26.7.10

Ritorna la rubrica Provati per Voi e in grande spolvero con ben tre recensioni su un unico tema: dove pucciare le stanche membra a Milano e paraggi negli afosi finesettimana estivi prima delle vacanze.

Opzione uno: il lago di Monate.
Consigliato dal collega giovane.
Ora per i liguri che se non vanno in spiaggia sono abituati alle pozze formate dai ruscelli, andare al lago puo' sembrare una eresia. Soprattutto se comunque si deve spostare la macchina e mettersi in autostrada.
A discolpa si puo' dire che i 60 km per raggiungere il lago, comparati ai 140 km necessari a raggiungere il mare, già sono un incentivo, se poi si evita di incolonnarsi sulle autostrade dei dannati A7-A10, l'incentivo raddoppia.
Il lago di Monate è di origine glaciale, pare sia uno dei laghi più puliti d'Italia, non ci sono industrie pesanti che scaricano sostanze tossiche e la navigazione a motore è vietata. Per quale strano motivo ci sia un divieto di balneazione proprio nel tratto di lago che ho scelto per la mia puccia rinfrescante non è dato sapere. Tra l'altro il divieto è poco pubblicizzato e tutti si cacciano in acqua con grande voluttà senza conseguenze visibili almeno nell'immediato.
Io e il Marito abbiamo scelto una delle spiaggette attrezzate con prato, sabbia, campo da beach volley, lettini e quant'altro, c'è anche il ristorante e se ci si ferma alla sera c'è l'happy hour. Poca gente schiamazzante, tanti abitanti del posto. L'unica pecca è il divieto di balneazione non segnalato e l'ingresso non esattamente popolare.

Opzione due: Ondasplash
Consigliato dal padre di famiglia.
Bereguardo è a un tiro di schioppo e in caso la A7 fosse troppo congestionata si puo' fare la statale.
Pensavo fosse una piscina invece era... un calesse, anzi un parco acquatico.
Organizzato bene con ampio parcheggio (a pagamento), ha una vasca grande che da h 10 cm finisce ad altezza 2m in cui a ore stabilite viene generato un moto ondoso. Una vasca per nani urlanti. Degli scivoli che finiscono in vaschettine strette e profonde e se non ti togli in fretta qualcuno ti piomba sulla testa.
C'è lo spazio lettini e ombrelloni con la sabbia per fingere di essere al mare e poi prato verde.
Arrivando c'è preso un coccolone per la coda ed anche entrando ad una prima occhiata il panico si è impossessato di noi, dopo una rapida esplorazione però allontandoci dal bordo vasca siamo finiti in un area snobbata dai più dove abbiamo soggiornato tranquillamente per la giornata avendo a disposizione ombra e sole e spazio a sufficienza per svaccarci senza bambini molesti e adolescenti inquieti nei paraggi.
Per fare il bagno bisognava fare una passeggiata e a bordo vasca si poteva sentire l'animazione del Merendero - il dj della piscina - che fra un Heidi e una Waka Waka reclamizzava le pizzerie e le shampiste della zona, per fortuna l'effetto pastina in brodo con la gente ammassata svaniva non appena superato il limite dei 2 m di profondità , una volta raggiunto il centro della piscina si poteva restare a galleggiare a morto ad libitum.
Prezzo dell'ingresso esagerato (13€), diffidare sempre dei consigli dei padri di famiglia a meno di non appartenere alla categoria.

Opzione tre: la piscina comunale di Buccinasco
Sconsigliata da: l'insegnante di pilates
E' una normalissima piscina, con qualche metro quadrato di prato all'esterno per cui prima o dopo essersi cimentati con il nuoto, ci si puo' rosolare al sole in tranquillità. Non so come sia nei giorni torridi, nei giorni ventilati si sta bene e la magia è che le vasche sono semideserte e si puo' nuotare con estrema tranquillità. Ottimo rapporto qualità prezzo se si va solo per il pomeriggio (5,5 €), peggio se si entra la mattina perchè è necessario fare il biglietto intero (8€).

20.7.10

Se niente importa
Ho finito il libro di Foer domenica e ancora ci sto rimuginando su, nonostante ne abbia già scritto una recensione minimale su anobii.
Se niente importa non è un romanzo, ma non è nemmeno un vero libro di inchiesta perchè a parti estremamente dettagliate riguardanti l'allevamento intensivo si mescolano riflessioni personali, memorie di famiglia e racconti rielaborati di esperienze di lavoratori agricoli.
La spinta di Foer a indagare sulla produzione industriale di carne e sulle alternative possibili, nasce dall'esigenza di fare una scelta consapevole in tema di alimentazione per il figlio.
Il lavoro di indagine è durato tre anni e lo ha portato alla scoperta degli estremi della catena, dall'allevamento industriale totalmente inumano ai ranch modello della produzione sostenibile.
Sebbene le conclusioni di Foer lo portino a sostenere l'opzione vegetariana, non è un libro sulla dieta vegetariana. Essere consapevoli dell'impatto ambientale che ciò che mangiamo ha sul mondo circostante e delle conseguenze sulla nostra salute è auspicabile per chiunque, a prescindere dalla dieta che sceglie di seguire.
Sarebbe interessante un lavoro di indagine simile orientato all'allevamento industriale con standard europei e per capire quali siano le produzioni virtuose di carne in Europa e in Italia.
Sarebbe ancor più interessante che anche il mondo della produzione della soia e delle proteine vegetali normalmente consumate in una alimentazione vegetariana venisse esaminato oggettivamente e senza pietà.
La decisione di non mangiare più carne l'ho presa perchè ho fatto una promessa a il Marito, quando qualcuno vuole attirarmi nel tranello della conversazione "perchè i pesci non hanno una coscienza? e gli spinaci non soffrono quando li sradichi?" lo zittisco dicendo che l'ho fatto per amore. Stranamente è una giustificazione socialmente più accettabile che dire l'ho fatto per la mia salute, per l'ambiente o per ragioni morali. Questo la dice lunga sulla scarsa oggettività con cui si affronta il tema alimentazione.
Questo libro non sarà risolutivo, ma sicuramente è un buon punto di partenza per iniziare a porsi delle domande. Consigliatissimo a tutti.

2.7.10

Anche questo riciclone di quanto scritto sul faccialibro.
Il guardiano del faro
Lo conosciamo il giorno della fallita caccia all'alba, dopo esser stati scacciati dalla location vicino al cimitero, quando decidiamo di salire fino al faro per vedere se offre una buona visuale dell'alba sulla città.
Appurato che la vista a Est è aperta Mao – vista la brutta esperienza da cui siamo reduci – gli domanda se è possibile salire al faro verso le sei del mattino e restare lì a riprendere il sole che sorge. Lui non ha controindicazioni e dice che avvertirà il collega che presta servizio notturno dal momento che lui arriva alle sette. Chiede una mancia per entrambi.
Lo rivediamo dopo due giorni, lo vediamo sbucare a piedi da dietro la curva che porta al piazzale del faro. Ci dirà che abita a Ouakam e che viene al lavoro prendendo un ndiaga ndjae.
E' originario della Casamance, ha moglie e un figlio -uno solo perchè la vita è cara - che sono laggiù.
Prima di essere assunto dalla società che si occupa della sicurezza al faro, lavorava come autista per una ditta belga. Non guadagnava male e poteva mantenere moglie e figlio a Dakar, poi la ditta ha chiuso e si è ritrovato per strada. Ha rimandato la famiglia al villaggio e ha trovato lavoro come guardiano del faro. E' dura -ci spiega- perchè ha un solo giorno di riposo alla settimana il giovedì e l'orario di lavoro è lungo. Qui a Dakar è in compagnia dei suoi fratelli, hanno affittato una stanza ciascuno in un appartamento. Uno dei fratelli sta studiando, l'altro lavora anche lui come guardia per una società che si occupa della sicurezza negli ospedali.
La famiglia la vede una volta ogni due mesi, quando ha soldi a sufficienza per tornare.
Mao gli chiede cosa ne pensa del monumento del rinascimento africano e lui esordisce dicendo che costruire i monumenti è una cosa buona, ma che spendere miliardi di soldi pubblici per un monumento senza senso, in un paese dove molta gente non ha lavoro ed anche chi lavora fa fatica a mantenere la famiglia è una cosa stupida, non è giusto. “Ce monument c'est zero!” è il commento letterale.
Poi Mao gli chiede cosa pensa del movimento indipendentista della Casamance e se ha mai conosciuto qualcuno che ci abbia militato.
Lui non è d'accordo sull'indipendenza, dice che se si facessero investimenti per sfruttare la ricchezza della regione, tutto il Senegal ne guadagnerebbe. Ci dice che con i soldi spesi per costruire la statua si sarebbero potuti costruire molti bacini idrici per evitare le inondazioni nel periodo delle piogge e consentire alla gente di continuare a lavorare anche in quei mesi.
Invece la Casamance viene sfruttata come una riserva, i manghi ad esempio vengono raccolti ancora verdi e portati a Dakar, un mango che al paese di origine costa 25 cfa, una volta arrivato in città arriva a costarne 300 e chi li coltiva ci guadagna pochissimo.
Dice che ha conosciuto una sola persona che ha è andata nella giungla per unirsi alla guerriglia, era una promessa del calcio e se non l'avesse fatto magari adesso starebbe giocando ai mondiali, invece ha deciso di unirsi alla lotta armata.
Mao gli domanda se fa ancora parte dei guerriglieri, ma lui dice che no è stato ammazzato dopo pochi mesi, forse un anno, durante una retata dell'esercito. Uno dell'esercito ha poi riconosciuto il cadavere ed ha avvertito la famiglia così – se non altro – ha potuto avere una degna sepoltura.
Quando ce ne andiamo Mao gli lascia dei soldi e lui ringrazia dice che per lui è una grande cosa. Poi aggiunge che comunque i soldi non sono la cosa che conta e che della giornata la cosa che si porterà a casa è l'averci conosciuto ed avere parlato con noi.
Questi sono un riciclo di cose che avevo già messo sul faccialibro, però visto che non tutti i miei lettori sono amici sul faccialibro riporto anche qui.
Le taximan
Saliamo sul suo taxi domenica pomeriggio per andare al mare.
La macchina è insolitamente in ordine, i vetri sono interi, entrambe le portiere posteriori funzionano, non ci sono segni evidenti di tamponamenti.
All'interno la pulizia regna sovrana, anche il pupazzo a forma di pinguino che dondola appeso allo specchietto retrovisore è nuovissimo e si divide lo spazio con l'immancabile foto del marabout e con un arbre magic a stelle e strisce a forma di pala.
Mao gli domanda se il taxi è suo e per la prima volta dopo tanto tempo si sente rispondere di sì.
Ha 35 anni ed è quello che potremmo definire un piccolo imprenditore. Aveva un taxi vecchio e l'ha venduto, ha fatto un prestito con la banca e ne ha comprato uno nuovo. Lo guida solo lui perché non vuole problemi e sa che l'unica persona che si cura veramente di una auto è il suo proprietario.
Lavora parecchie ore al giorno, ogni giorno si pone un obiettivo e fino a che non l'ha raggiunto continua a fare corse.
Guadagna bene, circa 200.000 cfa al mese, a volte di più. Parte dei soldi vanno alla banca a copertura del prestito, con quello che gli rimane oltre a pagarsi il cibo e l'affitto, aiuta la famiglia.
Non manda semplicemente il denaro a casa, ma acquista montoni per l'allevamento che fa gestire ai fratelli. In questo modo dà lavoro e un futuro al resto della famiglia. Quando finirà di rimborsare il prestito ha intenzione di comprare un altro taxi, in modo da ampliare il suo giro di affari.
Ci viene a recuperare alla spiaggia dopo qualche ora e mentre ci riporta verso casa ci indica alcuni taxi nuovi , auto giapponesi o coreane, quelle - ci dice – sono una truffa delle banche.
La banca per acquistarli ti fa un prestito di 9 milioni di cfa e molti pensano che con quella macchina faranno molta strada e riusciranno a ripagarla. In realtà le macchine nuove sono troppo deboli per le strade accidentate di Dakar e rischiano di rompersi prima che uno sia riuscito a ripagare il prestito, lasciando il malcapitato con un debito gigantesco sulle spalle e nessuna possibilità di rimborsarlo.
Ha quello che manca a molte persone qui in Senegal, spirito di iniziativa e senso pratico. Farà della strada.

25.6.10

24 25 giugno 2010 – giorni 5 e 6
I cacciatori di albe
A parte la quotidiana immersione nel mondo dell'asilo e il contatto coi pargoli ieri della classe dei piccolini oggi della classe dei grandi e la fatica delle riprese, il leit motif dei due giorni è stata la caccia all'alba.
Ieri, rigorosamente nel primo pomeriggio con il sole allo zenit ed un tasso di umidità imbarazzante, ci siamo dedicati all'esplorazione dei tetti di Medina per scovare un luogo adatto a riprendere il sole che sorge.
Sotto la guida di Adama, che abita nel quartiere e che ha interpellato un paio di amici che abitano in palazzi dotati di terrazza sul tetto, siamo andati alla ricerca della giusta location.
Il primo palazzo era situato esattamente di fronte al palazzone piramidale della Banca centrale dell'Africa dell'ovest, che ovviamente era posizionata direttamente sulla linea su cui sorge il sole e quindi è stato prontamente scartato.
Il secondo sembrava posizionato meglio, il ragazzo che ci abitava però era al lavoro e quindi abbiamo dovuto contrattare con il guardiano per avere il permesso di andare sul tetto. Alla fine dopo una telefonata al suo responsabile il permesso è stato accordato e così in piena afa ci siamo trovati ad arrampicarci per cinque piani di scale ripidissime.
L'unica consolazione dal mio punto di vista era la speranza che l'esercizio fisico fosse propedeutico al raggiungimento di una tonicità del lato B se non proprio di livello senegalese che quantomeno ci si avvicinasse.
Il tetto aveva una visuale abbastanza sgombra eccezion fatta per l'est dove c'era un palazzo di altezza simile che ostruiva parzialmente la visuale. Quindi dopo aver provato con entrambe le bussole - non si sa mai che una delle due non funzionasse – che l'est era proprio da quel lato, siamo scesi scartando anche questa soluzione.
In preda a trance agonistica siamo quindi andati dal guardiano del palazzo che ostruiva la vista a chiedere di salire sul tetto, il tipo è stato molto gentile quindi altri cinque piani di scale ripidissime e in più per completare l'opera una scala a pioli alta e rugginosa (che un po' mi ricordava le scalette di Lost) per raggiungere il punto più alto del tetto.
Qui mentre Fabbra verificava la visuale mi sono sdraiata in prossimità del cornicione per scattare qualche foto alla città dall'alto. Le foto le ho scattate, sdraiarsi su di un tetto senegalese disabitato però non è stata un ottima idea dal punto di vista dell'igiene personale.
Infine siamo andati in missione all'orribile monumento del Rinascimento Africano. Quest'opera di incredibile bruttezza che svetta su di una collina nel quartiere di Ouakam, fortemente voluta dal presidente Wade e inaugurata ai primi di aprile, è un colosso di metallo color bronzo raffigurante una famiglia senegalese. Per un singolare mistero, non dissimile da quelli italiani, i soldi per la costruzione – appaltata ai nordcoreani che a quanto pare sono più economici dei senegalesi – sono stati attinti dai fondi pubblici, ma gli incassi delle visite alla statua finiranno tutti nelle tasche di Monsieur Le President.
La statua si trova su di una collina e per raggiungerne la base c'è una simpatica scalinata di millemilioni di scalini che abbiamo affrontato con sprezzo del pericolo sempre sotto il sole cocente, che a noi ci piace soffrire.
Fabbra ha decretato che la cima della collina era il luogo adatto per filmare l'alba e per un eccesso di scrupolo ci siamo anche fermati a chiedere ad un poliziotto se era sempre accessibile anche alle sei del mattino. Il poliziotto estremante buontempone e rilassato in sostanza ci ha detto “Trenci raga, non c'è probblema, potete venire quando volete” il che sul momento ci ha rincuorato.
Tornati a casa abbiamo controllato l'ora a cui inizia il chiarore e l'ora esatta dell'alba su internet, scoprendo che le previsioni non promettevano nulla di buono : tipo cielo coperto temporali e umidità all'80%.
Stamattina Fabbra incaricato di scrutare il cielo per capire se dare inizio o meno alla spedizione ha però decretato che le nuvole non erano molte e che quindi si poteva andare, forse il fatto che le nostre ore di sonno le avessimo passate a boccheggiare per l'umidità insopportabile avrebbe dovuto farci scattare un campanello d'allarme.
Comunque sia lavati vestiti e caffettizzati siamo arrivati in avenue charles de gaulle, siamo saltati su di un taxi e ci siamo fatti portare a Ouakam nelle tenebre più oscure.
Non appena poggiato piede sul primo gradino della scalinata i soldati di guardia però ci hanno intimato lo stop spiegandoci che l'accesso era possibile unicamente dalle 7 alle 22.30 e che quindi niente cazzi dovevamo girare i tacchi ed andarcene. Gli occhioni da cerbiatto e la richiesta di Mao se proprio non ci fosse modo di sistemare la faccenda, sono state ignorate.
Allora ci siamo trasferiti sulla strada sottostante da cui comunque si gode ancora una buona vista della città, abbiamo piazzato camera e cavalletto e ci siamo messi ad aspettare.
Cinque e cinquanta, sei, sei e dieci.... ma siamo proprio sicuri che l'est è di là se il sole deve sorgere lì com'è che c'è più chiarore più a sinistra.
Sei e venti sei e trenta... cazzo cazzo stai a vedere che abbiamo sbagliato l'inquadrazia, sposto la videocamera, no dai abbi fede, no dai guarda la bussola.
Sei e quaranta i primi curiosi che passano e si fermano a fare domande e domandare sigarette.
Sei e quarantacinque... ma il sole a che ora deve sorgere? Tipo adesso? Dov'è il sole? Non ti sembra di vedere un alone nel display? Sì, ma in cielo no.
Sei e cinquanta... ma il sito internet sarà stato attendibile? Ma il sole sorge ad est?
Sette … ma quanto tempo ancora aspettiamo prima di rassegnarci all'evidenza che il sole stamattina ha deciso di non sorgere?
Sette e cinque, un auto arriva a gran velocità e inchioda, scendono tre energumeni che cominciano a domandare “ma ce l'avete l'autorizzazione del sindaco? Avete parlato con il capo villaggio? ” Proviamo la tecnica degli gnorri “Non sapevamo che fosse necessaria l'autorizzazione, stiamo solo riprendendo il sole che sorge”. Ma l'energumeno capo “E' profanazione questa non avete rispetto, non vedete che lì sotto c'è un cimitero? Non avete rispetto per i morti” e gli assistenti energumeni “Profanazione profanazione”. E io ad uno degli energumeni “ Siamo desolati comunque guarda che non c'è il cimitero nell'inquadratura, stiamo solo riprendendo il sole che sorge” (sole quale sole?) .
E l'energumeno capo a Mao “Profanazione, qui c'è mio padre il padre di mio padre, bisogna avere rispetto per i morti, se la gente vi vede qui che riprendete viene su con i bastoni e vi mena”.
Nel frattempo Fabbra smontava tutto domandando scusa. Riposta la videocamera e chiusa l'ultima gamba del manfrotto improvvisamente uno squarcio nel cielo, il sole finalmente s'è mostrato ovviamente già alto in cielo.
Per concludere con gloria la mattinata sulla via del ritorno fermi nell'embouttillage del mattino per entrare in città, il taxista viene fermato dalla polizia per un controllo e non avendo la licenza regolare gli viene estorta una mazzetta.

23.6.10

22-23 / 07 / 2010 giorni 3 e 4
Ieri è stata la giornata dei sopralluoghi. Abbiamo iniziato andando a trovare le donne del miglio alla baraccopoli.
Senabou ci ha accolto all'ingresso della baraccopoli e ci ha portato chez Ndiouck. Come sempre gentilissime ci hanno fatto accomodare sui letti e ci hanno domandato come andavano le cose, poi hanno raccontato della grande festa che hanno fatto l'11 o 12 giugno. La conversazione si svolgeva con loro che parlavano in wolof, Amadi che traduceva in francese ed io che traducevo in italiano per Fabbra.
Pensavamo che la questione delo video fosse più semplice e che dopo la giustificatissima ed iniziale riluttanza avrebbero accettato, non sapevamo però di uno spiacevole episodio successo qualche tempo fa in merito ad un video. Dei francesi sono andati alla baraccopoli e hanno chiesto di fare delle riprese per uso personale del posto e dei suoi abitanti.
Invece hanno realizzato una specie di documentario dal taglio molto pietistico e come se non bastasse l'hanno anche venduto alla tv senegalese, così una mattina tutte le donne si sono ritrovate in onda dipinte come delle povere derelitte.
Alla fine però ci conoscono ed hanno capito le nostre motivazioni così ci hanno accordato il permesso di effettuare le riprese.
Stamattina siamo tornati all'alba per filmare il risveglio dei pargoli, la loro preparazione e il percorso fino a scuola.
In teoria l'alba erano le sette e ci saremmo dovuti svegliare alle sei, peccato che la sottoscritta ha puntato la sveglia sul cellulare con l'orario italiano quindi di fatto ha svegliato tutti con due ore di anticipo.
Ovviamente muovendosi come automi in preda al sonno ci siamo resi conto dell'errore solo quando eravamo già tutti vestiti e con una tazza di caffè in mano e Mao ha pensato di buttare un occhio all'orologio. Grazie al cielo erano tutti troppo assonnati per arrabbiarsi seriamente e quindi con molta nonchalance ci siamo ributtati in branda per un' altra ora e mezza.
Non è facile parlare del posto in cui vivono le donne del miglio, che sono persone sempre allegre vitali disponibili, ma vivono in condizioni di estrema povertà. Non è facile parlare di loro senza sentirsi una merda - termine tecnico - perchè per quanto uno lo faccia con le migliori intenzioni si sente un po' rapace come i francesi del video.
Per cui parlerò dei bambocci che mentre aspettavamo che Fabbra riprendesse i preparativi di altri mi hanno cirrcondato ed assalito ed hanno deciso che dovevano studiare questo strano essere bianco. E mi tiravano la maglia, mi salivano in braccio, mi pastrugnavano i capelli, si stupivano dei miei nei e controllavano che la mia anatomia non fosse dissimile da quella delle loro mamme. Con i bambini è più facile perchè sono bellissimi e affettuosissimi e quando sei con loro puoi anche dimenticarti
per un attimo di cosa ti circonda. Finite le riprese a casa dei bimbi li abbiamo accompagnati a scuola, io Amadi e Mao per mano con due bambini ciascuno e altri che si tenevano per mano fra loro, tutti in fila indiana a sfidare il traffico della rotonda di centenaire e l'attraversamento di avenue charles de Gaulle e Fabbra che correva qui e lì per trovare la giusta angolazione della ripresa.
Più avanti nella mattinata abbiamo anche ripreso l'intervista di Maimuna, la cuoca, anche la sua è una storia interessante, ma sarà per la prossima puntata.

21.6.10

21/6/2010 giorno 2
dopo una notte alquanto afosa stamattina ci siamo svegliati sotto un cielo lattiginoso con una cappa d'umido molto milanese, in sottofondo il vociare dei primi bimbetti che arrivavano a lezione.
Una volta fatta colazione siamo scesi a salutare le maestre ed i pargoli e siamo stati travolti dall'incredibile esuberanza dei nanetti neri che - ormai passata la fase del timido "bonjour madame" di dicembre - adesso ti saltano direttamente in braccio, si attaccano stile cozza allo scoglio e non vogliono scendere più. In tutta onestà non ci fossero state le riprese da fare me li sarei spupazzata volentieri tutta la mattina.
La prima parte delle riprese l'abbiamo fatta in cortile, si tratta dell'intervista a Mao che in teoria doveva essere la cosa più semplice da girare. In pratica un po' le condizioni climatiche proibitive tipo che Mao ci si stava squagliando al sole, un po' la timidezza iniziale davanti alla telecamera, un po' i pargoli esaltati dalla novità, l'avvio non è stato semplicissimo. Piano piano comunque abbiamo preso il ritmo e abbiamo ingranato.
Ad un certo punto è passato a trovarci Adama e così per evitare la cottura definitiva di Mao abbiamo deciso di trasferirci in strada per una intervista itinerante.
Dovevamo essere un gran bello spettacolo Adama ci precedeva e ci faceva da body guard in caso qualcuno avesse qualcosa da ridire era compito suo farci da interprete, Fabbra con in mano la camera che camminava indietro stile gambero connesso a Mao dal cavo dell'audio ed io che ero l'addetta alla segnalazione buche che tenevo Fabbra per la cintura e lo strattonavo in caso di pericolo .
Abbiamo girato un po' per le vie di Gibraltar poi preso coraggio ci siamo spostati davanti alla moschea di Medina e per le strade nei dintorni.
Per finire siamo andati al mercato per rubare qualche immagine di vita senegalese. Ovviamente col nostro grande tempismo le riprese sono state fatte con il sole allo zenit in un momento in cui l'umidità rasentava il 100%.
Al rientro per fortuna ci aspettava l'ottimo pranzo preparato da Maimuna, la cuoca che prepara il pranzo anche ai bimbetti.

20.6.10

20/6/2010 giorno 1
Siamo arrivati questa notte dopo un viaggio lungo, ma a conti fatti meno sfigato di quanto ci era parso in partenza quando, una volta accomodatici al gate B di malpensa, ci siamo resi conto che il nostro volo aveva 2 ore di ritardo.
Ovviamente per la coincidenza avevamo un'ora di tempo e cosi' per metà del viaggio siamo rimasti convinti di dover passare la no9tte a Casablanca.
Una volta in Marocco però un volo misterioso e anch'esso in ritardo ci attendeva per portarci a Dakar, dove con gran gioia di Mao ed Amadi che ci dovevano recuperare all'aeroporto siamo atterrati alle 4.30 del mattino (6.30 ora italiana).
All'aeroporto, data l'ora, c'era decisamente meno casino del solito. O forse era solo che questa volta essendo accompagnata nessun facchino ha insistito più di tanto per prendermi il bagaglio e accompagnarmi fuori.
L'asilo è in centro a Dakar, gibraltar2 che rispetto ad hlm gran medina è un quartiere meno sgarruppato. La sistemazione non è male, ma un po' mi manca la stanza
sul terrazzo di Grand Medina dove al mattino sentivi l'odore del mare. Tempo soleggiato, lieve brezza, peccato per l'umidità che ha fatto sì che circa 10 minuti dopo il mio arrivo i miei capelli assumessero una conformazione stile krusty il clown.
Le aule per fortuna oggi sono vuote, ma un giro a guardare le pile di seggioline vuote, le pettornie appese al muro e i disegni dei bambini l'ho fatto e già questo mi ha messo di buon umore.
M. compagno di viaggio delle mie avventure senegalesi giace comatoso nell'altra stanza ed ora ho anche capito come mai ha insistito per fare dormire me e F. nella stanza più fresca della casa : era tutto un trucco per dormire indisturbato!
Ora dopo circa due ore che millanto di farlo, andrò veramente a svegliarlo nella speranza finalmente di vivere dakar fuori dalle mura dell'asilo e magari anche di mangiarte qualcosina.

18.6.10

C'è che stamattina mi è arrivato l'sms di E. che mi diceva che è nato il suo secondogenito. E dire che sono mesi che penso che devo chiamarla per sapere come va la gravidanza. Mi ha preceduto l'arrivo del pupo.
Per non parlare di tutte le altre persone a cui dovrei telefonare.
C'è che però domani parto per il Senegal ho Baby da ritirare dal meccanico la casa da pulire e devo ancora fare la valigia ed ho una specie di urlo di Munch nello stomaco. Quindi scappo ci si rilegge da Dakar probabilmente.

10.6.10

Sul palco ci sono dei folletti.
Al Re Folletto hanno messo addosso una divisa da domatore o forse da usciere di hotel a 4 stelle, poi gli hanno spalmato addosso della melassa e l'hanno rotolato dentro una scatola piena di fili di lana colorati e adesso è un misto fra un usciere e un capo sioux.
Il folletto primo ministro ha una corona -azzardo di pannolenci- fatta a triangoli e anche lui ha fili di lana rossa che gli pendono dalle maniche.
Poi c'è il folletto secchione, alto secco, coi capelli biondi e gli occhiali neri, con un maglioncino grigio a cui -indovina- sono attaccati dei fili di lana. Gli ultimi due folletti hanno una specie di pigiamino da abitanti dell'enterprise, braghe nere e maglia bordeaux, e sì pure loro hanno dei fili di lana che gli pendono qui e lì, ma molti meno.
Il concerto si apre con il re dei folletti che imbraccia una chitarra acustica e suona in un silenzio quasi irreale. Sullo sfondo del palco un telo bianco di garza su cui scorrono disegni di foglie, animali, uccelli.
Alla fine del pezzo magicamente compaiono anche gli altri folletti che si alterneranno ai vari strumenti come se fossero giocatori di pallavolo che cambiano di posto in campo.
Ad un certo punto scompare il telo bianco - anche qui c'è un tocco di magia perchè non me ne rendo conto - si rivela una scenografia, una finesta con i vetri quadrati, aperta su di un lato o forse rotta.
Le luci e le immagini scorrono seguendo il ritmo della musica. E la musica com'è? Sarei tentata di dire - a costo di rischiare il linciaggio da una persona qualsiasi del compitissimo quanto entusiasta pubblico del concerto - che fra Jonsi e i Sigur Ros non si notano grosse differenze, quantomeno per un orecchio non allenato e profano. In realtà sarà che il concerto dei Sigur Ros di villa Arconati si perde nelle nebbie della memoria, mentre quello di ieri sera l'ho ancora chiaro in mente, le atmosfere sono molto meno rarefatte, la musica è più potente, la sezione ritmica si sente di più. Non è solo per la scenografia differente, la musica di Jonsi non è azzurra e verde e bianca come quella dei Sigur Ros è più blu arancio nero. Più potente insomma, nonostante la voce sia quella e sia inconfondibile.
Il pezzo finale è quello che mi rimane di più dentro, perchè nessuno sul palco si risparmia, i folletti si agitano e la musica sale in un crescendo sempre più intenso e coinvolgente e a tratti spaventoso come le immagini di pioggia e di tempesta che scorrono alle spalle dei musicisti lame bianche sui vetri, alberi squassati oltre i vetri.
I folletti non concedono bis (o forse era quello il bis) ed è giusto così perchè dopo quella tempesta qualsiasi altra cosa avrebbe stonato, solo escono sul palco finalmente rilassati e sorridenti e si godono i saluti e gli applausi entusiasti del pubblico. Poi la scaletta se la volete cercatela qui nei prossimi giorni

8.6.10

A rischio di far ripetere la scena avvenuta ieri sera, con il Marito intenzionato a regalare la fede nuziale al gatto in quanto non più fiducioso delle basi del nostro rapporto, riporto in questa sede la dichiarazione di amore universale per l'officina dove porto la moto.
E no non è perchè il boss è supertatuato, ha gli occhi azzurri ed è un bell'uomo, perchè io amo anche il meccanico con l'occhio sbrincio e la ragazza dell'amministrazione.
Baby di fatto non aveva nulla di grave, prova sia il fatto che in totale autonomia con l'ausilio di un paio di cavi della batteria l'ho messa in moto e l'ho portata all'officina e non è stato necessario che l'officina venisse da noi.
La batteria me l'hanno cambiata, la gomma me l'hanno controllata ( e grazie al cielo non era bucata) e senza che io gli dicessi nulla, hanno anche saldato i fili della freccia posteriore destra (il meccanico precedente aveva fatto un lavoro di merda e li aveva attaccati con il nastro adesivo ) e hanno rimesso la catena a nuovo.
Poi mentre io aspettavo di andare a saldare il conto, hanno spostato la moto dall'angusto parcheggio dove era infilata e me l'hanno lucidata.
Probabilmente spendo di più che in un'altra officina, ma vuoi mettere la soddisfazione di avere una moto funzionante, pulita e luccicante ?

7.6.10

Ieri il Marito sosteneva che per fare la recensione di un concerto non serve la scaletta, basta LesterBangizzarsi.
"Quindi parlare dei cazzi propri con la scusa di parlare di musica?"
"No no, basta criticare tutti"
Quindi bando alle ciancie non vi spiegherò i brividi e la pelle d'oca a sentire questa o quell'altra canzone, non vi dirò il pezzo di apertura o quello di chiusura o cosa hanno suonato nel bis.
Vi dirò invece di Ferrara e di piazzetta Castello cornice suggestiva per un concerto all'aperto, ma se invece di quel lastricato di ciottoli tondi ci fosse stata una colata di asfalto, probabilmente a fine concerto avrei avuto ancora due piedi. Menzione d'onore peraltro ai due stoici stampellati che hanno seguito il concerto al centro della piazza e da in piedi.
Vi dirò della follia della coda che partiva dal duomo e arrivava fino al'ingresso della piazza mentre io il Marito e un gruppo di amici ferraresi bivaccavamo sotto la statua di Savonarola per poi entrare dalla vuotissima entrata secondaria. E della poliziotta che mi domadava se avevo lattine o bottiglie in borsa e ad una mia risposta negativa mi lasciava passare, quando avrei potuto avere coltelli e bombe a mano (la macchina fotografica è definitivamente sdoganata puoi entrare tenendola al collo e nessuno ti dice niente).
Vi dirò che avevano messo giù transenne di burro e che a metà concerto c'è stata una interruzione e qualcuno dello staff è salito sul palco chiedendo a 5000 persone di fare un passo più indietro, come se una volta ripresa la musica, la gente non si sarebbe spostata di nuovo avanti.
Vi dirò che Dave Lovering con quella magliettina bianca a righe blu sottili, la barba e gli occhiali mi ricordava insistemente il mio vicino di casa e come questo un po' mi abbia rovinato la poesia. Che poi non lo ricordavo o non l'avevo notato nel 2004, che cavolo di macchina da guerra è quell'uomo? Pesta come un fabbro e tiene il ritmo come un metronomo anche lanciando bacchette a Joey Santiago e facendosele rilanciare indietro.
Vi dirò che Kim Deal si è scolata tipo trecento birre da sola, infatti era bella allegra rideva sempre e nei momenti di pausa faceva esercizio d'italiano dicendo "questa è la prima volta a Ferrara".
Vi dirò che Frank Black sembra un po' autistico e non dice mai un cavolo al pubblico e in controluce a fine concerto aveva una certa somiglianza con il colonnello Kurtz di Apocalypse Now.
Vi dirò che Joey Santiago secondo me è un alieno, da quando non ha più i capelli non starebbe bene sull'astronave dei Visitors?
Vi dirò anche del giovane punk con la cresta e il giubbino di jeans con la toppa dei clash sotto il palco al centro che non ha retto e a metà concerto s'è spostao in zone più tranquille e della giovane sosia bionda di Arisa che invece ha resistito tutto il tempo, di due energumeni della mafia russa che cercavano biglietti per entrare e facevano un po' paura e dell'idolo della serata, un giovane nerd con una maglietta bianca e la scritta con l'uniposca nero "I want to kiss Kim Deal".
Poi ritorno nel mio mondo ovattato:
Where is my Mind? Where is my mind? Where is my Mind....

3.6.10

A Maggio A Baggio è stata un grandissimo successo, ma è stata anche una fatica immane ed ancora oggi abbiamo alcune attività connesse al dopo festa che ci occupano tempo ed energie. Perchè spostare transenne da 30 kg l'una alle due di notte al parco di Baggio, per quanto potesse sembrare il gesto conclusivo di una lunga giornata, in realtà era solo il primo atto del dopo festa.
A distanza di dieci giorni però ho la mente sufficientemente sgombra e ho recuperato abbastanza sonno per ripensare a domenica 23 maggio e a tutte quelle cose che nel turbinio degli eventi mi hanno fatto sorridere, allarmare, mi hanno forse un po' scocciato, ma mi hanno fatto sentire parte di un evento destinato agli annali della storia del quartiere e del gruppo di persone - magari un po' sgarruppato, ma con tanto cuore - che dal nulla se l'è inventato.
E così, mentre scrivo relazioni pallose, ripercorro mentalmente le varie fasi della giornata.
La gara podistica e i bambini che al via scattano dietro alla "lepre" e quasi la superano. I bambini concentratissimi, quelli scocciati, quelli paonazzi e quelli che aspettano l'amichetto rimasto indietro per prenderlo per mano e tagliare il traguardo assieme. E poi la premiazione e gli occhi dei vincitori che brillano quando ricevono la coppa.
Il torneo di street basket, gli aficionados che già quattro anni sembravano troppo grandicelli per partecipare, ma che alla fin fine ci son sempre e sono generosi nel passare la palla.
E il pomeriggio il teatro dei burattini con i bimbi attentissimi sulle sedie e guai se la mamma li distraeva, la storia senegalese raccontata da Mohamed Ba e la frase "in Senegal non tutti i bambini vanno a scuola, molti imparano dalle storie che gli raccontano gli anziani, così quando un anziano muore si dice che è come se fosse morta una biblioteca", gli animatori professionisti vestiti da winx che va bene la tecnologia, ma alla fine se metti gioca jouer e tiri una palla per aria i bambini si divertono come pazzi.
E poi la fila immensa al bar che non si era mai vista e le salamelle esaurite anzitempo e ringraziare per una volta di non essere dietro al bancone a servire birre.
E pensare che nel frattempo, dall'altro lato del parco, fervevano i lavori per l'evento musicale e si sovrapponevano con l'evento culturale in biblioteca creando un po' di ansia e di tensione.
Ed essere la cosìdetta babysitter di Niccolo' Fabi che significa in realtà esser la galoppina della produzione e scattare sull'attenti ad ogni telefonata. E mentre alle dieci di sera tutti bene o male avevano fatto foto assieme a Fabi, si erano presentati, avevano avuto l'autografo essere l'unica che praticamente non l'aveva ancora visto. Essere ricompensata degli sforzi e del galoppare dal boss della produzione che me lo presenta dicendo "Niccolo' questo è il nostro angelo custode".
E poi assistere allo smontaggio di un neon al volo in piedi su di un tavolo in barba alla 626 e sentirsi chiedere se quel lampione là per caso non si puo' spegnere e rispondere "se hai una buona mira possiamo provare a sassate" e dopo qualche nota vedere che il lampione acceso non dà più fastidio perchè tutti sono concentrati sulla musica.
E poi recuperare pezzi a destra e a manca, smontare cose, caricare furgoni spostare transenne e stupirsi di come nonostante tutto alla fine ogni pezzo abbia trovato la giusta collocazione e stupirsi di quanto l'adrenalina possa tenerti sveglio fino a quando rientrando a casa non gratti la fiancata dell'auto contro il muro del box e ti dici che l'ordine delle cose è stato ristabilito con questa giusta dose di sfiga.

5.5.10

il 23 maggio a Baggio IV edizione della festa di quartiere A MAGGIO A BAGGIO, BELLI DIVERSI
Quest'anno la festa avrà un'ospite d'eccezione, NICCOLO' FABI. Il concerto -gratuito- si terrà in serata nel parchetto antistante la Biblioteca di Baggio.
Ad apertura del concerto di Fabi, suoneranno alcuni gruppi emergenti della zona 7.
In mattinata, torneo di street basket multietnico e gara podistica per i bambini delle elementari.
Al pomeriggio animazione, laboratori creatvi e giochi per i bambini, mostra lavori alunni della scuola Zima Garibaldi, incontro in biblioteca per gli adulti.

12.4.10

Mentre pedalavo senza meta per i campi questa mattina, dopo aver perso l'ideale percorso che avrebbe dovuto portarmi in giro fra i fontanili di Buccinasco e dintorni, ho realizzato perchè la pianura mi mette così tanta ansia.
Non è solo questione di mancanza di punti di riferimento, che non ci siano salite e discese e che non si abbia la rassicurante certezza che scendi, scendi prima o poi arrivi al mare. Non è nemmeno che ogni borgo ed ogni piccola frazioncina si assomigliano tutti, con le stradine strette, le case contadine, due cascine grosse e la chiesa col campanile di mattoni rossi che svetta nella piatta immobilità del territorio. A tratti sembra quasi che un singolo borgo sia stato clonato e la sua forma si ripeta all'infinito come un frattale.
Principalmente è che non c'è spazio per il caso, per il selvaggio, l' improvviso.
Ogni singolo centimetro di terra è stato conquistato, arato, dissodato, incanalato, seminato, piantato, falciato. Ogni corso d'acqua, ogni pozza è opera dell'uomo che la accudisce e la cura, ma la recinta anche per rivendicarne la proprietà.
In Liguria, la terra è avara e difficile da conquistare. Basta salire un po' e subito ci sono boschi in cui passeggiare, radure improvvise di cui stupirsi, ruscelli di cui risalire il corso, spiaggette su cui accomodarsi per restare un po' soli con i propri pensieri. Anche il mare a tratti ti regala territori se non proprio inesplorati, almeno poco frequentati.
La pianura non è un posto per caratteri irrequieti, ci vuole calma per apprezzarne le sfumature, pazienza per osservarne i cambiamenti. E' un posto dove praticare lo zen, magari attraverso l'obiettivo di una macchina fotografica.

9.4.10

E' arrivata la primavera, ma Baby giace ancora dormiente nel box in attesa che io mi decida a fare qualcosa per la gomma anteriore.
E' arrivato il momento di prenotare la consegna del 730 al CAF e di sistamare le scartoffie relative.
Pasqua è passata in un batter d'occhio ed è già ora di pensare alle vacanze estive, anche se il Marito dice che sono ossessiva o meglio, per dirla con parole sue, "ammazza sei un martello pneumatico".
In tutto questo una struggente nistalgia di mare e di sole e l'agghiacciante scoperta che la canzone dei Pretenders "In the middle of the road" potrebbe anche rappresentarmi... quest'anno sono 35 ed io sono convinta che morirò giovane.

19.3.10

Invictus

Out of the night that covers me,
Black as the Pit from pole to pole,
I thank whatever gods may be
For my unconquerable soul.

In the fell clutch of circumstance
I have not winced nor cried aloud.
Under the bludgeonings of chance
My head is bloody, but unbowed.

Beyond this place of wrath and tears
Looms but the Horror of the shade,
And yet the menace of the years
Finds, and shall find, me unafraid.

It matters not how strait the gate,
How charged with punishments the scroll.
I am the master of my fate:
I am the captain of my soul.
William Ernest Henley

15.3.10

Oggi si sente proprio aria di primavera.
Tornando da pranzo avevo addosso la giacchetta di velluto e il piumino senza maniche, entrambi sbottonati e sentivo un bel teporino piacevole di quelli che ti fanno pensare sole, mare, prati, sentieri, montagna, ossia tuto tranne l'inferno di asfalto e cemento che separa il bar sovraffollato dall'ufficio cripta.
Tornata alla postazione ovviamente mi sono imbattuta nel più grande disastro lavorativo degli ultimi mesi, giusto per non perdere il contatto con la realtà.

7.3.10

Esco prima dall'ufficio, ma schivo solo in parte il traffico in uscita da Milano. Il navigatore mi dice la strada anche se in realtà riuscirei a trovarla fino quasi alla meta senza alcun problema, l'autoradio spara i joy division e nonostante io sia da sola al volante il viaggio passa bene.
A Devero lascio l'auto nel parcheggio sotterraneo, scarico zaino e tutti i bagagli e mi avvio su per la strada. Sono le otto e trenta, ormai è notte e il termometro della yaris segnava -7 quando ho spento il motore.
Il primo lampione della strada è semi coperto da un ramo di un albero che si muove a causa del vento rendendo il paesaggio ancora più spettrale. Ci sono solo io in tutto il paese o così sembra.
Il rifugio è effettivamente la prima casa del paese e il custode è stato tanto gentile da lasciare la luce accesa sulla soglia. Le chiavi sono effettivamente nascoste sotto lo zerbino come da indicazioni ricevute via telefono poco prima della partenza.
Quando riesco finalmente ad entrare la stufa a pellet emette un piacevole calore, il rifugio è tutto a mia disposizione e posso scegliere con calma il letto che più mi piace.
Dopo un ora e trenta i primi del resto del gruppo mi raggiungono, grazie al cielo ho delle provviste altrimenti la poesia del fuoco, della stufa, della solitudine e del silenzio sarebbe guastato dalla fame.
Ceniamo alle undici di sera a gruppo finalmente riunito e sistemato, a mezzanotte come cenerentola, sprofondo nel mio sacco a pelo e mi addormento.
Il giorno successivo la sveglia avviene in modo abbastanza naturale alle sette e trenta. Il peggioramento del clima previsto per la serata però ha anticipato e il cielo è coperto. Aspettiamo che tutti si alzino e siano pronti, ma invece di migliorare inizia a nevicare abbastanza insistentemente.
Quando stiamo finalmente uscendo di casa vengo fermata da un gruppo di persone con ciaspole al seguito che stanno cercando il noleggio, quello che mi apostrofa si ferma un istante e carramba! è D. conosciuto esattamente un mese prima durante un altra ciaspolata. Dopo baci e abbracci gli indico il noleggio e gli auguro buona gita.
I propositi bellicosi a causa delle condizioni meteo vengono presto abbandonati in favore di un più tranquillo percorso Devero - Crampiolo, i più ardimentosi fanno una capatina fino al lago e poi tutti giù in paese per una meritata polenta in paese.
Alle cinque quando finalmente mi metto in marcia per tornare a casa il tempo è decisamente migliorato. La strada non è al massimo, ma superati i primi tornanti e le gallerie poi è libera.
Sosta strategica a Crodo in latteria e poi via verso casa in compagnia del fidato ipod.

1.3.10

All'inizio dell'anno ero carica di energie e di ottimismo. Sarà stato il viaggio in Senegal, sarà che gli inizi sono sempre promettenti come un bel quaderno nuovo da inaugurare con una penna colorata.
Poi l'inverno, il brutto tempo e la mia innata tendenza al pessimismo cosmico mi hanno un po' spento e riportato al mio normale stato di scazzo quotidiano.
Che è inutile, per quante cose positive ci accadano e ci circondino, la tendenza è sempre quella a fissarsi su ciò che non si riesce a fare, su ciò che non si riesce ad avere - e quasi mai si tratta di cose materiali.
Essere zen è una condizione da ricercare, non viene affatto naturale.
Poi ci sono cose piccole come la festa del doposcuola di venerdì.
I ragazzini musulmani del doposcuola assieme alle loro mamme hanno festeggiato la nascita del profeta, con una recita e con dei canti.
Sono arrivata tardi e ho potuto ascoltare solo una canzone prima che iniziassero i festeggiamenti mangerecci.
E' stato comunque bello vedere la stanza piena di bambini, mamme e le persone del nostro gruppo che condividevano questo momento assieme.
E' stato bello vedere i lavori fatti dai bambini, il modellino della moschea in cartoncino con i quattro minareti e tutti gli omini piccoli attaccati nel cortile.
E' stato bello essere assalita dalle mamme addette al rinfresco che mi hanno chiamato a gran voce "signora signora vieni ad assaggiare i nostri dolci" e farsi mettere in una mano un piatto pieno di assaggi di dolci marocchini ed egiziani e nell'altro un bicchierino di vetro blu con i ricami oro pieno di the alla menta zuccheratissimo.
Mi ha fatto sentire che le energie che spendiamo nel nostro progetto danno dei frutti e che è vero che alle volte basta gettare un seme perchè prendano vita delle cose bellissime.
Il mondo mi è sembrato un posto più bello.
Per non smentirmi - e per smetterla con questa tirata cariadenti - comunque non poteva mancare il momento comico fantozziano.
E' stato trovarmi circondata di bambini con in mano quei bastoncini che una volta accesi sprizzano stelline e sentirmi chiedere di dare una mano ad accenderle. Accendere i bastoncini luminosi in onore del profeta con un accendino con una donna discinta in mini bikini effettivamente non ha prezzo.