstag.
Torniamo all’albergo e abbiamo giusto il tempo di una doccia prima di andare all’appuntamento con due amici a Kotbusser Tor a Kreuzberg, il quartiere “alternativo”. Mangiamo in un ottimo ristorante marocchino egiziano.
Avvertenza: questo post non supporta l’uso della dieresi, portate pazienza.
Il secondo giorno decidiamo di fare il biglietto giornaliero per le zone A e B a 6,10 euro e di servirci dei mezzi pubblici. Pare esista anche un biglietto da tre giorni, ma è in vendita nei chioschi dell’ufficio turistico e non alle macchinette nelle stazioni della metro.
Ci dirigiamo subito verso Postdammer Platz, tempio dell’architettura futurista in vetro ed acciaio. La copertura della piazza, una specie di diaframma concavo è affascinante. La zona è popolata da persone col pc in mano non faccio in tempo a stupirmi che leggo sulla guida che la zona è coperta da rete wi fi gratuita. In zona campeggia anche una gigantesca giraffa in lego a pubblicizzare il Legoland Discovery dal quale sono magneticamente attratta. Vista l’età media dei visitatori decido comunque di rinunciare all’esperienza. Dopo 4 passi in zona riprendiamo la metro alla volta dello Zoo.
Pare che Knut, l’orsetto bianco che qualche mese fa campeggiava sugli schermi televisivi mentre si faceva spupazzare dalla balia come un cicciobello, sia diventato nel frattempo un orso sovrappeso a caua di tutte le merendine e caramelle che i bimbi in estasi gettavano nella gabbia. Ci fidiamo delle voci e decidiamo di lasciar e perdere lo Zoo.
Rimiriamo la Kaiser Wilhem, la chiesa semidistrutta dai bomabrdamenti e lasciata in piedi ad imperitura memoria per poi dirigerci al museo della fotografia, galleria Helmut Newton che si trova proprio dietro la stazione (ingresso 6 €). Al primo piano si trova una esposizione di oggetti personali appartenenti a Newton, fra cui abiti, macchine fotografiche, la newton mobile disegnata da Giugiaro, passaporti vari, una riproduzione del suo studio. Poi si possono ammirare gli strumenti di lavoro come manette, bambole gonfiabili, scarpe Manolo Blanik ed altre mirabilia del genere. Al piano superiore foto tratte dalla rivista Newton’s illustrated riassumibili in volti famosi e donne nude, nelle altre sale fotografie di due fotografi suoi amici, sale del tutto deludenti oltre che un po’ spiazzanti.
Riprendiamo la metro alla volta di Schloss Charlottenburg, la residenza della regina Carlotta, palazzo prussiano in grande stile, prima però ci infiliamo in un supermercato a fare rifornimento di derrate alimentari che consumeremo nel giardino del palazzo, all’ombra di un albero, spaparanzati sull’erba. Il palazzo lo visitiamo solo dall’esterno e ci godiamo il suo parco, dato il prezzo esorbitante lasciamo perdere la visita alle sale barocche del primo piano e all’esposizione di ceramiche pregiate.
Dopo pranzo ci dirigiamo alla ricerca del monumento agli ebrei uccisi durante l’olocausto (Denkmal fur Die Ermordeten Juden Europas), la piazza costellata di steli nere a formare un labirinto. La vista è suggestiva, il cielo nero aggiunge una atmosfera alla visione già di per sé cupa. Ci mettiamo in coda per visitare il centro informativo che si trova sotto la piazza stessa, il tempismo è provvidenziale che appena mettiamo piede all’interno si scatena il temporale. Il centro informativo è diviso in stanze, nella prima il racconto anno per anno dell’escalation della violenza nei confronti degli ebrei. Nella seconda stanza, buia, sul pavimento ci sono lastre illuminate contenenti stralci di diari di ebrei imprigionati o nascostisi nella speranza di sfuggire all’orrore, sui muri, paese per paese la cifra delle persone uccise. Nella terza stanza la storia di alcune famiglie di avrie parti di europa prima e durante l’olocausto. Nella quarta vengono letti i nomi di tutte le persone uccise e viene recitata una breve biografia per ciascuna. Nell’ultima infine sono presenti monitor da cui è possibile accedere alle informazioni sui vari centri europei che portano memoria dell’olocausto e al database in cui sono state inserite le biografie di tutte le vittime.
Quando usciamo, il temporale sta smettendo così possiamo visitare la Parisier platz con la porta di Brandeburgo e fare un giro intorno al Reichstag.
Torniamo all’albergo e abbiamo giusto il tempo di una doccia prima di andare all’appuntamento con due amici a Kotbusser Tor a Kreuzberg, il quartiere “alternativo”. Mangiamo in un ottimo ristorante marocchino egiziano.
Berlino parte I
Avvertenza: questo post non supporta l’uso della dieresi, portate pazienza.
La easy jet non si presenta bene al primo impatto, l’aereo è in ritardo e non si sa come mai, gli speaker dell’aeroporto non dicono nulla, noi seguiamo spaesati il ritardo crescere sui tabelloni senza sapere che ne sarà di noi. Alla fine l’aereo accumola un’ora e mezza di ritardo.
Fortunatamente Schoenenfeld è ottimamente collegato alla città tramite la linea S delle metropolitana, la cui stazione è a nemmeno 400m dal terminal.
L’albergo è della catena A&O proprietaria di ostelli e di alberghi a basso costo in tutta la Germania. Corridoi immensi con porte tutte identiche, stanze piccoline, sufficientemente pulite. Il riordino delle stanze durante la permanenza lascia un pochino a desiderare, ma c’è da dire che dato il prezzo e la posizione abbastanza centrale non ci si può lamentare. La colazione a buffet è sufficientemente ricca per incamerare energie che portino il viaggiatore fino al pasto serale saltando quello di mezzodì.
Arrivati in albergo prendiamo le misure con la città ed iniziamo a camminare, dalla Koperniker strasse dell’albergo, approdiamo alla Fischer Insel, poi ci troviamo davanti alla Rathous e alla torre della televisione.
Alexanderplatz si rivela come da copione un cantiere in fieri, ma meno sconvolta di quanto i racconti sentiti negli anni facessero presupporre.
Non rendiamo il dovuto omaggio alla statua di Marx ed Engels in quanto gremita da una comitiva di giapponesi e decidiamo di proseguire sul Unter den Linden alla volta del ristorante in cui intendiamo cenare. Passiamo in prossimità della Berliner Dom, la cattedrale e della Humbolt Universitad.
Poi maciniamo metri sul viale alberato, pulito, circondato da imponenti palazzi, ma privo di carattere con tutti i negozi per turisti aperti uno in serie all’altro. Arriviamo a intravedere la Brandeburg Tor, prima di svoltare nella via su cui si affaccia l’ambasciata britannica alla ricerca del ristorante vegetariano Samadhi (Wilhem str 77)
Qui mangiamo un piatto unico di verdure cucinate all’asiatica molto soddisfacente poi maciniamo il percorso verso l’albergo arrivandovi ormai stremati e con i piedi piagati.
Avvertenza: questo post non supporta l’uso della dieresi, portate pazienza.
La easy jet non si presenta bene al primo impatto, l’aereo è in ritardo e non si sa come mai, gli speaker dell’aeroporto non dicono nulla, noi seguiamo spaesati il ritardo crescere sui tabelloni senza sapere che ne sarà di noi. Alla fine l’aereo accumola un’ora e mezza di ritardo.
Fortunatamente Schoenenfeld è ottimamente collegato alla città tramite la linea S delle metropolitana, la cui stazione è a nemmeno 400m dal terminal.
L’albergo è della catena A&O proprietaria di ostelli e di alberghi a basso costo in tutta la Germania. Corridoi immensi con porte tutte identiche, stanze piccoline, sufficientemente pulite. Il riordino delle stanze durante la permanenza lascia un pochino a desiderare, ma c’è da dire che dato il prezzo e la posizione abbastanza centrale non ci si può lamentare. La colazione a buffet è sufficientemente ricca per incamerare energie che portino il viaggiatore fino al pasto serale saltando quello di mezzodì.
Arrivati in albergo prendiamo le misure con la città ed iniziamo a camminare, dalla Koperniker strasse dell’albergo, approdiamo alla Fischer Insel, poi ci troviamo davanti alla Rathous e alla torre della televisione.
Alexanderplatz si rivela come da copione un cantiere in fieri, ma meno sconvolta di quanto i racconti sentiti negli anni facessero presupporre.
Non rendiamo il dovuto omaggio alla statua di Marx ed Engels in quanto gremita da una comitiva di giapponesi e decidiamo di proseguire sul Unter den Linden alla volta del ristorante in cui intendiamo cenare. Passiamo in prossimità della Berliner Dom, la cattedrale e della Humbolt Universitad.
Poi maciniamo metri sul viale alberato, pulito, circondato da imponenti palazzi, ma privo di carattere con tutti i negozi per turisti aperti uno in serie all’altro. Arriviamo a intravedere la Brandeburg Tor, prima di svoltare nella via su cui si affaccia l’ambasciata britannica alla ricerca del ristorante vegetariano Samadhi (Wilhem str 77)
Qui mangiamo un piatto unico di verdure cucinate all’asiatica molto soddisfacente poi maciniamo il percorso verso l’albergo arrivandovi ormai stremati e con i piedi piagati.
13.8.07
Visto che ne avevo parlato, mi sembra giusto accennare a come la faccenda si sia conclusa. A volte puntare i piedi ed alzare la voce serve.
Il 9 agosto è arrivata questa mail:
cinque minuti fa mi chiama amadi da dakar e in perfetto italiano mi urla all'orecchio "OPERAZIONE TUTTO BENE"....
lamine è stato operato stamattina, un intervento durato oltre 6 ore.
appena possibile vi girerò una foto
grazie a tutti per l'aiuto ma soprattutto per aver incluso in questi ultimi mesi lamine nel vostro cuore
mao
Il 9 agosto è arrivata questa mail:
cinque minuti fa mi chiama amadi da dakar e in perfetto italiano mi urla all'orecchio "OPERAZIONE TUTTO BENE"....
lamine è stato operato stamattina, un intervento durato oltre 6 ore.
appena possibile vi girerò una foto
grazie a tutti per l'aiuto ma soprattutto per aver incluso in questi ultimi mesi lamine nel vostro cuore
mao
11.8.07
Back from Berlin
4 giorni a Berlino, per un tocco di esotismo alle due settimane di ferie.
Nonostante molti me ne avessero parlato male a me la città è piaciuta parecchio. Unico neo le grandi distanze da percorrere e la metro che sì c'è, è grande, ma chissà come mai alla fine per arrivare alla meta devi sempre fare un bel pezzo a piedi.
A breve un resoconto più dettagliato.
4 giorni a Berlino, per un tocco di esotismo alle due settimane di ferie.
Nonostante molti me ne avessero parlato male a me la città è piaciuta parecchio. Unico neo le grandi distanze da percorrere e la metro che sì c'è, è grande, ma chissà come mai alla fine per arrivare alla meta devi sempre fare un bel pezzo a piedi.
A breve un resoconto più dettagliato.
5.8.07
3.8.07
1.8.07
Riporto qui sotto la mail che un amico ha scritto sulla vicenda di Lamine, un bimbo senegalese con una malformazione alla faccia, e la odissea per farlo operare.
Un solo chirurgo, per una sola giornata in una sola sala operatoria a Dakar…
L’operazione chirurgica di Lamine, un ragazzo senegalese affetto da una malformazione al viso, è stata ancora rimandata.
All’inizio di giugno, dopo una visita di controllo all’ospedale Dentec di Dakar, il chirurgo maxilo facciale Remond, comunicava ad Amadi e Aminata, i due responsabili del progetto di appoggio all’associazione di handicappati di Thiaroye, la necessità urgente di eseguire un intervento per rimuovere l’escrescenza di Lamine, dato che negli ultimi mesi era aumentata di volume sia esterno che interno, minacciando di compromettere il funzionamento del cervello.
La salute, si sa, è un diritto di tutti.
Ma tutti i giorni ci stiamo abituando a prendere atto che di questi tempi i diritti hanno soprattutto dei costi.
Il diritto di Lamine ha un costo fra esami, operazione e degenza ospedaliera di circa 500.000 franchi senegalesi (770 euro) che abbiamo raccolto in poco meno di una settimana con una colletta di amici, sostenitori e colleghi di lavoro in Italia.
I soldi vengono inviati a Dakar il 17 giugno. In un primo tempo sembra che il professore Remond voglia operare Lamine a fine giugno, poi, per imperscrutabili calendari ospedalieri serrati, l’operazione viene spostata lunedì 30 luglio nell’ospedale di Grand Yoff CTEO.
Il 18 luglio scorso, insieme a Luca, un altro volontario italiano, voliamo a Dakar, dove quattro giorni dopo inauguriamo il centro umanista polifunzionale di Thiaroye insieme ad Amadi, Aminata e a Lamine. Il suo viso è davvero messo male, ma in compenso è tutto contento dell’imminente operazione.
Venerdì 27 luglio, di mattina presto, Lamine e suo padre attraversando cinque quartieri con uno sgangherato car-rapid (folcloristici e instabili pulmini di trasporto collettivo senegalese) si recano all’ospedale per incontrare Baba Traoré, il responsabile della gestione della sala operatoria, per espletare le ultime formalità burocratiche e per dare inizio al ricovero in modo da fare gli ultimi esami prima dell’operazione.
Baba Traorè comunica che il professor Remond, lunedì 30 ha un altro impegno quindi l’operazione è rimandata.
Timidamente il padre di Lamine cerca di capire in quale data sarà fissata l’operazione, ma Baba Traorè taglia corto e li spesa senza nessuna informazione.
Il padre di Lamine chiama Amadi per avvisarlo e nel pomeriggio insieme ad Aminata ci presentiamo di nuovo da Baba Traorè per vedere di risolvere la situazione.
Baba Traorè è un giovanetto magrolino e bassetto, dall’aria assolutamente tronfia e antipatica che indossa un bubu (vestito tipico senegalese) blu più grande di due taglie.
Qui al CTEO è una specie di capo, o almeno questo è quello che vuole far credere, quindi ci fa fare anticamera per un po’ e poi ci ammette nel suo ufficio con una faccia tipo “il re misericordioso da udienza anche ai miserabili”.
Amadi chiede spiegazioni e Baba Traorè guardando verso la porta ci informa che il professor Remond ha un altro impegno lunedì, quindi niente operazione. Aminata con un sorrisone chiede se è possibile fissare un’altra data, ma il re ripete spazientito che al momento non lo sa, prima o poi verremo informati.
E’ il mio turno e bruscamente chiedo al signor Baba quando ha saputo che il dottor Remond non poteva più effettuare l’operazione.
“Mercoledì” risponde Baba.
“E perché mercoledì non avete avvisato la famiglia di Lamine, Aminata o Amadi?” ribatto io e continuo “Perché non avete già fissato con il professor Remond un’altra data?”
Baba Traorè indossa l’espressione più annoiata del mondo e guardando fisso il muro mi risponde “noi non dobbiamo avvertire nessuno e non siamo tenuti a fissare date”.
La mia calma inizia ad incrinarsi. Respiro a fondo appoggio una mano sulla scrivania catturando i suoi occhi e parlando lentamente dico al sempre meno signore Baba Traorè
“Immagina per un attimo, che Lamine, quel ragazzo che è venuto qui stamattina, non sia un povero handicappato sconosciuto che sopravvive nella povera Thiaroye con la faccia deturpata da quando è piccolo. Immagina che sia tuo figlio. Riesci ad immaginarlo? Ora immagina che con tuo figlio Lamine vieni qui stamattina e ti senti dire da un funzionario che l’operazione è rimandata senza una data… tu dico a te signor Baba Traorè, come ti sentiresti e soprattutto cosa faresti?”
Baba Traorè, che mai e poi mai ha immaginato una cosa simile, è visibilmente scosso e la sua faccia assume un’espressione inedita, debole e disarmata.
Ma non può permettersi di assumersi le sue responsabilità e quindi, cercando di recuperare il ruolo di re della sala operatoria, con voce malsicura mi dice:” E’ inutile che continui a parlare, tanto le tue parole mi entrano da un’orecchio e mi escono dall’altro”.
“Forse perché sto parlando con un’imbecille?” rispondo sorridendo. E li scatta il casino. Baba Traorè perde tutto il suo ruolo, e inizia ad urlare isterico. Arriva un’infermiera gigantesca che cerca di spingermi via mentre Baba Traore minaccia di chiamare la polizia per il gravissimo insulto.
Arriva un altro infermiere e mi spingono fuori dall’ufficio.
Dopo trenta minuti Amadi e Aminata escono riferendomi che il signor Baba Traorè forse ha trovato una soluzione. E mi spiegano che il dottor Remond è l’unico chirurgo in tutto il Senegal in grado di operare Lamine e altri pazienti affetti dalle stesse deformazioni. Ma per fare questo tipo di interventi in tutto il Senegal c’è una sola sala operatoria attrezzata per un solo giorno alla settimana in un solo ospedale, il CTEO. Dato che Remond non ci sarà lunedì e dato che i prossimi lunedì sono già pieni, Baba Traorè si è impegnato a chiedere ad un altro chirurgo di cedergli la sala operatoria giovedì 9 agosto per operare Lamine.
Insieme andiamo a bere una bibita fuori dall’ospedale. Amadi è tutto contento. Per lui ho fatto bene, soprattutto quando ho chiestoa baba di identificarsi con il padre di Lamine. Solo mi dice di fare attenzione a dare dell’imbecille a qualcuno. Qui in Senegal pare sia un’offesa gravissima. Difficile dire come mi sento. So solo una cosa.
Se il 9 agosto lamine non verrà operato metteremo in moto una campagna mediatica sia in Senegal che in Italia attraverso le ambasciate, i consolati e il ministero della Sanità Senegalese.
In questa malaugurata ma non troppo remota eventualità, avremo bisogno di tante voci.
Sono sicuro che vorrai aggiungere anche la tua.
Abbracci
Mao
Un solo chirurgo, per una sola giornata in una sola sala operatoria a Dakar…
L’operazione chirurgica di Lamine, un ragazzo senegalese affetto da una malformazione al viso, è stata ancora rimandata.
All’inizio di giugno, dopo una visita di controllo all’ospedale Dentec di Dakar, il chirurgo maxilo facciale Remond, comunicava ad Amadi e Aminata, i due responsabili del progetto di appoggio all’associazione di handicappati di Thiaroye, la necessità urgente di eseguire un intervento per rimuovere l’escrescenza di Lamine, dato che negli ultimi mesi era aumentata di volume sia esterno che interno, minacciando di compromettere il funzionamento del cervello.
La salute, si sa, è un diritto di tutti.
Ma tutti i giorni ci stiamo abituando a prendere atto che di questi tempi i diritti hanno soprattutto dei costi.
Il diritto di Lamine ha un costo fra esami, operazione e degenza ospedaliera di circa 500.000 franchi senegalesi (770 euro) che abbiamo raccolto in poco meno di una settimana con una colletta di amici, sostenitori e colleghi di lavoro in Italia.
I soldi vengono inviati a Dakar il 17 giugno. In un primo tempo sembra che il professore Remond voglia operare Lamine a fine giugno, poi, per imperscrutabili calendari ospedalieri serrati, l’operazione viene spostata lunedì 30 luglio nell’ospedale di Grand Yoff CTEO.
Il 18 luglio scorso, insieme a Luca, un altro volontario italiano, voliamo a Dakar, dove quattro giorni dopo inauguriamo il centro umanista polifunzionale di Thiaroye insieme ad Amadi, Aminata e a Lamine. Il suo viso è davvero messo male, ma in compenso è tutto contento dell’imminente operazione.
Venerdì 27 luglio, di mattina presto, Lamine e suo padre attraversando cinque quartieri con uno sgangherato car-rapid (folcloristici e instabili pulmini di trasporto collettivo senegalese) si recano all’ospedale per incontrare Baba Traoré, il responsabile della gestione della sala operatoria, per espletare le ultime formalità burocratiche e per dare inizio al ricovero in modo da fare gli ultimi esami prima dell’operazione.
Baba Traorè comunica che il professor Remond, lunedì 30 ha un altro impegno quindi l’operazione è rimandata.
Timidamente il padre di Lamine cerca di capire in quale data sarà fissata l’operazione, ma Baba Traorè taglia corto e li spesa senza nessuna informazione.
Il padre di Lamine chiama Amadi per avvisarlo e nel pomeriggio insieme ad Aminata ci presentiamo di nuovo da Baba Traorè per vedere di risolvere la situazione.
Baba Traorè è un giovanetto magrolino e bassetto, dall’aria assolutamente tronfia e antipatica che indossa un bubu (vestito tipico senegalese) blu più grande di due taglie.
Qui al CTEO è una specie di capo, o almeno questo è quello che vuole far credere, quindi ci fa fare anticamera per un po’ e poi ci ammette nel suo ufficio con una faccia tipo “il re misericordioso da udienza anche ai miserabili”.
Amadi chiede spiegazioni e Baba Traorè guardando verso la porta ci informa che il professor Remond ha un altro impegno lunedì, quindi niente operazione. Aminata con un sorrisone chiede se è possibile fissare un’altra data, ma il re ripete spazientito che al momento non lo sa, prima o poi verremo informati.
E’ il mio turno e bruscamente chiedo al signor Baba quando ha saputo che il dottor Remond non poteva più effettuare l’operazione.
“Mercoledì” risponde Baba.
“E perché mercoledì non avete avvisato la famiglia di Lamine, Aminata o Amadi?” ribatto io e continuo “Perché non avete già fissato con il professor Remond un’altra data?”
Baba Traorè indossa l’espressione più annoiata del mondo e guardando fisso il muro mi risponde “noi non dobbiamo avvertire nessuno e non siamo tenuti a fissare date”.
La mia calma inizia ad incrinarsi. Respiro a fondo appoggio una mano sulla scrivania catturando i suoi occhi e parlando lentamente dico al sempre meno signore Baba Traorè
“Immagina per un attimo, che Lamine, quel ragazzo che è venuto qui stamattina, non sia un povero handicappato sconosciuto che sopravvive nella povera Thiaroye con la faccia deturpata da quando è piccolo. Immagina che sia tuo figlio. Riesci ad immaginarlo? Ora immagina che con tuo figlio Lamine vieni qui stamattina e ti senti dire da un funzionario che l’operazione è rimandata senza una data… tu dico a te signor Baba Traorè, come ti sentiresti e soprattutto cosa faresti?”
Baba Traorè, che mai e poi mai ha immaginato una cosa simile, è visibilmente scosso e la sua faccia assume un’espressione inedita, debole e disarmata.
Ma non può permettersi di assumersi le sue responsabilità e quindi, cercando di recuperare il ruolo di re della sala operatoria, con voce malsicura mi dice:” E’ inutile che continui a parlare, tanto le tue parole mi entrano da un’orecchio e mi escono dall’altro”.
“Forse perché sto parlando con un’imbecille?” rispondo sorridendo. E li scatta il casino. Baba Traorè perde tutto il suo ruolo, e inizia ad urlare isterico. Arriva un’infermiera gigantesca che cerca di spingermi via mentre Baba Traore minaccia di chiamare la polizia per il gravissimo insulto.
Arriva un altro infermiere e mi spingono fuori dall’ufficio.
Dopo trenta minuti Amadi e Aminata escono riferendomi che il signor Baba Traorè forse ha trovato una soluzione. E mi spiegano che il dottor Remond è l’unico chirurgo in tutto il Senegal in grado di operare Lamine e altri pazienti affetti dalle stesse deformazioni. Ma per fare questo tipo di interventi in tutto il Senegal c’è una sola sala operatoria attrezzata per un solo giorno alla settimana in un solo ospedale, il CTEO. Dato che Remond non ci sarà lunedì e dato che i prossimi lunedì sono già pieni, Baba Traorè si è impegnato a chiedere ad un altro chirurgo di cedergli la sala operatoria giovedì 9 agosto per operare Lamine.
Insieme andiamo a bere una bibita fuori dall’ospedale. Amadi è tutto contento. Per lui ho fatto bene, soprattutto quando ho chiestoa baba di identificarsi con il padre di Lamine. Solo mi dice di fare attenzione a dare dell’imbecille a qualcuno. Qui in Senegal pare sia un’offesa gravissima. Difficile dire come mi sento. So solo una cosa.
Se il 9 agosto lamine non verrà operato metteremo in moto una campagna mediatica sia in Senegal che in Italia attraverso le ambasciate, i consolati e il ministero della Sanità Senegalese.
In questa malaugurata ma non troppo remota eventualità, avremo bisogno di tante voci.
Sono sicuro che vorrai aggiungere anche la tua.
Abbracci
Mao
30.7.07
E ieri finalmente eccomi con indosso un paio di scarponcini da montagna a calcare un sentiero, grazie al presidente sempre solerte nell'organizzazione di gite montane.
La meta, i laghi del Paione in Val Bognanco, quella dall'acqua naturale.
Si parte da S. Bernardo di Bognanco inizialmente su di una strada asfaltata in forte pendenza, un po' noiosa, un po' faticosa, ma poi ne vale la pena.
Per arrivare al primo lago è data un'ora e venti, ma anche io col mio debito d'ossigeno ci ho messo dieci minuti di meno. Da lago a lago poi sono previsti altri venti minuti.
Il terzo lago è il classico lago di montagna immerso in un paesaggio lunare di roccia e detriti, il primo è un bel lago circondato da prati verdi luogo adatto a pic nic e relax. Il secondo è una via di mezzo, quindi meno affascinante, anche se il colore azzurro delle sue acque non ha nulla da invidiare agli altri due.
A breve qualche foto su flickr, ancora scattate con la pentax. Spero a breve di vincere lo sgomento ed iniziare ad usare proficuamente il mio regalo di compleanno, ritirato sabato mattina.
Si parte da S. Bernardo di Bognanco inizialmente su di una strada asfaltata in forte pendenza, un po' noiosa, un po' faticosa, ma poi ne vale la pena.
Per arrivare al primo lago è data un'ora e venti, ma anche io col mio debito d'ossigeno ci ho messo dieci minuti di meno. Da lago a lago poi sono previsti altri venti minuti.
Il terzo lago è il classico lago di montagna immerso in un paesaggio lunare di roccia e detriti, il primo è un bel lago circondato da prati verdi luogo adatto a pic nic e relax. Il secondo è una via di mezzo, quindi meno affascinante, anche se il colore azzurro delle sue acque non ha nulla da invidiare agli altri due.
A breve qualche foto su flickr, ancora scattate con la pentax. Spero a breve di vincere lo sgomento ed iniziare ad usare proficuamente il mio regalo di compleanno, ritirato sabato mattina.
26.7.07
Mi sento prosciugata, il che visti gli stravizi alimentari di ieri sera, potrebbe essere una ottima cosa, peccato che mi sento le budella prosciugate mentre il girovita e maniglie dell'amore fluttuano allegramente fuori dai pantaloni.
Ero abituata a lavorare per bernardo il latitante: "non vedo non sento non parlo e spesso non ci sono nemmeno".
Adesso lavoro per peppino la cozza: "ci sono ed ho tanta paura, quindi ti chiamo ti parlo ti vengo a cercare ogni 20 minuti per sentire di avere la situazione sotto controllo".
L'inestimabile pregio di avere un capo latitante è che non rompe i maroni. Peppino la cozza invece mi prosciuga le energie.
Se qualcuno mi indica quali siano i punti nevralgici per lo scioglimento della tensione penso che mi dedicherò all'agopuntura fai da te, conficcandomi in suddette zone, i simpatici spilloni con decorazione acquistati oggi in pausa pranzo. Magari con un granchio conficcato in un orecchio la giornate lavorative mi parranno più lievi.
Ero abituata a lavorare per bernardo il latitante: "non vedo non sento non parlo e spesso non ci sono nemmeno".
Adesso lavoro per peppino la cozza: "ci sono ed ho tanta paura, quindi ti chiamo ti parlo ti vengo a cercare ogni 20 minuti per sentire di avere la situazione sotto controllo".
L'inestimabile pregio di avere un capo latitante è che non rompe i maroni. Peppino la cozza invece mi prosciuga le energie.
Se qualcuno mi indica quali siano i punti nevralgici per lo scioglimento della tensione penso che mi dedicherò all'agopuntura fai da te, conficcandomi in suddette zone, i simpatici spilloni con decorazione acquistati oggi in pausa pranzo. Magari con un granchio conficcato in un orecchio la giornate lavorative mi parranno più lievi.
24.7.07
E' un classico, ogni volta che passo un finesettimana a Genova d'estate la voglia di rientrare a Milano precipita a livelli minimi.
Non so se tornando a viverci apprezzerei allo stesso modo l'aria di mare, il gelato di Flora, la focaccia per colazione, il mare di Vesima, i mille negozi di scarpe di Pegli, le passeggiate serali su di un lungomare a caso e tutte quegli altri milioni di piccole cose che durante questi finesettimana mi rendono felice.
Preda degli entusiasmi vacanzieri ho comprato un paio di espadrilles rosse a zeppa peep toe e una scamiciata di lino bianco che non ho idea di quando mai avrò l'occasione di indossarli.
Tornata nel soffocante abbraccio della pianura mi son messa alla ricerca di vie di fuga.
Ho fatto la pizza con la pasta madre e a parte le ovvie differenze date dall'utilizzo del forno elettrico al posto di quello a legna sembrava quella del pizzaiolo.
Ho provato ad iscrivermi ad un corso di fotografia e sono in lista d'attesa. E non escludo a breve di comprarmi il regalo di compleanno.
Non so se tornando a viverci apprezzerei allo stesso modo l'aria di mare, il gelato di Flora, la focaccia per colazione, il mare di Vesima, i mille negozi di scarpe di Pegli, le passeggiate serali su di un lungomare a caso e tutte quegli altri milioni di piccole cose che durante questi finesettimana mi rendono felice.
Preda degli entusiasmi vacanzieri ho comprato un paio di espadrilles rosse a zeppa peep toe e una scamiciata di lino bianco che non ho idea di quando mai avrò l'occasione di indossarli.
Tornata nel soffocante abbraccio della pianura mi son messa alla ricerca di vie di fuga.
Ho fatto la pizza con la pasta madre e a parte le ovvie differenze date dall'utilizzo del forno elettrico al posto di quello a legna sembrava quella del pizzaiolo.
Ho provato ad iscrivermi ad un corso di fotografia e sono in lista d'attesa. E non escludo a breve di comprarmi il regalo di compleanno.
18.7.07
16.7.07
L'epopea del pastis
Finite le scorte della scorsa estate, quando rientrammo dalla Francia con la macchina di super ciuck carica di bottiglie di vino e liquore, ci siamo trovati a desiderare nuovamente del pastis, da sorseggiare allungato con acqua e ghiaccio, nel tardo pomeriggio, affacciati al balcone di casa, dimenticando le beghe lavorative.
Così è iniziata l'esplorazione meticolosa dei reparti alcolici dei vari supermercati di nostra frequentazione. Niente alla slunga, niente alla coop, niente nemmeno all'auchan e dire che è un supermercato francese.
Visti i magri risultati con la grande distribuzione, fidandomi delle p@gine gi@lle e di vi@michelin, una sera mi sono messa alla ricerca di una bottiglieria che doveva trovarsi non troppo distante dal mio ufficio. Già pregustavo ampia scelta di vini e liquori, ma non avevo messo in conto che internet può rifilare amare sorprese. Ne ho preso atto quando al posto della bottiglieria ho trovato una caserma dei carabinieri e me ne sono dovuta tornare a casa con le pive nel sacco.
Quando ormai avevo riununciato pensando che avrei dovuto effettuare una spedizione in Costa Azzurra per far rifornimento, sul mesto scaffale vini e liquori del triste supermercatino dietro casa, ecco una bottiglia di Ricard.
A onor del vero, essendo impaziente, prima di trovare il pastis mi ero piegata ad acquistare una bottiglia di anice forte, anch'essa dà soddisfazione, essendo molto simile al pastis e avendo simili modalità di fruizione (allungata con acqua o con ghiaccio).
Finite le scorte della scorsa estate, quando rientrammo dalla Francia con la macchina di super ciuck carica di bottiglie di vino e liquore, ci siamo trovati a desiderare nuovamente del pastis, da sorseggiare allungato con acqua e ghiaccio, nel tardo pomeriggio, affacciati al balcone di casa, dimenticando le beghe lavorative.
Così è iniziata l'esplorazione meticolosa dei reparti alcolici dei vari supermercati di nostra frequentazione. Niente alla slunga, niente alla coop, niente nemmeno all'auchan e dire che è un supermercato francese.
Visti i magri risultati con la grande distribuzione, fidandomi delle p@gine gi@lle e di vi@michelin, una sera mi sono messa alla ricerca di una bottiglieria che doveva trovarsi non troppo distante dal mio ufficio. Già pregustavo ampia scelta di vini e liquori, ma non avevo messo in conto che internet può rifilare amare sorprese. Ne ho preso atto quando al posto della bottiglieria ho trovato una caserma dei carabinieri e me ne sono dovuta tornare a casa con le pive nel sacco.
Quando ormai avevo riununciato pensando che avrei dovuto effettuare una spedizione in Costa Azzurra per far rifornimento, sul mesto scaffale vini e liquori del triste supermercatino dietro casa, ecco una bottiglia di Ricard.
A onor del vero, essendo impaziente, prima di trovare il pastis mi ero piegata ad acquistare una bottiglia di anice forte, anch'essa dà soddisfazione, essendo molto simile al pastis e avendo simili modalità di fruizione (allungata con acqua o con ghiaccio).
15.7.07
Non siete venuti? Peccato, la festa in cascina è stata una figata.
Purtroppo le zanze erano abbondanti ed agguerrite e nemmeno l'autan da paesi tropicali le disturbava. Il risultato per quanto mi riguarda sono 60 punture di zanzara equamente suddivise fra pancia, schiena davanti e dietro delle gambe.
Purtroppo le zanze erano abbondanti ed agguerrite e nemmeno l'autan da paesi tropicali le disturbava. Il risultato per quanto mi riguarda sono 60 punture di zanzara equamente suddivise fra pancia, schiena davanti e dietro delle gambe.
12.7.07
Due post in un giorno? Certo, se bisogna lamentarsi.
Antefatto, ieri ore 19.00 mail di Capo 2
domani sarai impegnata su di un'altra attività, quindi mandami pure i risultati di quella che stai seguendo adesso.
Oggi ore 11.40
Capo 1 - Puoi fare questa verifica?
G. - Ok va bene
ore 11.50
Capo 1 - Puoi venire di qua?
G. - Arrivo
ore 11.52
Capo 1 - C'è da fare questo lavoro, su questo argomento. Immagino che tu ne conosci il giusto
G. - Per essere esatti non ne so nulla
Capo 1 - Infatti abbiamo pensato che questa persona potrebbe affiancarti e farti una overview del sistema, così poi tu puoi lavorare in maniera indipendente.
G. - Ok va bene.
Capo 1 - Così da domani si può lavorare sulle interfacce e convocare le riunioni con i sistemi esterni.
G. - Eh ... ok.
Capo 1 - Perché bisogna finire prima delle ferie.
G. - ehhh.......... ok.
Capo 2 - Per dirla tutta siamo già in ritardo.
G. - fantastico. La verifica che sto seguendo?
Capo 1 - La facciamo seguire a E.
Capo 2 evidentemente da ieri sapeva che oggi mi sarei dovuta occupare dell'attività su cui sono allocata, Capo 1 mi dà un ordine a metà mattina e dopo 10 minuti lo ritira. Io sono in ufficio dalle 9.30, in pratica ho buttato la mattina nel cesso ed oggi pomeriggio sono allo sbaraglio su di una attività che è già in ritardo prima di cominciare.
Orami ho raggiunto il nirvana. Non mi incazzo nemmeno. Anzi cerco di cogliere gli aspetti positivi, finalmente un progetto nuovo che non consiste nelle solite menate che vedo di recente.
Antefatto, ieri ore 19.00 mail di Capo 2
domani sarai impegnata su di un'altra attività, quindi mandami pure i risultati di quella che stai seguendo adesso.
Oggi ore 11.40
Capo 1 - Puoi fare questa verifica?
G. - Ok va bene
ore 11.50
Capo 1 - Puoi venire di qua?
G. - Arrivo
ore 11.52
Capo 1 - C'è da fare questo lavoro, su questo argomento. Immagino che tu ne conosci il giusto
G. - Per essere esatti non ne so nulla
Capo 1 - Infatti abbiamo pensato che questa persona potrebbe affiancarti e farti una overview del sistema, così poi tu puoi lavorare in maniera indipendente.
G. - Ok va bene.
Capo 1 - Così da domani si può lavorare sulle interfacce e convocare le riunioni con i sistemi esterni.
G. - Eh ... ok.
Capo 1 - Perché bisogna finire prima delle ferie.
G. - ehhh.......... ok.
Capo 2 - Per dirla tutta siamo già in ritardo.
G. - fantastico. La verifica che sto seguendo?
Capo 1 - La facciamo seguire a E.
Capo 2 evidentemente da ieri sapeva che oggi mi sarei dovuta occupare dell'attività su cui sono allocata, Capo 1 mi dà un ordine a metà mattina e dopo 10 minuti lo ritira. Io sono in ufficio dalle 9.30, in pratica ho buttato la mattina nel cesso ed oggi pomeriggio sono allo sbaraglio su di una attività che è già in ritardo prima di cominciare.
Orami ho raggiunto il nirvana. Non mi incazzo nemmeno. Anzi cerco di cogliere gli aspetti positivi, finalmente un progetto nuovo che non consiste nelle solite menate che vedo di recente.
Non ho più visto il camminatore coi capelli alla Robert Smith, chissà, magari l'accoppiata sole cocente ed abito scuro lo ha tramortito e non ha più trovato la via di casa.
In compenso è qualche giorno che incontro un altro strano personaggio.
Carnagione bianco latte, pancia prominente, indossa camicie azzurrine e mezza manica, rigorosamente infilate nei pantaloni chiari con le pence, tenuti su da una cintura di cuoio marrone. Fin qui non ci sarebbe nulla di strano, se non che ai piedi calza sandali neri dall'aspetto vagamente ortopedico, sulla testa ha calcato un panama bianco e sul naso tiene occhiali scuri con lente a goccia.
Anche questo di per sé non sarebbe strano, fossimo ad esempio a Chichen Itza potrei pensare ad un americano di mezza età sceso dal torpedone della gita turistica, il problema è che questo individuo io lo incontro qui, alla periferia del mondo conosciuto, dove l'asfalto domina e l'unica attrattiva sono i capannoni industriali. Cammina svagato con le braccia dietro la schiena.
Ho l'atroce sospetto che prima o poi incontrerò anche lui in ascensore ed avrò la conferma definitiva che se c'è uno strano nel raggio di 10 Km lo mandano qui in ufficio.
In compenso è qualche giorno che incontro un altro strano personaggio.
Carnagione bianco latte, pancia prominente, indossa camicie azzurrine e mezza manica, rigorosamente infilate nei pantaloni chiari con le pence, tenuti su da una cintura di cuoio marrone. Fin qui non ci sarebbe nulla di strano, se non che ai piedi calza sandali neri dall'aspetto vagamente ortopedico, sulla testa ha calcato un panama bianco e sul naso tiene occhiali scuri con lente a goccia.
Anche questo di per sé non sarebbe strano, fossimo ad esempio a Chichen Itza potrei pensare ad un americano di mezza età sceso dal torpedone della gita turistica, il problema è che questo individuo io lo incontro qui, alla periferia del mondo conosciuto, dove l'asfalto domina e l'unica attrattiva sono i capannoni industriali. Cammina svagato con le braccia dietro la schiena.
Ho l'atroce sospetto che prima o poi incontrerò anche lui in ascensore ed avrò la conferma definitiva che se c'è uno strano nel raggio di 10 Km lo mandano qui in ufficio.
Etichette:
strane persone,
Vita da ufficio
11.7.07
10.7.07
9.7.07
Si può passare due giorni sui colli piacentini e non mangiare lo gnocco fritto né bere vino?
Si può, purtroppo: io ne sono la prova vivente.
Resta il piacere di avere scoperto posti nuovi, relativamente vicini a Milano e raggiungibili per una gita fuori porta in giornata e di aver conosciuto Bobo, golden retriever a dieta stretta causa pancreatite, la cui dieta si componeva esclusivamente di mozzarella, carne di cavallo e pasta senza glutine.
Chiamalo scemo.
Si può, purtroppo: io ne sono la prova vivente.
Resta il piacere di avere scoperto posti nuovi, relativamente vicini a Milano e raggiungibili per una gita fuori porta in giornata e di aver conosciuto Bobo, golden retriever a dieta stretta causa pancreatite, la cui dieta si componeva esclusivamente di mozzarella, carne di cavallo e pasta senza glutine.
Chiamalo scemo.
6.7.07
The walking man
Se fossi in un espisodio di Ai confini della realtà dovrei incominciare a preoccuparmi, supponendo di esser vittima di un qualche strano disegno.
C'è un ragazzo, piccolo e magro, vestito con un completo scuro e camicia bordeaux, indossa occhiali con la montatura di plastica nera, ha i capelli pettinati alla Robert Smith. Cammina. Sempre. E' sempre vestito di scuro.
Lo incontro di continuo.
La prima volta l'ho visto nell'atrio dell'ufficio, ci siamo incrociati sulla soglia dell'ascensore, il suo ciuffo all'altezza del mio naso. Non ci ho fatto troppo caso, nonostante alcuni piani brulichino di Accentati in giacca e cravatta col capello pettinato a schiaffo da Jean Luis David, c'è ancora una buona dose di gente stramba in questo palazzo, nell'atrio incontri ogni genere di look.
Poco tempo dopo l'ho incontrato mentre arrancavo sul cavalcavia in sella alla mia bici, col miraggio di una doccia rilassante a casa. Aveva i sacchi della slunga e camminava sul cavalcavia, al bordo della strada. Vestito di nero, con la camicia bordeaux e il ciuffo al vento.
Ieri, mentre sempre in sella alla mia bici avevo svalicato e scendevo dal cavalcavia con il vento nei capelli, ho buttato l'occhio giù e l'ho visto ancora. Capello cotonato e completo nero, camminava sotto il sole impietoso del tardo pomeriggio, solitario, sul bordo della strada ad alto scorrimento, niente borse niente sacchetti, diretto chissà per quale scopo verso la zona industriale.
Chissà dove lo incontrerò la prossima volta, sarà ancora vestito di scuro? Camminerà?
Se fossi in un espisodio di Ai confini della realtà dovrei incominciare a preoccuparmi, supponendo di esser vittima di un qualche strano disegno.
C'è un ragazzo, piccolo e magro, vestito con un completo scuro e camicia bordeaux, indossa occhiali con la montatura di plastica nera, ha i capelli pettinati alla Robert Smith. Cammina. Sempre. E' sempre vestito di scuro.
Lo incontro di continuo.
La prima volta l'ho visto nell'atrio dell'ufficio, ci siamo incrociati sulla soglia dell'ascensore, il suo ciuffo all'altezza del mio naso. Non ci ho fatto troppo caso, nonostante alcuni piani brulichino di Accentati in giacca e cravatta col capello pettinato a schiaffo da Jean Luis David, c'è ancora una buona dose di gente stramba in questo palazzo, nell'atrio incontri ogni genere di look.
Poco tempo dopo l'ho incontrato mentre arrancavo sul cavalcavia in sella alla mia bici, col miraggio di una doccia rilassante a casa. Aveva i sacchi della slunga e camminava sul cavalcavia, al bordo della strada. Vestito di nero, con la camicia bordeaux e il ciuffo al vento.
Ieri, mentre sempre in sella alla mia bici avevo svalicato e scendevo dal cavalcavia con il vento nei capelli, ho buttato l'occhio giù e l'ho visto ancora. Capello cotonato e completo nero, camminava sotto il sole impietoso del tardo pomeriggio, solitario, sul bordo della strada ad alto scorrimento, niente borse niente sacchetti, diretto chissà per quale scopo verso la zona industriale.
Chissà dove lo incontrerò la prossima volta, sarà ancora vestito di scuro? Camminerà?
4.7.07
Io non sono una isterica pazza, non usualmente almeno. Può capitare che durante la mia vita io abbia fatto qualche scena, ma di media sono una persona ragionevole (vero?).
Non sono nemmeno una violenta, anche se certe volte posso aver augurato atroci sofferenze a qualche imbecille che mi ha tagliato la strada ed ha tentato di uccidermi, mentre rispettosa del codice della strada me ne giravo a bordo di Baby.
Solo poche volte nella vita ho sognato di fare del male alle persone, per la precisione due. Una era la mia prof d'italiano delle superiori che dopo anni di mia onorata carriera di scrittrice di temi con voti dal 7 e 1/2 in su, aveva deciso che non ero degna di un voto maggiore di un 5/6, qualunque cosa io scrivessi e qualunque fosse l'impegno profuso.
L'altra era la mia chitarrista che dopo un paio di mesi di vita affiatata si era fidanzata ed aveva iniziato a bidonarci con una regolarità sorprendente, per poi sparire tenendosi in ostaggio una mia gonna e la mia chitarra.
Ultimamente mi capita spesso di sognare di litigare in ufficio, di urlare di tutto al cliente ed andarmene e solo dopo questo sfogo catartico domandarmi quali ne possano essere le conseguenze.
Ieri non avevo più voglia di sentire l'AM che tentava di convincermi che avrei dovuto fare un lavoro che non mi spettava ed esserne contenta e che voleva dimostrarmi che oltretutto il lavoro mi spettava quando era evidente che non fosse così. Alla fine gli ho detto a voce abbastanza alta "Ok hai ragione, faccio questa cosa, non voglio più perder tempo a parlare del perchè e del per come" e me ne sono andata dicendo un "ciao" che suonava più come un vaffanculo.
Lo sento sono al limite, la prossima volta gli dirò "vaffanculo non lo faccio" e passerò dalla parte del torto con tutte le conseguenze del caso.
Non so se sono giunta al limite di sopportazione della vita in ufficio o della vita in questo ufficio.
Baratterei volentieri un po' di sicurezze per un po' di libertà. Non ho nemmeno 32 anni cavolo! Non posso essere già sul punto di sognare un posto da impiegata delle poste. Che, detto fra noi, vista la media, anche bendata e con le mani legate dietro la schiena sarei una impiegata della posta iperefficiente.
Non sono nemmeno una violenta, anche se certe volte posso aver augurato atroci sofferenze a qualche imbecille che mi ha tagliato la strada ed ha tentato di uccidermi, mentre rispettosa del codice della strada me ne giravo a bordo di Baby.
Solo poche volte nella vita ho sognato di fare del male alle persone, per la precisione due. Una era la mia prof d'italiano delle superiori che dopo anni di mia onorata carriera di scrittrice di temi con voti dal 7 e 1/2 in su, aveva deciso che non ero degna di un voto maggiore di un 5/6, qualunque cosa io scrivessi e qualunque fosse l'impegno profuso.
L'altra era la mia chitarrista che dopo un paio di mesi di vita affiatata si era fidanzata ed aveva iniziato a bidonarci con una regolarità sorprendente, per poi sparire tenendosi in ostaggio una mia gonna e la mia chitarra.
Ultimamente mi capita spesso di sognare di litigare in ufficio, di urlare di tutto al cliente ed andarmene e solo dopo questo sfogo catartico domandarmi quali ne possano essere le conseguenze.
Ieri non avevo più voglia di sentire l'AM che tentava di convincermi che avrei dovuto fare un lavoro che non mi spettava ed esserne contenta e che voleva dimostrarmi che oltretutto il lavoro mi spettava quando era evidente che non fosse così. Alla fine gli ho detto a voce abbastanza alta "Ok hai ragione, faccio questa cosa, non voglio più perder tempo a parlare del perchè e del per come" e me ne sono andata dicendo un "ciao" che suonava più come un vaffanculo.
Lo sento sono al limite, la prossima volta gli dirò "vaffanculo non lo faccio" e passerò dalla parte del torto con tutte le conseguenze del caso.
Non so se sono giunta al limite di sopportazione della vita in ufficio o della vita in questo ufficio.
Baratterei volentieri un po' di sicurezze per un po' di libertà. Non ho nemmeno 32 anni cavolo! Non posso essere già sul punto di sognare un posto da impiegata delle poste. Che, detto fra noi, vista la media, anche bendata e con le mani legate dietro la schiena sarei una impiegata della posta iperefficiente.
3.7.07
2.7.07
Mi sono impegnata, ho comprato vasetti di vetro nuovi con relativi tappi, li ho lavati con acqua calda e sapone e, per maggior sicurezza, li ho anche fatti bollire per 10 minuti.
Le prugne le ho comprate al mercato del sabato, mentre le estraevo dalla sportina per metterle in frigo si è verificato quello che, a posteriori, posso definire come un incidente illuminante dell'esito del mio esperimento. La busta in carta che conteneva le prugne si è rotta sul fondo facendo cadere i frutti sul pavimento di cucina.
Ho lavato la frutta, l'ho tagliata in pezzi eliminando noccioli e piccioli, l'ho messa a bollire a fuoco vivo con zucchero e pectina. Sembravo una professionista, vasetti diposti ordinatamente sul tavolo in attesa di essere riempiti, pentolone formato famiglia gorgogliante di futta in ebollizione, riempimento dei vasetti senza spargimento di materiale sul piano di lavoro. Tutto bene fino alla tappatura quando improvvisamente uno dei vasetti, non avendo più lo sfogo verso l'alto, ha deciso di eiettare il fondo e il contenuto sul tavolo.
Arginati danni ho provveduto a completare il reportage fotografico, dal quale si potrebbe evincere che sono una precisina, ma si sa, è tutta scena.
Etichette:
casalinga disperata,
cucina
29.6.07
Mi avessero detto, anche solo sei mesi fa, che prima o poi sarei finita ad ascoltare musica da medit@zione intitolata Chakr@ Suite, sarei scoppiata a ridere. Invece il lavoro preparatorio alla danza con elementi di yoga mi ha inaspettatamente affascinato per la carica che mi infonde, quindi mi sono detta che avrei potuto farlo anche a casa per conto mio.
A onor del vero, oggi la prima reazione all'ascolto del cd è stato sprofondare in stato catatonico sul divano col libro di Chatwin sulla faccia. Dopo una sana dormita però, con un nuovo cd nel lettore, ho salutato il sole ed ora mi sento pimpante.
La prova del nove sarà la settimana prossima, dovrò trovare la forza di esercitarmi anche durante i giorni lavorativi e dovrò vedere se i miei esercizi riescono a farmi affrontare con baldanza la giornata nel manicomio del mio ufficio o, in alternativa, a rianimarmi dopo una giornata passata lì.
A onor del vero, oggi la prima reazione all'ascolto del cd è stato sprofondare in stato catatonico sul divano col libro di Chatwin sulla faccia. Dopo una sana dormita però, con un nuovo cd nel lettore, ho salutato il sole ed ora mi sento pimpante.
La prova del nove sarà la settimana prossima, dovrò trovare la forza di esercitarmi anche durante i giorni lavorativi e dovrò vedere se i miei esercizi riescono a farmi affrontare con baldanza la giornata nel manicomio del mio ufficio o, in alternativa, a rianimarmi dopo una giornata passata lì.
28.6.07
Nulla di eclatante in questa settimana di ferie, un po' di mare a Genova e un miliardo di piccole commissioni sbrigate a Milano, molti giri in bici, un aperitivo con le amiche, l'incontro con la burocrazia siae per uno spettacolo di altre persone.
La constatazione di quanto è piccolo il mondo: vengo a sapere che M. e V. si conoscono. Lei, che io ho conosciuto qui nella grande pera, è nata e vissuta sempre a Milano , lui, che incontravo spesso ai tempi dell'Università, nato e vissuto sempre a Genova .
Lo racconto al Marito.
- Sai che M. conosce V., non trovi che il mondo sia piccolo? Voglio dire uno di Genova l'altra di Milano...
- No, non vuol dire che il mondo è piccolo, vuol dire che tutti ibalordi tarlocchi prima o poi si incontrano.
- Cioè io sarei unabalorda tarlocca?
- Sì
Ipse dixit.
La constatazione di quanto è piccolo il mondo: vengo a sapere che M. e V. si conoscono. Lei, che io ho conosciuto qui nella grande pera, è nata e vissuta sempre a Milano , lui, che incontravo spesso ai tempi dell'Università, nato e vissuto sempre a Genova .
Lo racconto al Marito.
- Sai che M. conosce V., non trovi che il mondo sia piccolo? Voglio dire uno di Genova l'altra di Milano...
- No, non vuol dire che il mondo è piccolo, vuol dire che tutti i
- Cioè io sarei una
- Sì
Ipse dixit.
Etichette:
com'è piccolo il mondo,
vacanze in città
22.6.07
Mi si sono afflosciate le surfinie. Colpa del condizionatore. Si sta così bene in casa che non ti viene in mente di uscire sul terrazzo, così non ti rendi conto che i 30 gradi di questi giorni non hanno abbattuto solo te, ma anche le tue piante.
Interessante eh? Lo immagino, ma capitemi è venerdì e la settimana prossima sono in ferie, il mio cervello è altrove.
19.6.07
La maledizione del faraone
Il teatro è piccolo, ma centrale. A due passi dalla via degli aperitivi e dei cartomanti. A prima vista non lo si nota, di certo risulta più appariscente il negozio di maschere e costumi lì a fianco, che quell'ingresso buio.
All'interno c'è un custode che parla italiano con un accento russo talmente spiccato che potresti credere di aver attraversato un confine spazio temporale e di essere in un teatro moscovita.
Si faceva cabaret in quel teatro e si narra vi si registrasse una trasmissione televisiva, nella sala danza invece studiavano le ballerine dell'accademia russa di balletto.
La stagione però è finita ed assieme a lei si è conclusa la storia del teatro stesso, inteso come luogo fisico: dopo l'azione delle ruspe sorgeranno uffici e parcheggi o magari chissà, un qualche negozio.
L'edificio comunque sembra non volerne sapere di questo snaturamento delle sue funzioni e già da qualche tempo ha incominciato a ribellarsi. Un incendio ha reso inagibili i camerini, una porta in legno si è abbattuta al suolo sfiorando chi la stava attraversando, le viti che tenevano assieme le assi del palco hanno cominciato ad alzarsi e ad attentare ai piedi scalzi di chi lo calcava, il ventilatore in sala danza si produce in ondulazioni sinistre ed i neon si sono fulminati da un po'. Infine la penultima sera, nello stanzino del quadro elettrico un cavo si è alzato ed ha fatto lo sgambetto al tecnico delle luci e del suono ammaccandogli un ginocchio.
Onore al vecchio teatro e biasimo a chi ha permesso la sua fine ingloriosa.
Il teatro è piccolo, ma centrale. A due passi dalla via degli aperitivi e dei cartomanti. A prima vista non lo si nota, di certo risulta più appariscente il negozio di maschere e costumi lì a fianco, che quell'ingresso buio.
All'interno c'è un custode che parla italiano con un accento russo talmente spiccato che potresti credere di aver attraversato un confine spazio temporale e di essere in un teatro moscovita.
Si faceva cabaret in quel teatro e si narra vi si registrasse una trasmissione televisiva, nella sala danza invece studiavano le ballerine dell'accademia russa di balletto.
La stagione però è finita ed assieme a lei si è conclusa la storia del teatro stesso, inteso come luogo fisico: dopo l'azione delle ruspe sorgeranno uffici e parcheggi o magari chissà, un qualche negozio.
L'edificio comunque sembra non volerne sapere di questo snaturamento delle sue funzioni e già da qualche tempo ha incominciato a ribellarsi. Un incendio ha reso inagibili i camerini, una porta in legno si è abbattuta al suolo sfiorando chi la stava attraversando, le viti che tenevano assieme le assi del palco hanno cominciato ad alzarsi e ad attentare ai piedi scalzi di chi lo calcava, il ventilatore in sala danza si produce in ondulazioni sinistre ed i neon si sono fulminati da un po'. Infine la penultima sera, nello stanzino del quadro elettrico un cavo si è alzato ed ha fatto lo sgambetto al tecnico delle luci e del suono ammaccandogli un ginocchio.
Onore al vecchio teatro e biasimo a chi ha permesso la sua fine ingloriosa.
18.6.07
La giornata della "perfetta danzatrice" si compone di : prove di coreografia fuori dal palco e senza musica cantando le canzoni, passeggiata in Brera a rimirare bancarelle con gioielli antichi inavvicinabili e consolazione in un gelato menta e cioccolato, prove di coreografia con musica, ma non sul palco, cazzeggio e chiacchere in sala danza nell'attesa che qualcosa accada, prove di coreografia con musica sul palco (eureka) ma con il sipario chiuso. Aperitivo sciogli gambe con cuba libre gigante e poche tartine. Trucco e parrucco alla luce di un neon sgangherato. Esibizione. Applausi. Brindisi con spumante. Crostata di fragole. Letto.
Dedicato alla presentatrice sergentessa che cercava di convincerci che siamo professioniste della scala.
Dedicato alla presentatrice sergentessa che cercava di convincerci che siamo professioniste della scala.
15.6.07
Padre di Famiglia Uno come ogni giugno, ha spedito la famigliola al mare ed è regredito in fase scapolo in libera uscita. Questa settimana si è quindi inaugurata la serie delle uscite serali coi colleghi.
A differenza degli anni passati, in cui poche fedi brillavano agli anulari ed ancora poche coppie avevano deciso di riprodursi, quest'anno l'uscita serale si è trasformata da incontro ristretto di pochi gaudenti dediditi all'alcool e alla droga che era, in una pizzata per famiglie con tavolo a doppio ferro di cavallo e intero reparto camerieri dedicato al contenimento dell'esuberanza della tavolata stessa.
I padri in libera uscita invece di staccare dalla routine si sono pertanto trovati immersi nella routine di altre famiglie, con pupi che giravano di sedia in sedia, di collega in collega.
Io e il Marito, prudentemente assiepati nel gruppo "belli i bimbi sì, ma da lontano", abbiamo osservato il paesaggio umano circostante relativamente al sicuro.
Fra i giovani virgulti c'era quello con gli occhioni dolci della mamma e lo sguardo timido, l'emulo dei beatles col capello tagliato con la scodella, la bimba bionda principessina che non da confidenza, il bimbo reattivo solo ai grissini e il piccolo teppista in erba con due fanali azzurri al posto degli occhi.
Fra i genitori c'era il partito degli apprensivi che non smollava l'erede che per brevissimi istanti, il partito degli stufi che meditavano punizioni per i non genitori del tipo stasera il mio bimbo ve lo cuccate voi così io sto tranquillo e voi capite, il partito di quelli equilibrati che non se la menavano più di tanto.
Fra le coppie non riprodotte si osservavano fenomeni del tipo, donna entusiasta con l'aria di quella che pensa di rubarsi uno dei bimbi e portarselo a casa, con marito con sguardo vitreo e goccia di sudore freddo al bordo della tempia o, viceversa, uomo entusiasta che spupazzando bambino lanciava occhiate allusive alla moglie chiaramente schifata dalla presenza di persone basse e sbavanti.
Alle undici e mezza, frastornati da tante visioni, io e il Marito abbiamo abbandonato il campo. Non è dato sapere se ciascun bambino abbia fatto ritorno alla giusta dimora o se ci siano stati rapimenti o scambi di culla. Quel che è certo è che il mio sguardo vitreo odierno non è dato dall'hang over, ma dalla prolungata esposizione alla presenza di bambini. Bei tempi quelli dell'hang over.
A differenza degli anni passati, in cui poche fedi brillavano agli anulari ed ancora poche coppie avevano deciso di riprodursi, quest'anno l'uscita serale si è trasformata da incontro ristretto di pochi gaudenti dediditi all'alcool e alla droga che era, in una pizzata per famiglie con tavolo a doppio ferro di cavallo e intero reparto camerieri dedicato al contenimento dell'esuberanza della tavolata stessa.
I padri in libera uscita invece di staccare dalla routine si sono pertanto trovati immersi nella routine di altre famiglie, con pupi che giravano di sedia in sedia, di collega in collega.
Io e il Marito, prudentemente assiepati nel gruppo "belli i bimbi sì, ma da lontano", abbiamo osservato il paesaggio umano circostante relativamente al sicuro.
Fra i giovani virgulti c'era quello con gli occhioni dolci della mamma e lo sguardo timido, l'emulo dei beatles col capello tagliato con la scodella, la bimba bionda principessina che non da confidenza, il bimbo reattivo solo ai grissini e il piccolo teppista in erba con due fanali azzurri al posto degli occhi.
Fra i genitori c'era il partito degli apprensivi che non smollava l'erede che per brevissimi istanti, il partito degli stufi che meditavano punizioni per i non genitori del tipo stasera il mio bimbo ve lo cuccate voi così io sto tranquillo e voi capite, il partito di quelli equilibrati che non se la menavano più di tanto.
Fra le coppie non riprodotte si osservavano fenomeni del tipo, donna entusiasta con l'aria di quella che pensa di rubarsi uno dei bimbi e portarselo a casa, con marito con sguardo vitreo e goccia di sudore freddo al bordo della tempia o, viceversa, uomo entusiasta che spupazzando bambino lanciava occhiate allusive alla moglie chiaramente schifata dalla presenza di persone basse e sbavanti.
Alle undici e mezza, frastornati da tante visioni, io e il Marito abbiamo abbandonato il campo. Non è dato sapere se ciascun bambino abbia fatto ritorno alla giusta dimora o se ci siano stati rapimenti o scambi di culla. Quel che è certo è che il mio sguardo vitreo odierno non è dato dall'hang over, ma dalla prolungata esposizione alla presenza di bambini. Bei tempi quelli dell'hang over.
Etichette:
genitori e figli,
vita da ufficio fuori ufficio
14.6.07
13.6.07
Metal Housewife
La mattina, per quanto io sia in coma (e infatti il Marito mi portò in dono dal salone del libro una maglietta targata narcoleptic girl), è l'unico momento in cui sono in grado di compiere qualche azione volta al mantenimento della casa in uno stato decoroso.
La meccanicità di alcuni gesti come mangiare lo yogurt, ma anche caricare la lavatrice o innaffiare le piante, mi concede ancora qualche minuto di limbo in cui sebbene in posizione eretta posso continuare il riposo notturno.
Stamattina visto che i tuoni in lontananza non mi davano garanzia di un innaffiamento naturale delle piante, ho deciso che era giunto il momento di dare acqua alle surfinie.
Mentre facevo dentro e fuori casa con in mano l'annaffiatoio verde, ho colto il mio riflesso nella porta finestra e non ho potuto fare a meno di ridere. Infradito hawaiane, pigiamino giallo a gatti, capello cotonato stile marge simpson e al polso destro un fantastico braccialetto a borchie che avevo chiesto al Marito di imprestarmi e che lui aveva pensato bene di allacciarmi al polso. Parevo appena uscita da una roulotte di qualche sobborgo della provincia americana, ci mancava che masticassi una cicca facendo le bolle ed ero pronta per un cameo in My Name is Earl.
La mattina, per quanto io sia in coma (e infatti il Marito mi portò in dono dal salone del libro una maglietta targata narcoleptic girl), è l'unico momento in cui sono in grado di compiere qualche azione volta al mantenimento della casa in uno stato decoroso.
La meccanicità di alcuni gesti come mangiare lo yogurt, ma anche caricare la lavatrice o innaffiare le piante, mi concede ancora qualche minuto di limbo in cui sebbene in posizione eretta posso continuare il riposo notturno.
Stamattina visto che i tuoni in lontananza non mi davano garanzia di un innaffiamento naturale delle piante, ho deciso che era giunto il momento di dare acqua alle surfinie.
Mentre facevo dentro e fuori casa con in mano l'annaffiatoio verde, ho colto il mio riflesso nella porta finestra e non ho potuto fare a meno di ridere. Infradito hawaiane, pigiamino giallo a gatti, capello cotonato stile marge simpson e al polso destro un fantastico braccialetto a borchie che avevo chiesto al Marito di imprestarmi e che lui aveva pensato bene di allacciarmi al polso. Parevo appena uscita da una roulotte di qualche sobborgo della provincia americana, ci mancava che masticassi una cicca facendo le bolle ed ero pronta per un cameo in My Name is Earl.
12.6.07
Il principio della fine
La crema antirughe entra nell'armamentario femminile da bagno senza farsi notare. Ad un certo punto vedi le amiche cosmetologhe che si fanno di strane boccettine contenenti sostanze anti radicale libero, senti le compagne delle medie che vantano le proprietà dell'acido glicolico e senza rendertene conto, anche se la pelle è ancora giovane e per niente grinzosa, ti ritrovi in profumeria con lo sguardo atterrito a domandare "faccio 30 anni ad agosto, che dice, sarà il caso che io inizi ad usare una crema anti rughe?". Ovviamente la commessa ti adula "la sua pelle è molto giovane" e nello stesso tempo fa leva sul tuo terrore "però sa, avvicinandosi ai 30, è meglio iniziare a prevenire". Ed alla fine esci dal negozio con crema idratante, spuma struccante, tonico rinfrescante e 100 euro di meno sul conto in banca.
L'avvento della crema anticellulite invece è più drammatico. Improvvisamente un marzo, quando dopo il letargo invernale incominci a prenderti nuovamente cura delle tue gambe fino a quel momento coperte da tripli strati di calze e pantaloni, noti il primo cuscinetto. Allora passi ad un esame approfondito e ti rendi conto che "oh cazzo tutta la cioccolata di quest'inverno mangiata davanti alla tv dopo cene ad alto contenuto di carboidrati, ecco dov'è finita". Manco il tempo di vestirti e sei a piangere sulle spalle della farmacista, supplicandola di fornirti una cura d'urto per far tornare i cuscinetti da dove sono venuti. Inutile dire che la necessità di impiastricciarsi cosce e sedere due volte al giorno con un massaggio di 15 minuti ti fa velocemente venire a patti con i cuscinetti.
Alle fiale anticaduta per i capelli invece non si è mai preparati. Che insomma di capelli se ne hanno tanti, sono lunghi e se n'è sempre persi tanti. Che ultimamente sul pavimento del bagno si formi un tappeto naturale dopo ogni passaggio del pettine, non ti sconvolge, soprattutto visto e considerato che sei miope e la mattina non indossi occhiali. Quando però te ne rendi conto, sei ancora convinta che basti un taglio un po' deciso per far tornare tutto a posto. Mai e poi mai penseresti che il parrucchiere stia per venderti un trattamento in fiale con massaggiatesta incluso, atto a convincere i tuoi bulbi capelliferi a non fare gli stronzi e a smettere di seccarsi eiettando capelli a destra e a manca. Quando la sera ti trovi davanti allo specchio coi capelli ritti alla "tutti pazzi per mary" a causa del massaggio capisci che ormai hai imboccato a grosse falcate il viale del tramonto. E ti domandi quanto potrai resistere a questa tortura del mantenimento corporeo, prima di cedere e diventare una sciattona.
La crema antirughe entra nell'armamentario femminile da bagno senza farsi notare. Ad un certo punto vedi le amiche cosmetologhe che si fanno di strane boccettine contenenti sostanze anti radicale libero, senti le compagne delle medie che vantano le proprietà dell'acido glicolico e senza rendertene conto, anche se la pelle è ancora giovane e per niente grinzosa, ti ritrovi in profumeria con lo sguardo atterrito a domandare "faccio 30 anni ad agosto, che dice, sarà il caso che io inizi ad usare una crema anti rughe?". Ovviamente la commessa ti adula "la sua pelle è molto giovane" e nello stesso tempo fa leva sul tuo terrore "però sa, avvicinandosi ai 30, è meglio iniziare a prevenire". Ed alla fine esci dal negozio con crema idratante, spuma struccante, tonico rinfrescante e 100 euro di meno sul conto in banca.
L'avvento della crema anticellulite invece è più drammatico. Improvvisamente un marzo, quando dopo il letargo invernale incominci a prenderti nuovamente cura delle tue gambe fino a quel momento coperte da tripli strati di calze e pantaloni, noti il primo cuscinetto. Allora passi ad un esame approfondito e ti rendi conto che "oh cazzo tutta la cioccolata di quest'inverno mangiata davanti alla tv dopo cene ad alto contenuto di carboidrati, ecco dov'è finita". Manco il tempo di vestirti e sei a piangere sulle spalle della farmacista, supplicandola di fornirti una cura d'urto per far tornare i cuscinetti da dove sono venuti. Inutile dire che la necessità di impiastricciarsi cosce e sedere due volte al giorno con un massaggio di 15 minuti ti fa velocemente venire a patti con i cuscinetti.
Alle fiale anticaduta per i capelli invece non si è mai preparati. Che insomma di capelli se ne hanno tanti, sono lunghi e se n'è sempre persi tanti. Che ultimamente sul pavimento del bagno si formi un tappeto naturale dopo ogni passaggio del pettine, non ti sconvolge, soprattutto visto e considerato che sei miope e la mattina non indossi occhiali. Quando però te ne rendi conto, sei ancora convinta che basti un taglio un po' deciso per far tornare tutto a posto. Mai e poi mai penseresti che il parrucchiere stia per venderti un trattamento in fiale con massaggiatesta incluso, atto a convincere i tuoi bulbi capelliferi a non fare gli stronzi e a smettere di seccarsi eiettando capelli a destra e a manca. Quando la sera ti trovi davanti allo specchio coi capelli ritti alla "tutti pazzi per mary" a causa del massaggio capisci che ormai hai imboccato a grosse falcate il viale del tramonto. E ti domandi quanto potrai resistere a questa tortura del mantenimento corporeo, prima di cedere e diventare una sciattona.
11.6.07
La cerimonia era in cima ad un bricco e se lo sposo non mi avesse dato indicazioni la sera prima via telefono ad un certo punto avrei creduto di essermi persa.
Lo sposo era calmo ed elegante, la sposa era bella e aveva tacchi strategici che non si incastravano nel selciato davanti all'ingresso della chiesa.
C'erano personaggi che associavo ad habitat tipo birrerie e feste di paese, abbigliamento sgrauso e birra media nella mano, vestiti in abito da festa. Anche io ero in divisa da matrimonio e si faticava a riconoscersi, oltre a provare il sano imbarazzo di essere colti in abiti che non ci appartengono.
La Chiesa era piccolina e restaurata di recente, i fiori rose bianche in composizioni con limoni e diffenbachia.
La nostra era la panca dei miscredenti, il miscredente alla mia destra però si era improvvisato fotografo e si aggirava per la chiesa. Io dicevo cose da miscredente senza rendermene conto, alla mia sinistra un altro miscredente diceva cose sacrileghe essendone perfettamente conscio, nel mezzo la fidanzata tentava di zittirci, ma le scappava da ridere. Questo naturalmente nei momenti della cerimonia con meno pathos, in quelli seri invece si partecipava alla commozione generale gioendo per la gioia degli sposi.
Non ci si è sottratti al lancio del riso, ma lo sposo era preparato ed indossava occhialoni da "Specialista" onde evitare il rischio cecità.
Dopo saluti baci e abbracci mi sono dileguata verso casa con in testa un atroce dubbio:
ma quando le ostie consacrate diventano rancide, che succede? Le buttano via? Ge§ù Cri§to finisce nella cassettina dell'umido?
Lo sposo era calmo ed elegante, la sposa era bella e aveva tacchi strategici che non si incastravano nel selciato davanti all'ingresso della chiesa.
C'erano personaggi che associavo ad habitat tipo birrerie e feste di paese, abbigliamento sgrauso e birra media nella mano, vestiti in abito da festa. Anche io ero in divisa da matrimonio e si faticava a riconoscersi, oltre a provare il sano imbarazzo di essere colti in abiti che non ci appartengono.
La Chiesa era piccolina e restaurata di recente, i fiori rose bianche in composizioni con limoni e diffenbachia.
La nostra era la panca dei miscredenti, il miscredente alla mia destra però si era improvvisato fotografo e si aggirava per la chiesa. Io dicevo cose da miscredente senza rendermene conto, alla mia sinistra un altro miscredente diceva cose sacrileghe essendone perfettamente conscio, nel mezzo la fidanzata tentava di zittirci, ma le scappava da ridere. Questo naturalmente nei momenti della cerimonia con meno pathos, in quelli seri invece si partecipava alla commozione generale gioendo per la gioia degli sposi.
Non ci si è sottratti al lancio del riso, ma lo sposo era preparato ed indossava occhialoni da "Specialista" onde evitare il rischio cecità.
Dopo saluti baci e abbracci mi sono dileguata verso casa con in testa un atroce dubbio:
ma quando le ostie consacrate diventano rancide, che succede? Le buttano via? Ge§ù Cri§to finisce nella cassettina dell'umido?
8.6.07
Le nuove frontiere di lott@ comunist@.
Dopo avere per anni assediato gli studenti all'uscita da scuola o davanti all'Università, hanno scoperto i call center.
Il problema è che davanti al mio ufficio c'è un call center e che stamattina mentre vagavo ancora fra il sonno e la veglia io sia stata presa al laccio da un simpatico comunist@ in giacca e cravatta.
Il quale, approfittando della mia vulnerabilità mattutina, mi ha estorto una donazione per la libertà e l'indipendenza del giornale. In cambio ho ricevuto una copia omaggio. Scorrerne il sommario è stata una esperienza extrasensoriale. Per rendere l'idea il primo articolo si intitolava "Le nostre radici bol§ceviche".
Sarei pronta a scommetere che avessi tenuto una copia di quelle che mi avevano appioppato 10 anni fa avrei trovato lo stesso titolo.
Così mi sono ritrovata a pensare quello che penso ogni qual volta vedo un metallaro "ma com'è possibile che non si siano ancora estinti?".
Dopo avere per anni assediato gli studenti all'uscita da scuola o davanti all'Università, hanno scoperto i call center.
Il problema è che davanti al mio ufficio c'è un call center e che stamattina mentre vagavo ancora fra il sonno e la veglia io sia stata presa al laccio da un simpatico comunist@ in giacca e cravatta.
Il quale, approfittando della mia vulnerabilità mattutina, mi ha estorto una donazione per la libertà e l'indipendenza del giornale. In cambio ho ricevuto una copia omaggio. Scorrerne il sommario è stata una esperienza extrasensoriale. Per rendere l'idea il primo articolo si intitolava "Le nostre radici bol§ceviche".
Sarei pronta a scommetere che avessi tenuto una copia di quelle che mi avevano appioppato 10 anni fa avrei trovato lo stesso titolo.
Così mi sono ritrovata a pensare quello che penso ogni qual volta vedo un metallaro "ma com'è possibile che non si siano ancora estinti?".
6.6.07
Ho troppa fiducia nell'informatizzazione del mondo che mi circonda.
Se un sito di una agenzia viaggi ti permette di segnalare i bonifici effettuati e io effettuo un bonifico e poi lo segnalo, mi aspetto che dopo 3 settimane mi arrivi una risposta.
Non ricevendola chiamo per informarmi e scopro che no, le segnalazioni via internet, per quanto previste, non funzionano visto che il mio bonifico pare scomparso nel nulla e non registrato in alcun luogo.
Per rimediare mi si chiede di inviare un fax, peccato che il fax indicato non funzioni.
A quanto pare l'unica soluzione è fare le cose di persona.
Se un sito di una agenzia viaggi ti permette di segnalare i bonifici effettuati e io effettuo un bonifico e poi lo segnalo, mi aspetto che dopo 3 settimane mi arrivi una risposta.
Non ricevendola chiamo per informarmi e scopro che no, le segnalazioni via internet, per quanto previste, non funzionano visto che il mio bonifico pare scomparso nel nulla e non registrato in alcun luogo.
Per rimediare mi si chiede di inviare un fax, peccato che il fax indicato non funzioni.
A quanto pare l'unica soluzione è fare le cose di persona.
4.6.07
Incazzatura delle 15.08
Mi sono trasferita in Lombardia per necessità, mi sono lamentata della nebbia, dello smog, dei ritmi forsennati, della gente chiusa, della gente che "uè figa sono di Milano ed ho fretta". Poi ho imparato a vedere i lati positivi e a goderne ed ho imparato a convivere con quelli negativi. Ho comprato casa e non mi lamento più (va beh facciamo che mi lamento solo ogni tanto).
Vorrei sapere perché i Milanesi ed i Torinesi vanno al mare in Liguria in VACANZA per loro scelta e poi si lamentano tutto il tempo della coda, della mancanza di parcheggio, del mare troppo profondo, del mare sporco, dei ciottoli, delle meduse, dei liguri scontrosi nei negozi. Porca la miseria sono loro che hanno scelto di andare in vacanza lì, il mare c'è in tanti posti. Sono loro che hanno scelto di scappare tutti i finesettimana da Milano e da Torino come se il venerdì scoppiasse una epidemia di peste bubbonica che si esaurisce la domenica sera. Andate in Toscana, andate sull'Adriatico, o continuate ad andare in Liguria basta che la smettiate di rompere i maroni.
Mi sono trasferita in Lombardia per necessità, mi sono lamentata della nebbia, dello smog, dei ritmi forsennati, della gente chiusa, della gente che "uè figa sono di Milano ed ho fretta". Poi ho imparato a vedere i lati positivi e a goderne ed ho imparato a convivere con quelli negativi. Ho comprato casa e non mi lamento più (va beh facciamo che mi lamento solo ogni tanto).
Vorrei sapere perché i Milanesi ed i Torinesi vanno al mare in Liguria in VACANZA per loro scelta e poi si lamentano tutto il tempo della coda, della mancanza di parcheggio, del mare troppo profondo, del mare sporco, dei ciottoli, delle meduse, dei liguri scontrosi nei negozi. Porca la miseria sono loro che hanno scelto di andare in vacanza lì, il mare c'è in tanti posti. Sono loro che hanno scelto di scappare tutti i finesettimana da Milano e da Torino come se il venerdì scoppiasse una epidemia di peste bubbonica che si esaurisce la domenica sera. Andate in Toscana, andate sull'Adriatico, o continuate ad andare in Liguria basta che la smettiate di rompere i maroni.
Se ieri sera avessi bevuto 7 negroni, probabilmente oggi sarei meno tuonata di quanto non sia. Due giorni di seguito di saggio di danza con prove annesse mi hanno alquanto prostrato, anche se la soddisfazione di entrare due giorni di fila all'interno dei due veli non ha prezzo.
Ovviamente oggi mi è stato assegnato il classico lavoro da scimmietta che però richiede testa sgombra ed occhio lucido, cose di cui difetto.
Buon inizio settimana.
Ovviamente oggi mi è stato assegnato il classico lavoro da scimmietta che però richiede testa sgombra ed occhio lucido, cose di cui difetto.
Buon inizio settimana.
1.6.07
Fiera di essere corsichese
Immagino di essere in ritardo di secoli, ma oggi mi sono fatta un sacco di risate con Milano is burnig, ma ancor di più con Corsico is burning.
Immagino di essere in ritardo di secoli, ma oggi mi sono fatta un sacco di risate con Milano is burnig, ma ancor di più con Corsico is burning.
31.5.07
29.5.07
La prova costume
Si avvicina giugno, arriva la prova costume. E no, non sto parlando del bikini perché
a) essendo andata a Cuba ed essendomi fatta immortalare dal marito sulla spiaggia di Rancho de Luna so già che in bikini faccio una figura da porci invece che una porca figura
b) non ho in programma molte sortite al mare questa estate quindi anche se esporrò i miei cuscinetti al mondo per qualche ora, non credo di fare grossi danni al mio ego e alla sensibilità altrui.
Sto parlando invece del temutissimo saggio di danza di fine anno e dei lavori di sartoria ad esso connessi ai quali si è accennato in precedenza.
Visitati a più riprese tutti i negozi di tessuti della città, acquistati metri e metri di bordino argentato in saldo, rifiniti i veli, decorato il reggiseno, ordinata e ricevuta la gonna da ebay non resta che agghindarsi e rimirarsi in uno specchio a figura intera. A patto che in zona ci sia una unità di rianimazione coronarica o un buon samaritano pronto a inettarci in vena una massiccia dose di valium ai primi segni di scompenso.
Ecco, 175 cm di persona in lieve sovrappeso vestiti di stoffa verde mela (di varietà granny smith per l'esattezza) già di per sé potrebbero evocare l'idea di un ortaggio ogm sfuggito al controllo di un genetista pazzo. Che dire poi del fatto che la gonna risulta trasparente già al neon della palestra, figuriamoci con le luci di un palco? E come non menzionare i danni prodotti dalla vanità che ci ha spinte ad una lampada abbrozzante che ci ha colorato di rosso acceso solo una striscia a forma di sinusoide situata esattamete a metà fra il seno e l'ombelico?
Come reagire di fronte alla nuda (nel senso letterale del termine) verità?
Ovviamente rispolverando dall'armadietto del bagno tutto il campionario di creme anti scottatura, anti cellulite e pro-snellimento. Portando religiosamente con se i precetti del dietologo. Nutrendosi principalmente di verdure e cibi poco grassi ed insapori. Nella esile speranza che nello spazio di tempo fra lunedì e sabato possano esserci dei miglioramenti significativi, salvo poi crollare sulla meringata bindi farcita di crema al limone su base di pasta frolla portata dal collega per festeggiare i suoi 31 anni.
Si avvicina giugno, arriva la prova costume. E no, non sto parlando del bikini perché
a) essendo andata a Cuba ed essendomi fatta immortalare dal marito sulla spiaggia di Rancho de Luna so già che in bikini faccio una figura da porci invece che una porca figura
b) non ho in programma molte sortite al mare questa estate quindi anche se esporrò i miei cuscinetti al mondo per qualche ora, non credo di fare grossi danni al mio ego e alla sensibilità altrui.
Sto parlando invece del temutissimo saggio di danza di fine anno e dei lavori di sartoria ad esso connessi ai quali si è accennato in precedenza.
Visitati a più riprese tutti i negozi di tessuti della città, acquistati metri e metri di bordino argentato in saldo, rifiniti i veli, decorato il reggiseno, ordinata e ricevuta la gonna da ebay non resta che agghindarsi e rimirarsi in uno specchio a figura intera. A patto che in zona ci sia una unità di rianimazione coronarica o un buon samaritano pronto a inettarci in vena una massiccia dose di valium ai primi segni di scompenso.
Ecco, 175 cm di persona in lieve sovrappeso vestiti di stoffa verde mela (di varietà granny smith per l'esattezza) già di per sé potrebbero evocare l'idea di un ortaggio ogm sfuggito al controllo di un genetista pazzo. Che dire poi del fatto che la gonna risulta trasparente già al neon della palestra, figuriamoci con le luci di un palco? E come non menzionare i danni prodotti dalla vanità che ci ha spinte ad una lampada abbrozzante che ci ha colorato di rosso acceso solo una striscia a forma di sinusoide situata esattamete a metà fra il seno e l'ombelico?
Come reagire di fronte alla nuda (nel senso letterale del termine) verità?
Ovviamente rispolverando dall'armadietto del bagno tutto il campionario di creme anti scottatura, anti cellulite e pro-snellimento. Portando religiosamente con se i precetti del dietologo. Nutrendosi principalmente di verdure e cibi poco grassi ed insapori. Nella esile speranza che nello spazio di tempo fra lunedì e sabato possano esserci dei miglioramenti significativi, salvo poi crollare sulla meringata bindi farcita di crema al limone su base di pasta frolla portata dal collega per festeggiare i suoi 31 anni.
28.5.07
Mi sono presa un giorno, venerdì, nonostante il capo avesse storto parecchio il naso quando gliel'avevo annunciato.
In stazione Centrale regnava una calma surreale, sarà che l'ora dei pendolari era lontana da venire e la popolazione dei viaggiatori era composta in prevalenza da stranieri. Solo nel mio vagone 4 norvegesi ed una australiana diretti in Francia.
A Genova mi attendevano l'odore di mare ed una giornata soleggiata. Ho pensato che finalmente ero a casa. Nonstante la mia vita si svolga altrove, qualcosa di forte mi lega alla mia città.
Lo sento nella salsedine e nell'odore di pesce marcio, lo vedo nell'espressione della gente, lo ascolto nella cadenza strascicata delle persone.
Ho riabbracciato il mio gatto e mi sono fatta venire un principio d'asma affondandogli il naso nella pelliccia, sono andata a cena da mio padre, ho costretto mia madre ad opere di cucito fino a notte fonda.
Non ho visto gli amici, non c'è stata l'occasione, ma conto di rimediare presto.
Domenica dopo esser stata in campagna dagli zii a rimirare un roseto selvaggio e a valutare la corposità del raccolto degli alberi da frutta, sono tornata a Milano per le prove di danza e poi ho passato un pomeriggio orientale a bere té e caffé egiziani guardando video di danzatrici. Ma questo meriterebbe un post a parte.
Inutile dire che sono più stanca di quando sono partita.
In stazione Centrale regnava una calma surreale, sarà che l'ora dei pendolari era lontana da venire e la popolazione dei viaggiatori era composta in prevalenza da stranieri. Solo nel mio vagone 4 norvegesi ed una australiana diretti in Francia.
A Genova mi attendevano l'odore di mare ed una giornata soleggiata. Ho pensato che finalmente ero a casa. Nonstante la mia vita si svolga altrove, qualcosa di forte mi lega alla mia città.
Lo sento nella salsedine e nell'odore di pesce marcio, lo vedo nell'espressione della gente, lo ascolto nella cadenza strascicata delle persone.
Ho riabbracciato il mio gatto e mi sono fatta venire un principio d'asma affondandogli il naso nella pelliccia, sono andata a cena da mio padre, ho costretto mia madre ad opere di cucito fino a notte fonda.
Non ho visto gli amici, non c'è stata l'occasione, ma conto di rimediare presto.
Domenica dopo esser stata in campagna dagli zii a rimirare un roseto selvaggio e a valutare la corposità del raccolto degli alberi da frutta, sono tornata a Milano per le prove di danza e poi ho passato un pomeriggio orientale a bere té e caffé egiziani guardando video di danzatrici. Ma questo meriterebbe un post a parte.
Inutile dire che sono più stanca di quando sono partita.
23.5.07
21.5.07
Un tranquillo weekend di paura con me che rimbalzo come una Palla Pazza che strumpallazza fra diversi luoghi geografici impegnata in attività improbabili.
La festa di domenica è stata un successo: orde di bambini urlanti venivano a vedere la mostra dei disegni, a impiastricciare fogli con i pennarelli, a fare palline antistress con la farina e i palloncini, a decorare portapenne.
Orde di bambini urlanti si lanciavano in riti tribali a ritmo dei colpi di batteria che l'addetto al service menava più o meno a caso per fare i suoni.
Orde di bambini urlanti davano uno smacco all'animatrice giocando a "sacco pieno sacco vuoto", che nessuno sbagliava mai.
Infine orde di bambini urlanti scoppiavano palloncini a pestoni per cercare il bigliettino che dava diritto a ritirare un premio gratuitamente.
E che facevo io in tutto questo? Piuttosto che dover avere a che fare con orde di bambini urlanti facevo l'uomo di fatica, caricando e scaricando il furgone con tavoli, sedie, lattine di bibite, sacchi di carbonella, biscotti e giocattoli. Riprendevo i bambini urlanti con la videocamera tenendomi a debita distanza e quando i genitori alla fine si erano riportati a casa le orde di bambini urlanti ed era iniziato l'intrattenimento musicale, stavo al bar a smerciare lattine e panini con le salamelle.
E anche questa volta sono sopravvisuta.
La festa di domenica è stata un successo: orde di bambini urlanti venivano a vedere la mostra dei disegni, a impiastricciare fogli con i pennarelli, a fare palline antistress con la farina e i palloncini, a decorare portapenne.
Orde di bambini urlanti si lanciavano in riti tribali a ritmo dei colpi di batteria che l'addetto al service menava più o meno a caso per fare i suoni.
Orde di bambini urlanti davano uno smacco all'animatrice giocando a "sacco pieno sacco vuoto", che nessuno sbagliava mai.
Infine orde di bambini urlanti scoppiavano palloncini a pestoni per cercare il bigliettino che dava diritto a ritirare un premio gratuitamente.
E che facevo io in tutto questo? Piuttosto che dover avere a che fare con orde di bambini urlanti facevo l'uomo di fatica, caricando e scaricando il furgone con tavoli, sedie, lattine di bibite, sacchi di carbonella, biscotti e giocattoli. Riprendevo i bambini urlanti con la videocamera tenendomi a debita distanza e quando i genitori alla fine si erano riportati a casa le orde di bambini urlanti ed era iniziato l'intrattenimento musicale, stavo al bar a smerciare lattine e panini con le salamelle.
E anche questa volta sono sopravvisuta.
Etichette:
Bambini urlanti,
festa di quartiere
18.5.07
Non sono molto presente sul blog, in realtà non sono nemmeno troppo presente a me stessa fra i mille impegni che si accavallano uno sull'altro, dalle menate lavorative alle piacevoli serate in compagnia di amici, passando per la ricerca disperata di 300 salamelle mantovane per domenica ad un prezzo conveniente.
L'unico pensiero che mi frulla per la testa costantemente è che spero che stasera qualcuno si porti a casa il montpremi del superenalotto così finirà la febbre da giocata nata qui in ufficio, che ci sta portando a devolvere alla sisal 6 euro a cranio alla settiamana.
Che dopo un po' uno si scoccia, ma praticamente è costretto a giocare, non sia mai che poi uno rimanga l'unico in tutto il gruppo di lavoro a non poter venire a fare i gestacci a coloro che entrano dicendo "Fanculo te, le tue promozioni, la telefonia di merda e anche ai due pallonari che ti fanno la pubblicità".
L'unico pensiero che mi frulla per la testa costantemente è che spero che stasera qualcuno si porti a casa il montpremi del superenalotto così finirà la febbre da giocata nata qui in ufficio, che ci sta portando a devolvere alla sisal 6 euro a cranio alla settiamana.
Che dopo un po' uno si scoccia, ma praticamente è costretto a giocare, non sia mai che poi uno rimanga l'unico in tutto il gruppo di lavoro a non poter venire a fare i gestacci a coloro che entrano dicendo "Fanculo te, le tue promozioni, la telefonia di merda e anche ai due pallonari che ti fanno la pubblicità".
17.5.07
14.5.07
Ieri primo anniversario di Matrimonio: io e il Marito decidiamo di festeggiare andando a cena in un ristorante che appropriatamente ha un nome inneggiante all'amore.
Mentre aspettiamo gli antipasti e facendoci gli occhi da triglia, facciamo considerazioni su quanto in fretta sia passato quest'anno e quanto stiamo bene insieme, dal tavolo accanto, che ospita una riunione familiare di tre generazioni, si innalza una voce. Lo zio calvo ma alla moda sta erudendo il nipote undicenne sui fatti della vita:
"Perché vedi Giacomo, non bisogna sposarsi. Mai. Perché le donne prima sono donne e poi diventano mogli, ma a quel punto sei fregato. Le donne vanno bene, le mogli no".
Mentre il marito trattiene a stento un "Amen fratello", io me la rido pensando all'analoga scena di Little Miss Sunshine in cui il nonno erudisce il nipote sul sesso.
Mentre aspettiamo gli antipasti e facendoci gli occhi da triglia, facciamo considerazioni su quanto in fretta sia passato quest'anno e quanto stiamo bene insieme, dal tavolo accanto, che ospita una riunione familiare di tre generazioni, si innalza una voce. Lo zio calvo ma alla moda sta erudendo il nipote undicenne sui fatti della vita:
"Perché vedi Giacomo, non bisogna sposarsi. Mai. Perché le donne prima sono donne e poi diventano mogli, ma a quel punto sei fregato. Le donne vanno bene, le mogli no".
Mentre il marito trattiene a stento un "Amen fratello", io me la rido pensando all'analoga scena di Little Miss Sunshine in cui il nonno erudisce il nipote sul sesso.
12.5.07
Stamattina il Marito è partito all'alba per Torino, così avendo paura di riaddormentarmi e avendo un trilione di cose da fare, mi sono alzata poco dopo che lui era uscito.
Sono riuscita ad andare al mercato di primo mattino, ma purtroppo non è servito a trovare meno gente in fila ai banche del fruttivendolo, sospetto che i vecchietti di Corsico (ossia il 90% della popolazione) inizino a girare al mercato alle 8 per andarsene alle 12.30, quando i commercianti iniziano a sbaraccare. Ho fatto spese pazze acquistando un pigiama a 10 euro, un coprispalla ed un bolerino per un totale di altri 10 euro al banco dei cinesi e, per non fare torto a nessuno, ho lasciato 10 euro al fioraio per tre piante di surfinia.
Mentre tornavo a casa, dalla via adiacente a quella in cui mi trovavo, ho sentito il classico richiamo "Signore è arrivato l'arrotino. E' arrivato l'arrotino e l'ombrellaio". Mentre procedevo in direzione della voce, mi aspettavo di vedere il classico camincino sgangherato o un'apecar, con mio sommo stupore invece mi sono trovata davanti un arrotino in Mercedes blu. Vuoi vedere che a fare l'arrotino si guadagna come a fare il dentista?
Sono riuscita ad andare al mercato di primo mattino, ma purtroppo non è servito a trovare meno gente in fila ai banche del fruttivendolo, sospetto che i vecchietti di Corsico (ossia il 90% della popolazione) inizino a girare al mercato alle 8 per andarsene alle 12.30, quando i commercianti iniziano a sbaraccare. Ho fatto spese pazze acquistando un pigiama a 10 euro, un coprispalla ed un bolerino per un totale di altri 10 euro al banco dei cinesi e, per non fare torto a nessuno, ho lasciato 10 euro al fioraio per tre piante di surfinia.
Mentre tornavo a casa, dalla via adiacente a quella in cui mi trovavo, ho sentito il classico richiamo "Signore è arrivato l'arrotino. E' arrivato l'arrotino e l'ombrellaio". Mentre procedevo in direzione della voce, mi aspettavo di vedere il classico camincino sgangherato o un'apecar, con mio sommo stupore invece mi sono trovata davanti un arrotino in Mercedes blu. Vuoi vedere che a fare l'arrotino si guadagna come a fare il dentista?
11.5.07
Cuba parte 5
Cienfuegos
Gertrudis era alla stazione degli autobus ad aspettarci con la faccia spiaccicata contro il vetro e un foglio A4 con su scritto a pennarello il mio nome. Appena le ho fatto cenno che eravamo noi coloro che stava aspettando si è aperta in un sorriso ed ha cominciato a gesticolare per indicarci l'uscita.
Poi ha accalappiato un taxi abusivo e ci ha condotti a casa sua, una casa ad un piano vicina all'hotel Jagua a punta Gorda. Da lei era come esser ospiti di una zia, che ti ha lasciato la camera da letto e il bagno grandi a disposizione ed ha tirato fuori il copriletto speciale per fare bella figura. La stanza era piccola ma pulitissima, con un bel condizionatore sovietico e una specie di armadio a muro.
Cienfuegos è una città all'interno di una baia con una apertura molto stretta verso il mare aperto e una lingua di terra che si allunga in mare in direzione dell'uscita, punta Gorda.
Qui abbiamo sperimentato per la prima volta il bicitaxi. Il taxista, mentre pedalava di buona lena in lieve salita per portarci in centro, aveva abbastanza fiato per chiaccherare. Dopo averci spiegato che quello a Cienfuegos è il periodo morto, non c'è nessuno e tanti locali sono chiusi, mentre in estate c'è un sacco di vita e dopo averci raccontato l'ennesimo caso di italiano ricco che trascorre sei mesi all'anno a Cuba con la sua novia, tanto non ha bisogno di lavorare, ci ha allungato un libricino dicendoci di aprirlo a pagina 36.
Potete immaginare il nostro stupore quando aprendolo ci siamo resi conto che altro non era che un libretto dei testimoni di Geova. L'infaticabile pedalatore ci ha spiegato di essere un discepolo di questo movimento religioso ed era anche pronto ad approfondire con noi l'argomento. Mentre il Marito si imbarcava in un qualche tentativo di conversazione sulla diffusione del culto in Italia io riflettevo che solo a me può capitare di essere accalappiata da un testimone di Geova a Cuba.
Anche Cienfuegos ha una via principale pedonale, su cui sono concentrati i negozi ed una piazza attorno a cui sorgono gli edifici più importanti. Essendo un luogo turistico i negozi sono più accattivanti di quelli di Santa Clara, pur rimanendo nella media cubana.
Dopo esserci introdotti in tutti i negozi, aver esplorato una galleria d'arte, aver acquistato sigari e sigarillos, aver studiato le quotazioni del ron nei vari negozi, abbiamo constatato che ci restava ancora buona parte del pomeriggio da sfruttare e le attrazioni da visitare le avevamo già setacciate in lungo e in largo, per cui abbiamo investito un euro e ci siamo infilati nel teatro locale, dove oltre ad ammirarne la struttura in legno, abbiamo potuto sbirciare le prove di uno spettacolo che si sarebbe tenuto la sera stessa, osservando coreografie di mambo e ascoltando canti a cappella accompagnati in maniera alquanto asincrona da percussioni afro.
Alla fine abbiamo deciso di tornare verso la casa particular e di goderci il tramonto al centro ricreativo di Punta Gorda, che altro non era che un giardinetto con chiosco bar sull'estrema propaggine della penisola.
La strada che porta al centro ricreativo è popolata di case a uno o due piani in legno, pare che Cienfuegos sia stata una delle poche zone dell'isola dove per un certo periodo si è risentito dell'influenza francese e che queste costruzioni ne fossero le vestigia.
Camminando per la strada silenziosa respiravo l'odore del mare e ne ascoltavo il lieve sciabordio domandandomi come io possa anestetizzarmi tanto da trovare attraente per buona parte dell'anno il naviglio che mi scorre sotto le finestre.
Al chiosco, mentre sorseggiavamo un ottimo mohito, siamo stati accalappiati da un tizio che voleva consigliarci un ristorante, ma che tutto sommato non era troppo molesto, anche se ci ha raccontato della vita di suo fratello a Minorca e di come un giorno avrebbe voluto anche lui trasferirsi in Spagna.
Il giorno successivo abbiamo deciso di concederci un giorno al mare a Rancho de Luna, una spiaggia a pochi km da Cienfuegos. E' venuto a caricarci il taxista che la signora aveva accalappiato alla stazione degli autobus e con una guida folle ha percorso in tempo record la strada fino alla spiaggia, una striscia di asfalto che sale e scende in mezzo a immense coltivazioni di mango.
La spiaggia è libera, separata dalla strada da una lingua di vegetazione bassa. Ci sono ombrelloni di paglia e la sabbia non è quella bianchissima e fine che si vede normalmente nelle foto delle spiagge tropicali, ma era lievemente rosata e a granelli grossi. Praticamente deserta, una meraviglia.
In mare c'erano diversi banchi di alghe e in una seduta breve di snorkelling ho visto ricci marini con aculei lunghissimi e qualche pesce, alcuni lievemente colorati, ma nulla di veramente tropicale. Probabilmente avremmo dovuto chiedere di farci portare all'hotel della zona dov era presente un centro immersioni che organizzava escursioni in zone più ricche di fauna, ma la pigrizia ci ha fatto accoccolare sotto l'ombrellone a goderci il meritato riposo.
Dopo una mattinata in spiaggia nonostante le precauzioni del caso e la crema protettiva superfiltrante eravamo rossi come peperoni e un pochino affaticati, così non ci è dispiaciuto troppo essere recuperati da un amico del taxista che con guida ancora più folle ci ha riportato a casa di Gertrudis, producendosi in scene tipo: noi che sorpassiamo bicicletta che sorpassa trattore e via di questo passo.
La sera dopo il giro dei bar della zona ci siamo affidati alla cucina di Gertudis che a me ha preparato pollo con patate mentre ad Andrea ha cucinato una profusione di verdure di ogni genere. Menzione d'onore al platano cucinato, sia nella versione platano verde affettato e frittto (che diventa stile patatina chips), sia in quella platano maturo caramellato.
Cienfuegos
Gertrudis era alla stazione degli autobus ad aspettarci con la faccia spiaccicata contro il vetro e un foglio A4 con su scritto a pennarello il mio nome. Appena le ho fatto cenno che eravamo noi coloro che stava aspettando si è aperta in un sorriso ed ha cominciato a gesticolare per indicarci l'uscita.
Poi ha accalappiato un taxi abusivo e ci ha condotti a casa sua, una casa ad un piano vicina all'hotel Jagua a punta Gorda. Da lei era come esser ospiti di una zia, che ti ha lasciato la camera da letto e il bagno grandi a disposizione ed ha tirato fuori il copriletto speciale per fare bella figura. La stanza era piccola ma pulitissima, con un bel condizionatore sovietico e una specie di armadio a muro.
Cienfuegos è una città all'interno di una baia con una apertura molto stretta verso il mare aperto e una lingua di terra che si allunga in mare in direzione dell'uscita, punta Gorda.
Qui abbiamo sperimentato per la prima volta il bicitaxi. Il taxista, mentre pedalava di buona lena in lieve salita per portarci in centro, aveva abbastanza fiato per chiaccherare. Dopo averci spiegato che quello a Cienfuegos è il periodo morto, non c'è nessuno e tanti locali sono chiusi, mentre in estate c'è un sacco di vita e dopo averci raccontato l'ennesimo caso di italiano ricco che trascorre sei mesi all'anno a Cuba con la sua novia, tanto non ha bisogno di lavorare, ci ha allungato un libricino dicendoci di aprirlo a pagina 36.
Potete immaginare il nostro stupore quando aprendolo ci siamo resi conto che altro non era che un libretto dei testimoni di Geova. L'infaticabile pedalatore ci ha spiegato di essere un discepolo di questo movimento religioso ed era anche pronto ad approfondire con noi l'argomento. Mentre il Marito si imbarcava in un qualche tentativo di conversazione sulla diffusione del culto in Italia io riflettevo che solo a me può capitare di essere accalappiata da un testimone di Geova a Cuba.
Anche Cienfuegos ha una via principale pedonale, su cui sono concentrati i negozi ed una piazza attorno a cui sorgono gli edifici più importanti. Essendo un luogo turistico i negozi sono più accattivanti di quelli di Santa Clara, pur rimanendo nella media cubana.
Dopo esserci introdotti in tutti i negozi, aver esplorato una galleria d'arte, aver acquistato sigari e sigarillos, aver studiato le quotazioni del ron nei vari negozi, abbiamo constatato che ci restava ancora buona parte del pomeriggio da sfruttare e le attrazioni da visitare le avevamo già setacciate in lungo e in largo, per cui abbiamo investito un euro e ci siamo infilati nel teatro locale, dove oltre ad ammirarne la struttura in legno, abbiamo potuto sbirciare le prove di uno spettacolo che si sarebbe tenuto la sera stessa, osservando coreografie di mambo e ascoltando canti a cappella accompagnati in maniera alquanto asincrona da percussioni afro.
Alla fine abbiamo deciso di tornare verso la casa particular e di goderci il tramonto al centro ricreativo di Punta Gorda, che altro non era che un giardinetto con chiosco bar sull'estrema propaggine della penisola.
La strada che porta al centro ricreativo è popolata di case a uno o due piani in legno, pare che Cienfuegos sia stata una delle poche zone dell'isola dove per un certo periodo si è risentito dell'influenza francese e che queste costruzioni ne fossero le vestigia.
Camminando per la strada silenziosa respiravo l'odore del mare e ne ascoltavo il lieve sciabordio domandandomi come io possa anestetizzarmi tanto da trovare attraente per buona parte dell'anno il naviglio che mi scorre sotto le finestre.
Al chiosco, mentre sorseggiavamo un ottimo mohito, siamo stati accalappiati da un tizio che voleva consigliarci un ristorante, ma che tutto sommato non era troppo molesto, anche se ci ha raccontato della vita di suo fratello a Minorca e di come un giorno avrebbe voluto anche lui trasferirsi in Spagna.
Il giorno successivo abbiamo deciso di concederci un giorno al mare a Rancho de Luna, una spiaggia a pochi km da Cienfuegos. E' venuto a caricarci il taxista che la signora aveva accalappiato alla stazione degli autobus e con una guida folle ha percorso in tempo record la strada fino alla spiaggia, una striscia di asfalto che sale e scende in mezzo a immense coltivazioni di mango.
La spiaggia è libera, separata dalla strada da una lingua di vegetazione bassa. Ci sono ombrelloni di paglia e la sabbia non è quella bianchissima e fine che si vede normalmente nelle foto delle spiagge tropicali, ma era lievemente rosata e a granelli grossi. Praticamente deserta, una meraviglia.
In mare c'erano diversi banchi di alghe e in una seduta breve di snorkelling ho visto ricci marini con aculei lunghissimi e qualche pesce, alcuni lievemente colorati, ma nulla di veramente tropicale. Probabilmente avremmo dovuto chiedere di farci portare all'hotel della zona dov era presente un centro immersioni che organizzava escursioni in zone più ricche di fauna, ma la pigrizia ci ha fatto accoccolare sotto l'ombrellone a goderci il meritato riposo.
Dopo una mattinata in spiaggia nonostante le precauzioni del caso e la crema protettiva superfiltrante eravamo rossi come peperoni e un pochino affaticati, così non ci è dispiaciuto troppo essere recuperati da un amico del taxista che con guida ancora più folle ci ha riportato a casa di Gertrudis, producendosi in scene tipo: noi che sorpassiamo bicicletta che sorpassa trattore e via di questo passo.
La sera dopo il giro dei bar della zona ci siamo affidati alla cucina di Gertudis che a me ha preparato pollo con patate mentre ad Andrea ha cucinato una profusione di verdure di ogni genere. Menzione d'onore al platano cucinato, sia nella versione platano verde affettato e frittto (che diventa stile patatina chips), sia in quella platano maturo caramellato.
10.5.07
Cuba parte 4
Santa Clara
Per visitare Santa Clara basta un giorno e se io e il Marito non fossimo fan degli spostamenti in pulman avremmo potuto ridurre la permanenza in loco. C'è da dire che la casa particular in cui abbiamo alloggiato, il Florida Center, era molto confortevole e caratteristica e si mangiava davvero bene. L'ingegner Angel, il proprietario, ha trovato un business molto più redditizio del lavoro statale. La casa particular infatti è un ostello/locanda a tutti gli effetti. Ha diverse camere che si affacciano tutte su di un bel patio pieno di piante e un cuoco che spignatta incessantemente aragoste. Ha anche svariati altri dipendenti che si aggirano sempre affaccendati. Coloro che non riesce ad ospitare in casa, Angel li indirizza verso altre case particular, ma si offre comunque di sfamarli a cena e a colazione. Ha anche un business con i taxi, il giorno che siamo partiti ha chiamato un suo amico, tassista abusivo, con un auto d'epoca che ci portasse fino alla stazione degli autobus.
Il centro di Santa Clara è tutto lì, raccolto sulla piazza principale (credo fosse il Parque Vidal) e nella via pedonale che ne costeggia il lato nord. I negozi sono molto socialisti, a parte una delle librerie che ha addirittura l'aria condizionata.
Se si vuole provare una esperienza extrasensoriale, si vada al caffè Rapido, una specie di fast food cubano. Si paga in moneda nacional e per 7 pesos (corrispondenti a circa 30 cent di euro ) si può ottenere un hamburger di materiale non precisato in panino da hamburger, delle patate fritte che sembrano abbastanza patate fritte e una roba che sembrano pezzettini di pastsciutta immersi in maionese che noi dal nome credevamo fosse insalata. Evitare rigorosamente la coca cola che viene pescata dentro un frigo a mestolate e messa dentro i bicchieri ed ha il gusto di chinotto sgasato. Non farsi spaventare dalla quantità di mosquitos che svolazzano in zona e soprattutto non sbirciare oltre i tendoni della cucina, ignorare ciò che si sta ingerendo è fondamentale per la sopravvivenza.
Anche se la lonely faceva terrorismo a Santa Clara gli scocciatori non ci sono, si può stare seduti al parco a prendere il fresco e guardare i bambini che giocano a baseball senza che nessuno senta la necessità di venire a chiederti se hai bisogno di un ristorante o di un taxi.
Le due attrazioni per cui Santa Clara è nota al turismo sono il museo del tren blindato e il mausoleo-museo del Che. Il primo è vicino al centro e ovviamente, ai binari del treno. Ci sono tre o quattro vagoni del famoso treno che trasportava le truppe di Batista, entro cui sono stati appesi pannelli con vari reperti tipo fucili, piede di porco usato per scardinare i binari e riproduzione di molotov usata dai rivoluzionari. C'è anche il vagone che trasportava la mitragliatrice e il caterpillar con cui i rivoluzionari asportarono definitivamente i binari. Si paga un euro e una signora, l'addetta al museo, ti racconta come si svolse la battaglia, e ti fa vedere quanto era blindato il tren blindato e quanto il Che fosse un abile stratega. Quando parla del Che sembra realmente commossa.
Nonostante all'interno dei vagoni siano appesi i cucchiai che le truppe di Batista usavano per mangiare la minestra e che oggettivamente la parola museo sia un filo esagerata, trovo che questo posto abbia una grande atmosfera. Sembra di vederli i 23 (o 32?) uomini del Che che col piede di porco e il caterpillar divelgono i binari e poi appena il treno deraglia sbarrano le vie di fuga all'esercito buttando molotov e in un'ora e mezza mettono ko 400 soldati professionisti.
Il mausoleo del Che invece è più moderno ed organizzato ed è gratuito. Prima di entrare devi depositare borse e borsine al guardaroba, quindi per i freddolosi come me conviene procurarsi una golfino per combattere lo sbalzo termico fra esterno e interno, dove ogni due teche è posizionato un pinguino delonghi che ti spara aria condizionata ad altezza ombelico. Nella prima sala è ricostruita la storia del Che, da ragazzino, da giovane medico e poi da rivoluzionario. Ci sono il certificato di nascita, l'attestato di laurea, l'inalatore per l'asma, svariati abiti e armi da fuoco e soprattutto tante fotografie. In filodiffusione un mix di canzoni dedicate al Che, alternate a brani del discorso tenuto da Castro nel 1997, quando i resti del Che e di altri guerriglieri furono trasferiti qui dalla Bolivia. Nella seconda sala si sta come al cimitero, ci sono varie lapidi con i volti dei vari guerriglieri fra cui anche il Che e una fiamma accesa sempre nel 1997 da Castro a imperitura memoria.
Sopra l'edifico che ospita le due sale, la statua di bronzo del Che, alta svariati metri circondata da steli e lapidi commemorative. Da qui si può osservare la piazza, chiamata, manco a dirlo, plaza de l
e Revolucion, immensa, con illuminazione da stadio e sul fondo l'immancabile cartello Seremos com el Che (o qualcosa di simile). Anche qui l'atmosfera è indescrivibile, il Che si staglia contro il cielo azzurro e limpido, la selezione musicale viene diffusa anche all'esterno e quando la musica lascia spazio alle parole di Castro sull'eroismo del Che, ci si può quasi immaginare la piazza gremita di gente.
Santa Clara
Per visitare Santa Clara basta un giorno e se io e il Marito non fossimo fan degli spostamenti in pulman avremmo potuto ridurre la permanenza in loco. C'è da dire che la casa particular in cui abbiamo alloggiato, il Florida Center, era molto confortevole e caratteristica e si mangiava davvero bene. L'ingegner Angel, il proprietario, ha trovato un business molto più redditizio del lavoro statale. La casa particular infatti è un ostello/locanda a tutti gli effetti. Ha diverse camere che si affacciano tutte su di un bel patio pieno di piante e un cuoco che spignatta incessantemente aragoste. Ha anche svariati altri dipendenti che si aggirano sempre affaccendati. Coloro che non riesce ad ospitare in casa, Angel li indirizza verso altre case particular, ma si offre comunque di sfamarli a cena e a colazione. Ha anche un business con i taxi, il giorno che siamo partiti ha chiamato un suo amico, tassista abusivo, con un auto d'epoca che ci portasse fino alla stazione degli autobus.
Il centro di Santa Clara è tutto lì, raccolto sulla piazza principale (credo fosse il Parque Vidal) e nella via pedonale che ne costeggia il lato nord. I negozi sono molto socialisti, a parte una delle librerie che ha addirittura l'aria condizionata.
Se si vuole provare una esperienza extrasensoriale, si vada al caffè Rapido, una specie di fast food cubano. Si paga in moneda nacional e per 7 pesos (corrispondenti a circa 30 cent di euro ) si può ottenere un hamburger di materiale non precisato in panino da hamburger, delle patate fritte che sembrano abbastanza patate fritte e una roba che sembrano pezzettini di pastsciutta immersi in maionese che noi dal nome credevamo fosse insalata. Evitare rigorosamente la coca cola che viene pescata dentro un frigo a mestolate e messa dentro i bicchieri ed ha il gusto di chinotto sgasato. Non farsi spaventare dalla quantità di mosquitos che svolazzano in zona e soprattutto non sbirciare oltre i tendoni della cucina, ignorare ciò che si sta ingerendo è fondamentale per la sopravvivenza.
Anche se la lonely faceva terrorismo a Santa Clara gli scocciatori non ci sono, si può stare seduti al parco a prendere il fresco e guardare i bambini che giocano a baseball senza che nessuno senta la necessità di venire a chiederti se hai bisogno di un ristorante o di un taxi.
Le due attrazioni per cui Santa Clara è nota al turismo sono il museo del tren blindato e il mausoleo-museo del Che. Il primo è vicino al centro e ovviamente, ai binari del treno. Ci sono tre o quattro vagoni del famoso treno che trasportava le truppe di Batista, entro cui sono stati appesi pannelli con vari reperti tipo fucili, piede di porco usato per scardinare i binari e riproduzione di molotov usata dai rivoluzionari. C'è anche il vagone che trasportava la mitragliatrice e il caterpillar con cui i rivoluzionari asportarono definitivamente i binari. Si paga un euro e una signora, l'addetta al museo, ti racconta come si svolse la battaglia, e ti fa vedere quanto era blindato il tren blindato e quanto il Che fosse un abile stratega. Quando parla del Che sembra realmente commossa.
Nonostante all'interno dei vagoni siano appesi i cucchiai che le truppe di Batista usavano per mangiare la minestra e che oggettivamente la parola museo sia un filo esagerata, trovo che questo posto abbia una grande atmosfera. Sembra di vederli i 23 (o 32?) uomini del Che che col piede di porco e il caterpillar divelgono i binari e poi appena il treno deraglia sbarrano le vie di fuga all'esercito buttando molotov e in un'ora e mezza mettono ko 400 soldati professionisti.
Il mausoleo del Che invece è più moderno ed organizzato ed è gratuito. Prima di entrare devi depositare borse e borsine al guardaroba, quindi per i freddolosi come me conviene procurarsi una golfino per combattere lo sbalzo termico fra esterno e interno, dove ogni due teche è posizionato un pinguino delonghi che ti spara aria condizionata ad altezza ombelico. Nella prima sala è ricostruita la storia del Che, da ragazzino, da giovane medico e poi da rivoluzionario. Ci sono il certificato di nascita, l'attestato di laurea, l'inalatore per l'asma, svariati abiti e armi da fuoco e soprattutto tante fotografie. In filodiffusione un mix di canzoni dedicate al Che, alternate a brani del discorso tenuto da Castro nel 1997, quando i resti del Che e di altri guerriglieri furono trasferiti qui dalla Bolivia. Nella seconda sala si sta come al cimitero, ci sono varie lapidi con i volti dei vari guerriglieri fra cui anche il Che e una fiamma accesa sempre nel 1997 da Castro a imperitura memoria.
Sopra l'edifico che ospita le due sale, la statua di bronzo del Che, alta svariati metri circondata da steli e lapidi commemorative. Da qui si può osservare la piazza, chiamata, manco a dirlo, plaza de l
e Revolucion, immensa, con illuminazione da stadio e sul fondo l'immancabile cartello Seremos com el Che (o qualcosa di simile). Anche qui l'atmosfera è indescrivibile, il Che si staglia contro il cielo azzurro e limpido, la selezione musicale viene diffusa anche all'esterno e quando la musica lascia spazio alle parole di Castro sull'eroismo del Che, ci si può quasi immaginare la piazza gremita di gente.
9.5.07
Cuba parte 3
Vinales
La visita al museo del Ron Fondazione Havana Club è saltata a causa della intossicazione alimentare che mi ha prostrato per un intero giorno, quella alla plaza de la Revolucion invece l'abbiamo recuperata in extremis il giorno del rientro.
Per poter visitare Vinales ed avere abbastanza giorni per visitare Santa Clara e Cienfuegos, abbiamo dovuto ricorrere ad una escursione organizzata di una giornata. Mentre aspettavamo davanti all'Hotel Saratoga che ci venissero a recuperare, passavano in continuazione moderni minibus con vetri oscurati, diretti alle mete più svariate. Nella mia mente si prospettava un viaggio di lusso con aria condizionata regolata secondo le mie esigenze e un gruppo ristretto di persone, invece siamo stati caricati su di un autobus Astro stile torpedone della gita dell'oratorio. In compenso Carlos, la guida, era molto preparato, parlava un inglese eccezionale e oltre a farci i soliti discorsi preconfezionati ha tentato di spiegarci un po' Cuba e di farci appassionare agli argomenti trattati. Ogni tre per due estraeva dalla sua borsa magica libri e depliant che faceva passare fra i sedili del bus per fornire ulteriori spunti di riflessione ai gitanti.
La Autopista Nacional ha meno buche di quanto le descrizioni lette sulla lonely potessero far supporre, non ci sono caselli autostradali, in compenso ogni tot km c'è una pattuglia della polizia con relativo poliziotto piantato in mezzo alla strada a fare da dissuasore per le alte velocità. Ad ogni svincolo ci sono persone che aspettano un passaggio e gli amarillos e gli azulejos che coordinano i passaggi. Questa è stata una invenzione del periodo special, quando non c'era carburante e c'era poco di tutto. Le auto statali sono costrette a dare passaggi e ci sono i coordinatori, con divise gialle o azzurre,che smistano passeggeri sulle varie auto.
Consolation è un paesino trascurabile non fosse altro che per la schiera infinita di lapidi di cittadini caduti nella guerra in Angola. Diceva Carlos che è usanza mettere lapidi e cartelli commemorativi degli eroi all'ingresso di ogni città. In genere sono meno visibili, quella sfilza di lapidi bianche però era impressionante. Credo che l'economia del paesino si fondasse sulla fabbrica di sigari che abbiamo visitato.
La fabbrica di sigari è un posto straniante. C'è una piccola stanzetta, delle dimensioni di un aula scolastica, dove una trentina di donne sedute a banchi in stile libro cuore, lavorano le foglie esterne in cui il sigaro verrà arrotolato. Le foglie devono essere belle,senza imperfezioni, loro le selezionano, eliminano il filamento centrale, le stirano con le mani umide e le passano poi al reparto arrotolatori. Questa è una stanza delle dimensioni di una palestra. Anche qui ci sono banchi in fila come se fosse un esame di maturità, ma gli arrotolatori hanno qualche strumento in più, tipo la pressa per pressare il sigaro e uno strumento per verificare il tiraggio dello stesso. In otto ore di lavoro vengono prodotti circa 140 sigari. La miscela di tabacchi che dà il gusto al sigaro viene fatta altrove e ciascun lavorante può produrre sigari di diversa tipologia, Montecristo Romeo e Giulietta etc etc etc. Poi c'è il magazzino climatizzato e la stanza dell'etichettatura e imballaggio (sulle quali sorvolo perché a quel punto avevo una nausea così terribile per via dell'odor di tabacco che non stavo ascoltando più nulla).
A Vinales ci siamo diretti al belvedere dell'hotel Jasmine, costruito dopo la rivoluzione per dare imulso turistico alla zona di Pinar del Rio, provincia cenerentola e trascurata. Si narra che a costruire l'hotel fossero i campesinos della zona e che il governo per aiutarli avesse inviato degli strumenti per facilitare il lavoro. I campesinos però credevano che gli strumenti portassero via lavoro alle persone invece che aiutarle e quindi fecero sciopero fino a che lo stato non se li riprese indietro e li lasciò lavorare come preferivano (ossia praticamente a mani nude). Nonostante questo l'albergo fu completato in tempo. Questa dell'orgoglio campesino e della tenacia del lavoro sa un po' di favola di regime, ma è una storiella comunque carina. Dal belvedere si può ammirare la vallata con i suoi mogotes, panettoni calcarei coperti di vegetazione, bellissimo. In pratica vedere quello scorcio è stato il motivo per cui ci siamo imbarcati nella gita organizzata. Sarebbe stato bello poter passeggiare nel silenzio della natura, ma l'organizzazione serrata non lo ha consentito. Invece siamo stati alla Cueva dell'indio che era una grotta con formazioni di stalattiti e stalagmiti, alcune con forme bizzarre. La particolarità del giro stava nel fatto che a metà percorso si abbandonava la terra ferma per avventurarsi in un giro in barca. Abbiamo anche visto il murale della preistoria che a mio giudizio era proprio brutto. Sarà stato anche allievo di Rivera il muralista che l'ha eseguito, ma quelle lumacone preistoriche e gli omoni rossi più che rendere attraente il paesaggio lo deturpavano (e adesso i fan dei muralisti possono pure lapidarmi, ma che ci posso fare). Certo è che Castro l'ha pensata bene come attrazione turistica, che di pulman in zona ce n'erano parecchi.
Vinales
La visita al museo del Ron Fondazione Havana Club è saltata a causa della intossicazione alimentare che mi ha prostrato per un intero giorno, quella alla plaza de la Revolucion invece l'abbiamo recuperata in extremis il giorno del rientro.
Per poter visitare Vinales ed avere abbastanza giorni per visitare Santa Clara e Cienfuegos, abbiamo dovuto ricorrere ad una escursione organizzata di una giornata. Mentre aspettavamo davanti all'Hotel Saratoga che ci venissero a recuperare, passavano in continuazione moderni minibus con vetri oscurati, diretti alle mete più svariate. Nella mia mente si prospettava un viaggio di lusso con aria condizionata regolata secondo le mie esigenze e un gruppo ristretto di persone, invece siamo stati caricati su di un autobus Astro stile torpedone della gita dell'oratorio. In compenso Carlos, la guida, era molto preparato, parlava un inglese eccezionale e oltre a farci i soliti discorsi preconfezionati ha tentato di spiegarci un po' Cuba e di farci appassionare agli argomenti trattati. Ogni tre per due estraeva dalla sua borsa magica libri e depliant che faceva passare fra i sedili del bus per fornire ulteriori spunti di riflessione ai gitanti.
La Autopista Nacional ha meno buche di quanto le descrizioni lette sulla lonely potessero far supporre, non ci sono caselli autostradali, in compenso ogni tot km c'è una pattuglia della polizia con relativo poliziotto piantato in mezzo alla strada a fare da dissuasore per le alte velocità. Ad ogni svincolo ci sono persone che aspettano un passaggio e gli amarillos e gli azulejos che coordinano i passaggi. Questa è stata una invenzione del periodo special, quando non c'era carburante e c'era poco di tutto. Le auto statali sono costrette a dare passaggi e ci sono i coordinatori, con divise gialle o azzurre,che smistano passeggeri sulle varie auto.
Consolation è un paesino trascurabile non fosse altro che per la schiera infinita di lapidi di cittadini caduti nella guerra in Angola. Diceva Carlos che è usanza mettere lapidi e cartelli commemorativi degli eroi all'ingresso di ogni città. In genere sono meno visibili, quella sfilza di lapidi bianche però era impressionante. Credo che l'economia del paesino si fondasse sulla fabbrica di sigari che abbiamo visitato.
La fabbrica di sigari è un posto straniante. C'è una piccola stanzetta, delle dimensioni di un aula scolastica, dove una trentina di donne sedute a banchi in stile libro cuore, lavorano le foglie esterne in cui il sigaro verrà arrotolato. Le foglie devono essere belle,senza imperfezioni, loro le selezionano, eliminano il filamento centrale, le stirano con le mani umide e le passano poi al reparto arrotolatori. Questa è una stanza delle dimensioni di una palestra. Anche qui ci sono banchi in fila come se fosse un esame di maturità, ma gli arrotolatori hanno qualche strumento in più, tipo la pressa per pressare il sigaro e uno strumento per verificare il tiraggio dello stesso. In otto ore di lavoro vengono prodotti circa 140 sigari. La miscela di tabacchi che dà il gusto al sigaro viene fatta altrove e ciascun lavorante può produrre sigari di diversa tipologia, Montecristo Romeo e Giulietta etc etc etc. Poi c'è il magazzino climatizzato e la stanza dell'etichettatura e imballaggio (sulle quali sorvolo perché a quel punto avevo una nausea così terribile per via dell'odor di tabacco che non stavo ascoltando più nulla).
A Vinales ci siamo diretti al belvedere dell'hotel Jasmine, costruito dopo la rivoluzione per dare imulso turistico alla zona di Pinar del Rio, provincia cenerentola e trascurata. Si narra che a costruire l'hotel fossero i campesinos della zona e che il governo per aiutarli avesse inviato degli strumenti per facilitare il lavoro. I campesinos però credevano che gli strumenti portassero via lavoro alle persone invece che aiutarle e quindi fecero sciopero fino a che lo stato non se li riprese indietro e li lasciò lavorare come preferivano (ossia praticamente a mani nude). Nonostante questo l'albergo fu completato in tempo. Questa dell'orgoglio campesino e della tenacia del lavoro sa un po' di favola di regime, ma è una storiella comunque carina. Dal belvedere si può ammirare la vallata con i suoi mogotes, panettoni calcarei coperti di vegetazione, bellissimo. In pratica vedere quello scorcio è stato il motivo per cui ci siamo imbarcati nella gita organizzata. Sarebbe stato bello poter passeggiare nel silenzio della natura, ma l'organizzazione serrata non lo ha consentito. Invece siamo stati alla Cueva dell'indio che era una grotta con formazioni di stalattiti e stalagmiti, alcune con forme bizzarre. La particolarità del giro stava nel fatto che a metà percorso si abbandonava la terra ferma per avventurarsi in un giro in barca. Abbiamo anche visto il murale della preistoria che a mio giudizio era proprio brutto. Sarà stato anche allievo di Rivera il muralista che l'ha eseguito, ma quelle lumacone preistoriche e gli omoni rossi più che rendere attraente il paesaggio lo deturpavano (e adesso i fan dei muralisti possono pure lapidarmi, ma che ci posso fare). Certo è che Castro l'ha pensata bene come attrazione turistica, che di pulman in zona ce n'erano parecchi.
8.5.07
Cuba parte II
Il Museo de la Revolucion
Posto che se uno lo visitasse seguendo il percorso corretto e non come abbiamo fatto noi dalla fine a metà in ordine cronologico inverso e poi la prima metà in ordine cronologico esatto, forse avrebbe una impressione diversa, a me il museo ha messo una tristezza infinita.
Soprattutto le ultime sale, quelle che racccontavano le varie fasi e i vari successi del socialismo cubano, dalla rivoluzione in avanti. Le foto che magnificavano le strutture ospedarliere e la diagnostica erano foto anni 80, grige e un po' ingiallite, che tutto trasmettevano salvo una sensazione di avanguardia tecnologica. E la tuta del cosmonauta cubano andato nello spazio in una missione congiunta Cuba URSS, tutta rattappita dentro una teca di vetro, che insomma una tuta spaziale mica la puoi pigiare in una teca così. E poi tutte le didascalie di spiegazione in simil - trasferello e i grafi a torta colorati in simil evidenziatore.
Le prime sale invece erano quelle che spiegavano la genesi della rivoluzione, i primi tentativi, il movimento del 26 di luglio, lo sbarco del Granma and so on. Vestiti e scarponi di Castro , abiti di guerriglieri caduti, con fori di proiettile e sangue rappreso. Plastici vari illustranti le fasi degli scontri salienti nonostante il mio passato di giocatrice di risiko, altamente incomprensibili.
Più accattivante il padiglione Granma, un padiglione in vetro all'interno del quale era custodito appunto il Granma, lo yacht con cui i fratelli Castro, Camilo Cienfuegos, Guevara ed altri innumerevoli guerriglieri naufragarono sulle spiagge di Cuba per dare inizio alla rivoluzione. Attorno al padiglione, vari camioncini blindati, aerei nemici e i missili sovietici della crisi di cuba del 1962.
Il Maleçon
A proposito di luoghi che stringono il cuore, anche il lungomare della Havana mi ha fatto questo effetto.
Venendo dal paseo del Prado, città vecchia, si ha uno scorcio del lungomare, con i suoi palazzi in stile diversi, sempre più alti e moderni mentre da la Havana Vieja si sposta lo sguardo verso il Vedado. Lo scorcio è indubbiamente accattivante. Il mare blu si rompe in volute di schiuma infrangendosi sugli scogli e sul muro che delimita il lungomare, le macchine d'epoca sfrecciano coi finestrini aperti verso lo skyline. Poi però uno decide di approfondire l'indagine e di incamminarsi verso il quarteiere turistico del Vedado, nella speranza di prendere un gelato da Coppelia e intruffolarsi all'Hotel Nacional o all'Habana Libre.
Il percorso è lungo e assolutamente sconsigliabile a chi indossa sandali aperti, ancorché anatomici (come la sottoscritta). I marciapiedi infatti non fanno eccezione allo stato di mala conservazione degli edifici adiacenti e sono ricchi di buche, mucchi di sabbia, sassolini e quantaltro possa insinuarsi fra la pianta del piede e la superfiecie interna del sandalo. Gli edifici sono scrostati e cadenti a causa dell'equazione letale salino + inquinamento ai quali si aggiungono i fattori "periodo speciale" ed embargo.
Paradossalmente nel mezzo del nulla c'è un lindissimo e modernissimo café Fiat e verrebbe da fare della facile ironia sul fatto che L@po sentisse il bisogno di aria di casa quando passeggiava sul Maleçon ed abbia pensato che altri putt@nieri italiani in trasferta avrebbero sentito la medesima necessità.
Arrivati infine in zona Hotel Nacional, eravamo storditi dal sole e della camminata quindi abbiamo rinunciato ad introdurci furtivamente nella lobby ed anche a proseguire fino al gelataio, abbiamo riposato seduti sul muretto, ci siamo presi degli schizzi nella schiena e infine abbiamo fatto la posta ad un cocotaxi che ci riportasse al Capitolio.
Capisco il facino dell'infrattamento notturno sulla muraglia del Malecon, con i lampioni ad effetto vedo non vedo, meno quello decadente dell'intonaco scrostato, tanto più che gli edifici in zona Vedado sono moderni palazzoni a più piani. Sarà che nella mia testa il fascino dei lungomari risiede nella schiera colorata delle casette dei pescatori che le costeggiano.
Il Museo de la Revolucion
Posto che se uno lo visitasse seguendo il percorso corretto e non come abbiamo fatto noi dalla fine a metà in ordine cronologico inverso e poi la prima metà in ordine cronologico esatto, forse avrebbe una impressione diversa, a me il museo ha messo una tristezza infinita.
Soprattutto le ultime sale, quelle che racccontavano le varie fasi e i vari successi del socialismo cubano, dalla rivoluzione in avanti. Le foto che magnificavano le strutture ospedarliere e la diagnostica erano foto anni 80, grige e un po' ingiallite, che tutto trasmettevano salvo una sensazione di avanguardia tecnologica. E la tuta del cosmonauta cubano andato nello spazio in una missione congiunta Cuba URSS, tutta rattappita dentro una teca di vetro, che insomma una tuta spaziale mica la puoi pigiare in una teca così. E poi tutte le didascalie di spiegazione in simil - trasferello e i grafi a torta colorati in simil evidenziatore.
Le prime sale invece erano quelle che spiegavano la genesi della rivoluzione, i primi tentativi, il movimento del 26 di luglio, lo sbarco del Granma and so on. Vestiti e scarponi di Castro , abiti di guerriglieri caduti, con fori di proiettile e sangue rappreso. Plastici vari illustranti le fasi degli scontri salienti nonostante il mio passato di giocatrice di risiko, altamente incomprensibili.
Più accattivante il padiglione Granma, un padiglione in vetro all'interno del quale era custodito appunto il Granma, lo yacht con cui i fratelli Castro, Camilo Cienfuegos, Guevara ed altri innumerevoli guerriglieri naufragarono sulle spiagge di Cuba per dare inizio alla rivoluzione. Attorno al padiglione, vari camioncini blindati, aerei nemici e i missili sovietici della crisi di cuba del 1962.
Il Maleçon
A proposito di luoghi che stringono il cuore, anche il lungomare della Havana mi ha fatto questo effetto.
Venendo dal paseo del Prado, città vecchia, si ha uno scorcio del lungomare, con i suoi palazzi in stile diversi, sempre più alti e moderni mentre da la Havana Vieja si sposta lo sguardo verso il Vedado. Lo scorcio è indubbiamente accattivante. Il mare blu si rompe in volute di schiuma infrangendosi sugli scogli e sul muro che delimita il lungomare, le macchine d'epoca sfrecciano coi finestrini aperti verso lo skyline. Poi però uno decide di approfondire l'indagine e di incamminarsi verso il quarteiere turistico del Vedado, nella speranza di prendere un gelato da Coppelia e intruffolarsi all'Hotel Nacional o all'Habana Libre.
Il percorso è lungo e assolutamente sconsigliabile a chi indossa sandali aperti, ancorché anatomici (come la sottoscritta). I marciapiedi infatti non fanno eccezione allo stato di mala conservazione degli edifici adiacenti e sono ricchi di buche, mucchi di sabbia, sassolini e quantaltro possa insinuarsi fra la pianta del piede e la superfiecie interna del sandalo. Gli edifici sono scrostati e cadenti a causa dell'equazione letale salino + inquinamento ai quali si aggiungono i fattori "periodo speciale" ed embargo.
Paradossalmente nel mezzo del nulla c'è un lindissimo e modernissimo café Fiat e verrebbe da fare della facile ironia sul fatto che L@po sentisse il bisogno di aria di casa quando passeggiava sul Maleçon ed abbia pensato che altri putt@nieri italiani in trasferta avrebbero sentito la medesima necessità.
Arrivati infine in zona Hotel Nacional, eravamo storditi dal sole e della camminata quindi abbiamo rinunciato ad introdurci furtivamente nella lobby ed anche a proseguire fino al gelataio, abbiamo riposato seduti sul muretto, ci siamo presi degli schizzi nella schiena e infine abbiamo fatto la posta ad un cocotaxi che ci riportasse al Capitolio.
Capisco il facino dell'infrattamento notturno sulla muraglia del Malecon, con i lampioni ad effetto vedo non vedo, meno quello decadente dell'intonaco scrostato, tanto più che gli edifici in zona Vedado sono moderni palazzoni a più piani. Sarà che nella mia testa il fascino dei lungomari risiede nella schiera colorata delle casette dei pescatori che le costeggiano.
Etichette:
Cuba,
Maleçon,
Museo de la Revolucion
7.5.07
Cuba, parte I
Sapevo sarebbe successo, col passare dei giorni la mia ispirazione per un resoconto di viaggio pian piano sta scemando. E di tutti gli incipit immaginati nel dormiveglia del viaggio aereo di rientro si sono dissolti come una bolla di sapone al sole.
Rimane la difficoltà di raccontare quel groviglio di sensazioni che mi hanno preso a calcare finalmente il suolo cubano dopo tanto averlo sognato.
Il primo impatto con Cuba è stata la telenovela radiofonica che il taxista stava ascoltando mentre sfrecciava dall'aeroporto verso la Habana Vieja in un pittoresco quanto disordinato traffico di mezzi di varia specie e vario grado di sgangheramento. Guardando fuori dal finestrino ricordo di aver detto al Marito, "beh però qui è più pulito che in Messico", ma ancora non eravamo arrivati nella zona del porto e in Calle Luz.
La casa particular in cui ci hanno indirizzato non era quella prenotata via internet, ma nonostante tutto non era male, anche se quanto a pulizia c'erano ampi margini di miglioramento. Ricardo, il marito della proprietaria era un signore con una bella pancetta, la coppola perennemente piantata sulla testa e un bel collarone portachiavi della coop.
Calle Cristo, dove alloggiavamo è al confine fra Habana Vieja e Habana Centro, a due passi dal Capitolio e dal Floridita. Fa parte di quella zona che la Lonely invita a visitare come esempio della vera condizione della città dopo aver visitato le strade da cartolina della città vecchia.
L'unico criminale incontrato in zona comunque era la signora del supermercato che voleva venderci 2 bottiglie d'acqua a 5 pesos convertibili l'una, contando che 1 convertibile equivale ad un dollaro americano, veniva un conto da quasi 10 euro per 1 litro d'acqua, roba che nemmeno a Venezia.
Uno dei problemi fondamentali è che ogni tre passi c'è qualcuno che vuole accalappiarti, farti salire su di un coco/bici/normo-taxi o accompagnarti in un bar o in un ristorante o in una casa particular e tutti a chiederti "ehi amico da dove vieni? Italia? Ah ma dai. Io ho un amico in Italia". E anche se sei gentile e rispondi e scambi 4 parole alla fine viene fuori lo scopo dell'abbordaggio, ricavare dalla tua presenza sul suolo cubano dei soldi. E' come essere un portafoglio ambulante. E ok che è vero, io sono "ricca", sono privilegiata, ho potuto spendere i soldi di un biglietto aereo per restare a Cuba meno di 10 giorni, in Italia spendo senza pensieri per un libro quello che guadagna un architetto cubano in un mese, è vero la gente sta male, ha difficoltà, è vero non ho mai sperimentato una situazione di disperazione e non so come mi comporterei, resta il fatto che con tutte le attenuanti del caso alla fine è faticoso e fastidioso e condiziona pesantemente il tuo modo di rapportarti alla gente. Alla fine uno si chiude, diventa anche un po' stronzo e fa finta di non sentire quando la gente gli rivolge la parola.
Sapevo sarebbe successo, col passare dei giorni la mia ispirazione per un resoconto di viaggio pian piano sta scemando. E di tutti gli incipit immaginati nel dormiveglia del viaggio aereo di rientro si sono dissolti come una bolla di sapone al sole.
Rimane la difficoltà di raccontare quel groviglio di sensazioni che mi hanno preso a calcare finalmente il suolo cubano dopo tanto averlo sognato.
Il primo impatto con Cuba è stata la telenovela radiofonica che il taxista stava ascoltando mentre sfrecciava dall'aeroporto verso la Habana Vieja in un pittoresco quanto disordinato traffico di mezzi di varia specie e vario grado di sgangheramento. Guardando fuori dal finestrino ricordo di aver detto al Marito, "beh però qui è più pulito che in Messico", ma ancora non eravamo arrivati nella zona del porto e in Calle Luz.
La casa particular in cui ci hanno indirizzato non era quella prenotata via internet, ma nonostante tutto non era male, anche se quanto a pulizia c'erano ampi margini di miglioramento. Ricardo, il marito della proprietaria era un signore con una bella pancetta, la coppola perennemente piantata sulla testa e un bel collarone portachiavi della coop.
Calle Cristo, dove alloggiavamo è al confine fra Habana Vieja e Habana Centro, a due passi dal Capitolio e dal Floridita. Fa parte di quella zona che la Lonely invita a visitare come esempio della vera condizione della città dopo aver visitato le strade da cartolina della città vecchia.
L'unico criminale incontrato in zona comunque era la signora del supermercato che voleva venderci 2 bottiglie d'acqua a 5 pesos convertibili l'una, contando che 1 convertibile equivale ad un dollaro americano, veniva un conto da quasi 10 euro per 1 litro d'acqua, roba che nemmeno a Venezia.
Uno dei problemi fondamentali è che ogni tre passi c'è qualcuno che vuole accalappiarti, farti salire su di un coco/bici/normo-taxi o accompagnarti in un bar o in un ristorante o in una casa particular e tutti a chiederti "ehi amico da dove vieni? Italia? Ah ma dai. Io ho un amico in Italia". E anche se sei gentile e rispondi e scambi 4 parole alla fine viene fuori lo scopo dell'abbordaggio, ricavare dalla tua presenza sul suolo cubano dei soldi. E' come essere un portafoglio ambulante. E ok che è vero, io sono "ricca", sono privilegiata, ho potuto spendere i soldi di un biglietto aereo per restare a Cuba meno di 10 giorni, in Italia spendo senza pensieri per un libro quello che guadagna un architetto cubano in un mese, è vero la gente sta male, ha difficoltà, è vero non ho mai sperimentato una situazione di disperazione e non so come mi comporterei, resta il fatto che con tutte le attenuanti del caso alla fine è faticoso e fastidioso e condiziona pesantemente il tuo modo di rapportarti alla gente. Alla fine uno si chiude, diventa anche un po' stronzo e fa finta di non sentire quando la gente gli rivolge la parola.
2.5.07
Ieri mentre passeggiavo per il paesiello con un gelato in mano ho ricevuto un sms che annunciava una bella notizia, rendendo il pomeriggio più allegro.
La passeggiata è stata l'unico svago di una giornata sfasata in cui io e il Marito abbiamo aperto gli occhi all'una, abbiamo fatto il brunch alle due e tra una storia e l'altra non abbiamo chiuso occhio fino alle due di notte. La festa dei lavoratori l'abbiamo dedicata a sistemare parzialmente la casa dopo il rientro dalla vacanza. La stirella e la lavatrice sono andate a tutto spiano e alla fine ho avuto parzialmente ragione del mio armadio impazzito.
Oggi poi la mia collega mi ha consegnato la mia razione di sacchetti "sotto vuoto" che la mia anima casalinga non vede l'ora di sperimentare per appiattire piumini e maglioni invernali.
Certo, se non ci fosse un nubifragio il mio ambientamento alla routine quotidiana sarebbe più facile.
La passeggiata è stata l'unico svago di una giornata sfasata in cui io e il Marito abbiamo aperto gli occhi all'una, abbiamo fatto il brunch alle due e tra una storia e l'altra non abbiamo chiuso occhio fino alle due di notte. La festa dei lavoratori l'abbiamo dedicata a sistemare parzialmente la casa dopo il rientro dalla vacanza. La stirella e la lavatrice sono andate a tutto spiano e alla fine ho avuto parzialmente ragione del mio armadio impazzito.
Oggi poi la mia collega mi ha consegnato la mia razione di sacchetti "sotto vuoto" che la mia anima casalinga non vede l'ora di sperimentare per appiattire piumini e maglioni invernali.
Certo, se non ci fosse un nubifragio il mio ambientamento alla routine quotidiana sarebbe più facile.
Etichette:
everyday life,
notizia inutili
Iscriviti a:
Post (Atom)