Dubbi amletici.
Prima di riprendere con le mie sbrodolate sul viaggio, una domanda correlata:
ma se uno va in vacanza a Cuba poi può donare il sangue? Dopo quanto?
11.5.07
10.5.07
Cuba parte 4
Santa Clara
Per visitare Santa Clara basta un giorno e se io e il Marito non fossimo fan degli spostamenti in pulman avremmo potuto ridurre la permanenza in loco. C'è da dire che la casa particular in cui abbiamo alloggiato, il Florida Center, era molto confortevole e caratteristica e si mangiava davvero bene. L'ingegner Angel, il proprietario, ha trovato un business molto più redditizio del lavoro statale. La casa particular infatti è un ostello/locanda a tutti gli effetti. Ha diverse camere che si affacciano tutte su di un bel patio pieno di piante e un cuoco che spignatta incessantemente aragoste. Ha anche svariati altri dipendenti che si aggirano sempre affaccendati. Coloro che non riesce ad ospitare in casa, Angel li indirizza verso altre case particular, ma si offre comunque di sfamarli a cena e a colazione. Ha anche un business con i taxi, il giorno che siamo partiti ha chiamato un suo amico, tassista abusivo, con un auto d'epoca che ci portasse fino alla stazione degli autobus.
Il centro di Santa Clara è tutto lì, raccolto sulla piazza principale (credo fosse il Parque Vidal) e nella via pedonale che ne costeggia il lato nord. I negozi sono molto socialisti, a parte una delle librerie che ha addirittura l'aria condizionata.
Se si vuole provare una esperienza extrasensoriale, si vada al caffè Rapido, una specie di fast food cubano. Si paga in moneda nacional e per 7 pesos (corrispondenti a circa 30 cent di euro ) si può ottenere un hamburger di materiale non precisato in panino da hamburger, delle patate fritte che sembrano abbastanza patate fritte e una roba che sembrano pezzettini di pastsciutta immersi in maionese che noi dal nome credevamo fosse insalata. Evitare rigorosamente la coca cola che viene pescata dentro un frigo a mestolate e messa dentro i bicchieri ed ha il gusto di chinotto sgasato. Non farsi spaventare dalla quantità di mosquitos che svolazzano in zona e soprattutto non sbirciare oltre i tendoni della cucina, ignorare ciò che si sta ingerendo è fondamentale per la sopravvivenza.
Anche se la lonely faceva terrorismo a Santa Clara gli scocciatori non ci sono, si può stare seduti al parco a prendere il fresco e guardare i bambini che giocano a baseball senza che nessuno senta la necessità di venire a chiederti se hai bisogno di un ristorante o di un taxi.
Le due attrazioni per cui Santa Clara è nota al turismo sono il museo del tren blindato e il mausoleo-museo del Che. Il primo è vicino al centro e ovviamente, ai binari del treno. Ci sono tre o quattro vagoni del famoso treno che trasportava le truppe di Batista, entro cui sono stati appesi pannelli con vari reperti tipo fucili, piede di porco usato per scardinare i binari e riproduzione di molotov usata dai rivoluzionari. C'è anche il vagone che trasportava la mitragliatrice e il caterpillar con cui i rivoluzionari asportarono definitivamente i binari. Si paga un euro e una signora, l'addetta al museo, ti racconta come si svolse la battaglia, e ti fa vedere quanto era blindato il tren blindato e quanto il Che fosse un abile stratega. Quando parla del Che sembra realmente commossa.
Nonostante all'interno dei vagoni siano appesi i cucchiai che le truppe di Batista usavano per mangiare la minestra e che oggettivamente la parola museo sia un filo esagerata, trovo che questo posto abbia una grande atmosfera. Sembra di vederli i 23 (o 32?) uomini del Che che col piede di porco e il caterpillar divelgono i binari e poi appena il treno deraglia sbarrano le vie di fuga all'esercito buttando molotov e in un'ora e mezza mettono ko 400 soldati professionisti.
Il mausoleo del Che invece è più moderno ed organizzato ed è gratuito. Prima di entrare devi depositare borse e borsine al guardaroba, quindi per i freddolosi come me conviene procurarsi una golfino per combattere lo sbalzo termico fra esterno e interno, dove ogni due teche è posizionato un pinguino delonghi che ti spara aria condizionata ad altezza ombelico. Nella prima sala è ricostruita la storia del Che, da ragazzino, da giovane medico e poi da rivoluzionario. Ci sono il certificato di nascita, l'attestato di laurea, l'inalatore per l'asma, svariati abiti e armi da fuoco e soprattutto tante fotografie. In filodiffusione un mix di canzoni dedicate al Che, alternate a brani del discorso tenuto da Castro nel 1997, quando i resti del Che e di altri guerriglieri furono trasferiti qui dalla Bolivia. Nella seconda sala si sta come al cimitero, ci sono varie lapidi con i volti dei vari guerriglieri fra cui anche il Che e una fiamma accesa sempre nel 1997 da Castro a imperitura memoria.
Sopra l'edifico che ospita le due sale, la statua di bronzo del Che, alta svariati metri circondata da steli e lapidi commemorative. Da qui si può osservare la piazza, chiamata, manco a dirlo, plaza de l
e Revolucion, immensa, con illuminazione da stadio e sul fondo l'immancabile cartello Seremos com el Che (o qualcosa di simile). Anche qui l'atmosfera è indescrivibile, il Che si staglia contro il cielo azzurro e limpido, la selezione musicale viene diffusa anche all'esterno e quando la musica lascia spazio alle parole di Castro sull'eroismo del Che, ci si può quasi immaginare la piazza gremita di gente.
Santa Clara
Per visitare Santa Clara basta un giorno e se io e il Marito non fossimo fan degli spostamenti in pulman avremmo potuto ridurre la permanenza in loco. C'è da dire che la casa particular in cui abbiamo alloggiato, il Florida Center, era molto confortevole e caratteristica e si mangiava davvero bene. L'ingegner Angel, il proprietario, ha trovato un business molto più redditizio del lavoro statale. La casa particular infatti è un ostello/locanda a tutti gli effetti. Ha diverse camere che si affacciano tutte su di un bel patio pieno di piante e un cuoco che spignatta incessantemente aragoste. Ha anche svariati altri dipendenti che si aggirano sempre affaccendati. Coloro che non riesce ad ospitare in casa, Angel li indirizza verso altre case particular, ma si offre comunque di sfamarli a cena e a colazione. Ha anche un business con i taxi, il giorno che siamo partiti ha chiamato un suo amico, tassista abusivo, con un auto d'epoca che ci portasse fino alla stazione degli autobus.
Il centro di Santa Clara è tutto lì, raccolto sulla piazza principale (credo fosse il Parque Vidal) e nella via pedonale che ne costeggia il lato nord. I negozi sono molto socialisti, a parte una delle librerie che ha addirittura l'aria condizionata.
Se si vuole provare una esperienza extrasensoriale, si vada al caffè Rapido, una specie di fast food cubano. Si paga in moneda nacional e per 7 pesos (corrispondenti a circa 30 cent di euro ) si può ottenere un hamburger di materiale non precisato in panino da hamburger, delle patate fritte che sembrano abbastanza patate fritte e una roba che sembrano pezzettini di pastsciutta immersi in maionese che noi dal nome credevamo fosse insalata. Evitare rigorosamente la coca cola che viene pescata dentro un frigo a mestolate e messa dentro i bicchieri ed ha il gusto di chinotto sgasato. Non farsi spaventare dalla quantità di mosquitos che svolazzano in zona e soprattutto non sbirciare oltre i tendoni della cucina, ignorare ciò che si sta ingerendo è fondamentale per la sopravvivenza.
Anche se la lonely faceva terrorismo a Santa Clara gli scocciatori non ci sono, si può stare seduti al parco a prendere il fresco e guardare i bambini che giocano a baseball senza che nessuno senta la necessità di venire a chiederti se hai bisogno di un ristorante o di un taxi.
Le due attrazioni per cui Santa Clara è nota al turismo sono il museo del tren blindato e il mausoleo-museo del Che. Il primo è vicino al centro e ovviamente, ai binari del treno. Ci sono tre o quattro vagoni del famoso treno che trasportava le truppe di Batista, entro cui sono stati appesi pannelli con vari reperti tipo fucili, piede di porco usato per scardinare i binari e riproduzione di molotov usata dai rivoluzionari. C'è anche il vagone che trasportava la mitragliatrice e il caterpillar con cui i rivoluzionari asportarono definitivamente i binari. Si paga un euro e una signora, l'addetta al museo, ti racconta come si svolse la battaglia, e ti fa vedere quanto era blindato il tren blindato e quanto il Che fosse un abile stratega. Quando parla del Che sembra realmente commossa.
Nonostante all'interno dei vagoni siano appesi i cucchiai che le truppe di Batista usavano per mangiare la minestra e che oggettivamente la parola museo sia un filo esagerata, trovo che questo posto abbia una grande atmosfera. Sembra di vederli i 23 (o 32?) uomini del Che che col piede di porco e il caterpillar divelgono i binari e poi appena il treno deraglia sbarrano le vie di fuga all'esercito buttando molotov e in un'ora e mezza mettono ko 400 soldati professionisti.
Il mausoleo del Che invece è più moderno ed organizzato ed è gratuito. Prima di entrare devi depositare borse e borsine al guardaroba, quindi per i freddolosi come me conviene procurarsi una golfino per combattere lo sbalzo termico fra esterno e interno, dove ogni due teche è posizionato un pinguino delonghi che ti spara aria condizionata ad altezza ombelico. Nella prima sala è ricostruita la storia del Che, da ragazzino, da giovane medico e poi da rivoluzionario. Ci sono il certificato di nascita, l'attestato di laurea, l'inalatore per l'asma, svariati abiti e armi da fuoco e soprattutto tante fotografie. In filodiffusione un mix di canzoni dedicate al Che, alternate a brani del discorso tenuto da Castro nel 1997, quando i resti del Che e di altri guerriglieri furono trasferiti qui dalla Bolivia. Nella seconda sala si sta come al cimitero, ci sono varie lapidi con i volti dei vari guerriglieri fra cui anche il Che e una fiamma accesa sempre nel 1997 da Castro a imperitura memoria.
Sopra l'edifico che ospita le due sale, la statua di bronzo del Che, alta svariati metri circondata da steli e lapidi commemorative. Da qui si può osservare la piazza, chiamata, manco a dirlo, plaza de l
e Revolucion, immensa, con illuminazione da stadio e sul fondo l'immancabile cartello Seremos com el Che (o qualcosa di simile). Anche qui l'atmosfera è indescrivibile, il Che si staglia contro il cielo azzurro e limpido, la selezione musicale viene diffusa anche all'esterno e quando la musica lascia spazio alle parole di Castro sull'eroismo del Che, ci si può quasi immaginare la piazza gremita di gente.
9.5.07
Cuba parte 3
Vinales
La visita al museo del Ron Fondazione Havana Club è saltata a causa della intossicazione alimentare che mi ha prostrato per un intero giorno, quella alla plaza de la Revolucion invece l'abbiamo recuperata in extremis il giorno del rientro.
Per poter visitare Vinales ed avere abbastanza giorni per visitare Santa Clara e Cienfuegos, abbiamo dovuto ricorrere ad una escursione organizzata di una giornata. Mentre aspettavamo davanti all'Hotel Saratoga che ci venissero a recuperare, passavano in continuazione moderni minibus con vetri oscurati, diretti alle mete più svariate. Nella mia mente si prospettava un viaggio di lusso con aria condizionata regolata secondo le mie esigenze e un gruppo ristretto di persone, invece siamo stati caricati su di un autobus Astro stile torpedone della gita dell'oratorio. In compenso Carlos, la guida, era molto preparato, parlava un inglese eccezionale e oltre a farci i soliti discorsi preconfezionati ha tentato di spiegarci un po' Cuba e di farci appassionare agli argomenti trattati. Ogni tre per due estraeva dalla sua borsa magica libri e depliant che faceva passare fra i sedili del bus per fornire ulteriori spunti di riflessione ai gitanti.
La Autopista Nacional ha meno buche di quanto le descrizioni lette sulla lonely potessero far supporre, non ci sono caselli autostradali, in compenso ogni tot km c'è una pattuglia della polizia con relativo poliziotto piantato in mezzo alla strada a fare da dissuasore per le alte velocità. Ad ogni svincolo ci sono persone che aspettano un passaggio e gli amarillos e gli azulejos che coordinano i passaggi. Questa è stata una invenzione del periodo special, quando non c'era carburante e c'era poco di tutto. Le auto statali sono costrette a dare passaggi e ci sono i coordinatori, con divise gialle o azzurre,che smistano passeggeri sulle varie auto.
Consolation è un paesino trascurabile non fosse altro che per la schiera infinita di lapidi di cittadini caduti nella guerra in Angola. Diceva Carlos che è usanza mettere lapidi e cartelli commemorativi degli eroi all'ingresso di ogni città. In genere sono meno visibili, quella sfilza di lapidi bianche però era impressionante. Credo che l'economia del paesino si fondasse sulla fabbrica di sigari che abbiamo visitato.
La fabbrica di sigari è un posto straniante. C'è una piccola stanzetta, delle dimensioni di un aula scolastica, dove una trentina di donne sedute a banchi in stile libro cuore, lavorano le foglie esterne in cui il sigaro verrà arrotolato. Le foglie devono essere belle,senza imperfezioni, loro le selezionano, eliminano il filamento centrale, le stirano con le mani umide e le passano poi al reparto arrotolatori. Questa è una stanza delle dimensioni di una palestra. Anche qui ci sono banchi in fila come se fosse un esame di maturità, ma gli arrotolatori hanno qualche strumento in più, tipo la pressa per pressare il sigaro e uno strumento per verificare il tiraggio dello stesso. In otto ore di lavoro vengono prodotti circa 140 sigari. La miscela di tabacchi che dà il gusto al sigaro viene fatta altrove e ciascun lavorante può produrre sigari di diversa tipologia, Montecristo Romeo e Giulietta etc etc etc. Poi c'è il magazzino climatizzato e la stanza dell'etichettatura e imballaggio (sulle quali sorvolo perché a quel punto avevo una nausea così terribile per via dell'odor di tabacco che non stavo ascoltando più nulla).
A Vinales ci siamo diretti al belvedere dell'hotel Jasmine, costruito dopo la rivoluzione per dare imulso turistico alla zona di Pinar del Rio, provincia cenerentola e trascurata. Si narra che a costruire l'hotel fossero i campesinos della zona e che il governo per aiutarli avesse inviato degli strumenti per facilitare il lavoro. I campesinos però credevano che gli strumenti portassero via lavoro alle persone invece che aiutarle e quindi fecero sciopero fino a che lo stato non se li riprese indietro e li lasciò lavorare come preferivano (ossia praticamente a mani nude). Nonostante questo l'albergo fu completato in tempo. Questa dell'orgoglio campesino e della tenacia del lavoro sa un po' di favola di regime, ma è una storiella comunque carina. Dal belvedere si può ammirare la vallata con i suoi mogotes, panettoni calcarei coperti di vegetazione, bellissimo. In pratica vedere quello scorcio è stato il motivo per cui ci siamo imbarcati nella gita organizzata. Sarebbe stato bello poter passeggiare nel silenzio della natura, ma l'organizzazione serrata non lo ha consentito. Invece siamo stati alla Cueva dell'indio che era una grotta con formazioni di stalattiti e stalagmiti, alcune con forme bizzarre. La particolarità del giro stava nel fatto che a metà percorso si abbandonava la terra ferma per avventurarsi in un giro in barca. Abbiamo anche visto il murale della preistoria che a mio giudizio era proprio brutto. Sarà stato anche allievo di Rivera il muralista che l'ha eseguito, ma quelle lumacone preistoriche e gli omoni rossi più che rendere attraente il paesaggio lo deturpavano (e adesso i fan dei muralisti possono pure lapidarmi, ma che ci posso fare). Certo è che Castro l'ha pensata bene come attrazione turistica, che di pulman in zona ce n'erano parecchi.
Vinales
La visita al museo del Ron Fondazione Havana Club è saltata a causa della intossicazione alimentare che mi ha prostrato per un intero giorno, quella alla plaza de la Revolucion invece l'abbiamo recuperata in extremis il giorno del rientro.
Per poter visitare Vinales ed avere abbastanza giorni per visitare Santa Clara e Cienfuegos, abbiamo dovuto ricorrere ad una escursione organizzata di una giornata. Mentre aspettavamo davanti all'Hotel Saratoga che ci venissero a recuperare, passavano in continuazione moderni minibus con vetri oscurati, diretti alle mete più svariate. Nella mia mente si prospettava un viaggio di lusso con aria condizionata regolata secondo le mie esigenze e un gruppo ristretto di persone, invece siamo stati caricati su di un autobus Astro stile torpedone della gita dell'oratorio. In compenso Carlos, la guida, era molto preparato, parlava un inglese eccezionale e oltre a farci i soliti discorsi preconfezionati ha tentato di spiegarci un po' Cuba e di farci appassionare agli argomenti trattati. Ogni tre per due estraeva dalla sua borsa magica libri e depliant che faceva passare fra i sedili del bus per fornire ulteriori spunti di riflessione ai gitanti.
La Autopista Nacional ha meno buche di quanto le descrizioni lette sulla lonely potessero far supporre, non ci sono caselli autostradali, in compenso ogni tot km c'è una pattuglia della polizia con relativo poliziotto piantato in mezzo alla strada a fare da dissuasore per le alte velocità. Ad ogni svincolo ci sono persone che aspettano un passaggio e gli amarillos e gli azulejos che coordinano i passaggi. Questa è stata una invenzione del periodo special, quando non c'era carburante e c'era poco di tutto. Le auto statali sono costrette a dare passaggi e ci sono i coordinatori, con divise gialle o azzurre,che smistano passeggeri sulle varie auto.
Consolation è un paesino trascurabile non fosse altro che per la schiera infinita di lapidi di cittadini caduti nella guerra in Angola. Diceva Carlos che è usanza mettere lapidi e cartelli commemorativi degli eroi all'ingresso di ogni città. In genere sono meno visibili, quella sfilza di lapidi bianche però era impressionante. Credo che l'economia del paesino si fondasse sulla fabbrica di sigari che abbiamo visitato.
La fabbrica di sigari è un posto straniante. C'è una piccola stanzetta, delle dimensioni di un aula scolastica, dove una trentina di donne sedute a banchi in stile libro cuore, lavorano le foglie esterne in cui il sigaro verrà arrotolato. Le foglie devono essere belle,senza imperfezioni, loro le selezionano, eliminano il filamento centrale, le stirano con le mani umide e le passano poi al reparto arrotolatori. Questa è una stanza delle dimensioni di una palestra. Anche qui ci sono banchi in fila come se fosse un esame di maturità, ma gli arrotolatori hanno qualche strumento in più, tipo la pressa per pressare il sigaro e uno strumento per verificare il tiraggio dello stesso. In otto ore di lavoro vengono prodotti circa 140 sigari. La miscela di tabacchi che dà il gusto al sigaro viene fatta altrove e ciascun lavorante può produrre sigari di diversa tipologia, Montecristo Romeo e Giulietta etc etc etc. Poi c'è il magazzino climatizzato e la stanza dell'etichettatura e imballaggio (sulle quali sorvolo perché a quel punto avevo una nausea così terribile per via dell'odor di tabacco che non stavo ascoltando più nulla).
A Vinales ci siamo diretti al belvedere dell'hotel Jasmine, costruito dopo la rivoluzione per dare imulso turistico alla zona di Pinar del Rio, provincia cenerentola e trascurata. Si narra che a costruire l'hotel fossero i campesinos della zona e che il governo per aiutarli avesse inviato degli strumenti per facilitare il lavoro. I campesinos però credevano che gli strumenti portassero via lavoro alle persone invece che aiutarle e quindi fecero sciopero fino a che lo stato non se li riprese indietro e li lasciò lavorare come preferivano (ossia praticamente a mani nude). Nonostante questo l'albergo fu completato in tempo. Questa dell'orgoglio campesino e della tenacia del lavoro sa un po' di favola di regime, ma è una storiella comunque carina. Dal belvedere si può ammirare la vallata con i suoi mogotes, panettoni calcarei coperti di vegetazione, bellissimo. In pratica vedere quello scorcio è stato il motivo per cui ci siamo imbarcati nella gita organizzata. Sarebbe stato bello poter passeggiare nel silenzio della natura, ma l'organizzazione serrata non lo ha consentito. Invece siamo stati alla Cueva dell'indio che era una grotta con formazioni di stalattiti e stalagmiti, alcune con forme bizzarre. La particolarità del giro stava nel fatto che a metà percorso si abbandonava la terra ferma per avventurarsi in un giro in barca. Abbiamo anche visto il murale della preistoria che a mio giudizio era proprio brutto. Sarà stato anche allievo di Rivera il muralista che l'ha eseguito, ma quelle lumacone preistoriche e gli omoni rossi più che rendere attraente il paesaggio lo deturpavano (e adesso i fan dei muralisti possono pure lapidarmi, ma che ci posso fare). Certo è che Castro l'ha pensata bene come attrazione turistica, che di pulman in zona ce n'erano parecchi.
8.5.07
Cuba parte II
Il Museo de la Revolucion
Posto che se uno lo visitasse seguendo il percorso corretto e non come abbiamo fatto noi dalla fine a metà in ordine cronologico inverso e poi la prima metà in ordine cronologico esatto, forse avrebbe una impressione diversa, a me il museo ha messo una tristezza infinita.
Soprattutto le ultime sale, quelle che racccontavano le varie fasi e i vari successi del socialismo cubano, dalla rivoluzione in avanti. Le foto che magnificavano le strutture ospedarliere e la diagnostica erano foto anni 80, grige e un po' ingiallite, che tutto trasmettevano salvo una sensazione di avanguardia tecnologica. E la tuta del cosmonauta cubano andato nello spazio in una missione congiunta Cuba URSS, tutta rattappita dentro una teca di vetro, che insomma una tuta spaziale mica la puoi pigiare in una teca così. E poi tutte le didascalie di spiegazione in simil - trasferello e i grafi a torta colorati in simil evidenziatore.
Le prime sale invece erano quelle che spiegavano la genesi della rivoluzione, i primi tentativi, il movimento del 26 di luglio, lo sbarco del Granma and so on. Vestiti e scarponi di Castro , abiti di guerriglieri caduti, con fori di proiettile e sangue rappreso. Plastici vari illustranti le fasi degli scontri salienti nonostante il mio passato di giocatrice di risiko, altamente incomprensibili.
Più accattivante il padiglione Granma, un padiglione in vetro all'interno del quale era custodito appunto il Granma, lo yacht con cui i fratelli Castro, Camilo Cienfuegos, Guevara ed altri innumerevoli guerriglieri naufragarono sulle spiagge di Cuba per dare inizio alla rivoluzione. Attorno al padiglione, vari camioncini blindati, aerei nemici e i missili sovietici della crisi di cuba del 1962.
Il Maleçon
A proposito di luoghi che stringono il cuore, anche il lungomare della Havana mi ha fatto questo effetto.
Venendo dal paseo del Prado, città vecchia, si ha uno scorcio del lungomare, con i suoi palazzi in stile diversi, sempre più alti e moderni mentre da la Havana Vieja si sposta lo sguardo verso il Vedado. Lo scorcio è indubbiamente accattivante. Il mare blu si rompe in volute di schiuma infrangendosi sugli scogli e sul muro che delimita il lungomare, le macchine d'epoca sfrecciano coi finestrini aperti verso lo skyline. Poi però uno decide di approfondire l'indagine e di incamminarsi verso il quarteiere turistico del Vedado, nella speranza di prendere un gelato da Coppelia e intruffolarsi all'Hotel Nacional o all'Habana Libre.
Il percorso è lungo e assolutamente sconsigliabile a chi indossa sandali aperti, ancorché anatomici (come la sottoscritta). I marciapiedi infatti non fanno eccezione allo stato di mala conservazione degli edifici adiacenti e sono ricchi di buche, mucchi di sabbia, sassolini e quantaltro possa insinuarsi fra la pianta del piede e la superfiecie interna del sandalo. Gli edifici sono scrostati e cadenti a causa dell'equazione letale salino + inquinamento ai quali si aggiungono i fattori "periodo speciale" ed embargo.
Paradossalmente nel mezzo del nulla c'è un lindissimo e modernissimo café Fiat e verrebbe da fare della facile ironia sul fatto che L@po sentisse il bisogno di aria di casa quando passeggiava sul Maleçon ed abbia pensato che altri putt@nieri italiani in trasferta avrebbero sentito la medesima necessità.
Arrivati infine in zona Hotel Nacional, eravamo storditi dal sole e della camminata quindi abbiamo rinunciato ad introdurci furtivamente nella lobby ed anche a proseguire fino al gelataio, abbiamo riposato seduti sul muretto, ci siamo presi degli schizzi nella schiena e infine abbiamo fatto la posta ad un cocotaxi che ci riportasse al Capitolio.
Capisco il facino dell'infrattamento notturno sulla muraglia del Malecon, con i lampioni ad effetto vedo non vedo, meno quello decadente dell'intonaco scrostato, tanto più che gli edifici in zona Vedado sono moderni palazzoni a più piani. Sarà che nella mia testa il fascino dei lungomari risiede nella schiera colorata delle casette dei pescatori che le costeggiano.
Il Museo de la Revolucion
Posto che se uno lo visitasse seguendo il percorso corretto e non come abbiamo fatto noi dalla fine a metà in ordine cronologico inverso e poi la prima metà in ordine cronologico esatto, forse avrebbe una impressione diversa, a me il museo ha messo una tristezza infinita.
Soprattutto le ultime sale, quelle che racccontavano le varie fasi e i vari successi del socialismo cubano, dalla rivoluzione in avanti. Le foto che magnificavano le strutture ospedarliere e la diagnostica erano foto anni 80, grige e un po' ingiallite, che tutto trasmettevano salvo una sensazione di avanguardia tecnologica. E la tuta del cosmonauta cubano andato nello spazio in una missione congiunta Cuba URSS, tutta rattappita dentro una teca di vetro, che insomma una tuta spaziale mica la puoi pigiare in una teca così. E poi tutte le didascalie di spiegazione in simil - trasferello e i grafi a torta colorati in simil evidenziatore.
Le prime sale invece erano quelle che spiegavano la genesi della rivoluzione, i primi tentativi, il movimento del 26 di luglio, lo sbarco del Granma and so on. Vestiti e scarponi di Castro , abiti di guerriglieri caduti, con fori di proiettile e sangue rappreso. Plastici vari illustranti le fasi degli scontri salienti nonostante il mio passato di giocatrice di risiko, altamente incomprensibili.
Più accattivante il padiglione Granma, un padiglione in vetro all'interno del quale era custodito appunto il Granma, lo yacht con cui i fratelli Castro, Camilo Cienfuegos, Guevara ed altri innumerevoli guerriglieri naufragarono sulle spiagge di Cuba per dare inizio alla rivoluzione. Attorno al padiglione, vari camioncini blindati, aerei nemici e i missili sovietici della crisi di cuba del 1962.
Il Maleçon
A proposito di luoghi che stringono il cuore, anche il lungomare della Havana mi ha fatto questo effetto.
Venendo dal paseo del Prado, città vecchia, si ha uno scorcio del lungomare, con i suoi palazzi in stile diversi, sempre più alti e moderni mentre da la Havana Vieja si sposta lo sguardo verso il Vedado. Lo scorcio è indubbiamente accattivante. Il mare blu si rompe in volute di schiuma infrangendosi sugli scogli e sul muro che delimita il lungomare, le macchine d'epoca sfrecciano coi finestrini aperti verso lo skyline. Poi però uno decide di approfondire l'indagine e di incamminarsi verso il quarteiere turistico del Vedado, nella speranza di prendere un gelato da Coppelia e intruffolarsi all'Hotel Nacional o all'Habana Libre.
Il percorso è lungo e assolutamente sconsigliabile a chi indossa sandali aperti, ancorché anatomici (come la sottoscritta). I marciapiedi infatti non fanno eccezione allo stato di mala conservazione degli edifici adiacenti e sono ricchi di buche, mucchi di sabbia, sassolini e quantaltro possa insinuarsi fra la pianta del piede e la superfiecie interna del sandalo. Gli edifici sono scrostati e cadenti a causa dell'equazione letale salino + inquinamento ai quali si aggiungono i fattori "periodo speciale" ed embargo.
Paradossalmente nel mezzo del nulla c'è un lindissimo e modernissimo café Fiat e verrebbe da fare della facile ironia sul fatto che L@po sentisse il bisogno di aria di casa quando passeggiava sul Maleçon ed abbia pensato che altri putt@nieri italiani in trasferta avrebbero sentito la medesima necessità.
Arrivati infine in zona Hotel Nacional, eravamo storditi dal sole e della camminata quindi abbiamo rinunciato ad introdurci furtivamente nella lobby ed anche a proseguire fino al gelataio, abbiamo riposato seduti sul muretto, ci siamo presi degli schizzi nella schiena e infine abbiamo fatto la posta ad un cocotaxi che ci riportasse al Capitolio.
Capisco il facino dell'infrattamento notturno sulla muraglia del Malecon, con i lampioni ad effetto vedo non vedo, meno quello decadente dell'intonaco scrostato, tanto più che gli edifici in zona Vedado sono moderni palazzoni a più piani. Sarà che nella mia testa il fascino dei lungomari risiede nella schiera colorata delle casette dei pescatori che le costeggiano.
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Museo de la Revolucion
7.5.07
Cuba, parte I
Sapevo sarebbe successo, col passare dei giorni la mia ispirazione per un resoconto di viaggio pian piano sta scemando. E di tutti gli incipit immaginati nel dormiveglia del viaggio aereo di rientro si sono dissolti come una bolla di sapone al sole.
Rimane la difficoltà di raccontare quel groviglio di sensazioni che mi hanno preso a calcare finalmente il suolo cubano dopo tanto averlo sognato.
Il primo impatto con Cuba è stata la telenovela radiofonica che il taxista stava ascoltando mentre sfrecciava dall'aeroporto verso la Habana Vieja in un pittoresco quanto disordinato traffico di mezzi di varia specie e vario grado di sgangheramento. Guardando fuori dal finestrino ricordo di aver detto al Marito, "beh però qui è più pulito che in Messico", ma ancora non eravamo arrivati nella zona del porto e in Calle Luz.
La casa particular in cui ci hanno indirizzato non era quella prenotata via internet, ma nonostante tutto non era male, anche se quanto a pulizia c'erano ampi margini di miglioramento. Ricardo, il marito della proprietaria era un signore con una bella pancetta, la coppola perennemente piantata sulla testa e un bel collarone portachiavi della coop.
Calle Cristo, dove alloggiavamo è al confine fra Habana Vieja e Habana Centro, a due passi dal Capitolio e dal Floridita. Fa parte di quella zona che la Lonely invita a visitare come esempio della vera condizione della città dopo aver visitato le strade da cartolina della città vecchia.
L'unico criminale incontrato in zona comunque era la signora del supermercato che voleva venderci 2 bottiglie d'acqua a 5 pesos convertibili l'una, contando che 1 convertibile equivale ad un dollaro americano, veniva un conto da quasi 10 euro per 1 litro d'acqua, roba che nemmeno a Venezia.
Uno dei problemi fondamentali è che ogni tre passi c'è qualcuno che vuole accalappiarti, farti salire su di un coco/bici/normo-taxi o accompagnarti in un bar o in un ristorante o in una casa particular e tutti a chiederti "ehi amico da dove vieni? Italia? Ah ma dai. Io ho un amico in Italia". E anche se sei gentile e rispondi e scambi 4 parole alla fine viene fuori lo scopo dell'abbordaggio, ricavare dalla tua presenza sul suolo cubano dei soldi. E' come essere un portafoglio ambulante. E ok che è vero, io sono "ricca", sono privilegiata, ho potuto spendere i soldi di un biglietto aereo per restare a Cuba meno di 10 giorni, in Italia spendo senza pensieri per un libro quello che guadagna un architetto cubano in un mese, è vero la gente sta male, ha difficoltà, è vero non ho mai sperimentato una situazione di disperazione e non so come mi comporterei, resta il fatto che con tutte le attenuanti del caso alla fine è faticoso e fastidioso e condiziona pesantemente il tuo modo di rapportarti alla gente. Alla fine uno si chiude, diventa anche un po' stronzo e fa finta di non sentire quando la gente gli rivolge la parola.
Sapevo sarebbe successo, col passare dei giorni la mia ispirazione per un resoconto di viaggio pian piano sta scemando. E di tutti gli incipit immaginati nel dormiveglia del viaggio aereo di rientro si sono dissolti come una bolla di sapone al sole.
Rimane la difficoltà di raccontare quel groviglio di sensazioni che mi hanno preso a calcare finalmente il suolo cubano dopo tanto averlo sognato.
Il primo impatto con Cuba è stata la telenovela radiofonica che il taxista stava ascoltando mentre sfrecciava dall'aeroporto verso la Habana Vieja in un pittoresco quanto disordinato traffico di mezzi di varia specie e vario grado di sgangheramento. Guardando fuori dal finestrino ricordo di aver detto al Marito, "beh però qui è più pulito che in Messico", ma ancora non eravamo arrivati nella zona del porto e in Calle Luz.
La casa particular in cui ci hanno indirizzato non era quella prenotata via internet, ma nonostante tutto non era male, anche se quanto a pulizia c'erano ampi margini di miglioramento. Ricardo, il marito della proprietaria era un signore con una bella pancetta, la coppola perennemente piantata sulla testa e un bel collarone portachiavi della coop.
Calle Cristo, dove alloggiavamo è al confine fra Habana Vieja e Habana Centro, a due passi dal Capitolio e dal Floridita. Fa parte di quella zona che la Lonely invita a visitare come esempio della vera condizione della città dopo aver visitato le strade da cartolina della città vecchia.
L'unico criminale incontrato in zona comunque era la signora del supermercato che voleva venderci 2 bottiglie d'acqua a 5 pesos convertibili l'una, contando che 1 convertibile equivale ad un dollaro americano, veniva un conto da quasi 10 euro per 1 litro d'acqua, roba che nemmeno a Venezia.
Uno dei problemi fondamentali è che ogni tre passi c'è qualcuno che vuole accalappiarti, farti salire su di un coco/bici/normo-taxi o accompagnarti in un bar o in un ristorante o in una casa particular e tutti a chiederti "ehi amico da dove vieni? Italia? Ah ma dai. Io ho un amico in Italia". E anche se sei gentile e rispondi e scambi 4 parole alla fine viene fuori lo scopo dell'abbordaggio, ricavare dalla tua presenza sul suolo cubano dei soldi. E' come essere un portafoglio ambulante. E ok che è vero, io sono "ricca", sono privilegiata, ho potuto spendere i soldi di un biglietto aereo per restare a Cuba meno di 10 giorni, in Italia spendo senza pensieri per un libro quello che guadagna un architetto cubano in un mese, è vero la gente sta male, ha difficoltà, è vero non ho mai sperimentato una situazione di disperazione e non so come mi comporterei, resta il fatto che con tutte le attenuanti del caso alla fine è faticoso e fastidioso e condiziona pesantemente il tuo modo di rapportarti alla gente. Alla fine uno si chiude, diventa anche un po' stronzo e fa finta di non sentire quando la gente gli rivolge la parola.
2.5.07
Ieri mentre passeggiavo per il paesiello con un gelato in mano ho ricevuto un sms che annunciava una bella notizia, rendendo il pomeriggio più allegro.
La passeggiata è stata l'unico svago di una giornata sfasata in cui io e il Marito abbiamo aperto gli occhi all'una, abbiamo fatto il brunch alle due e tra una storia e l'altra non abbiamo chiuso occhio fino alle due di notte. La festa dei lavoratori l'abbiamo dedicata a sistemare parzialmente la casa dopo il rientro dalla vacanza. La stirella e la lavatrice sono andate a tutto spiano e alla fine ho avuto parzialmente ragione del mio armadio impazzito.
Oggi poi la mia collega mi ha consegnato la mia razione di sacchetti "sotto vuoto" che la mia anima casalinga non vede l'ora di sperimentare per appiattire piumini e maglioni invernali.
Certo, se non ci fosse un nubifragio il mio ambientamento alla routine quotidiana sarebbe più facile.
La passeggiata è stata l'unico svago di una giornata sfasata in cui io e il Marito abbiamo aperto gli occhi all'una, abbiamo fatto il brunch alle due e tra una storia e l'altra non abbiamo chiuso occhio fino alle due di notte. La festa dei lavoratori l'abbiamo dedicata a sistemare parzialmente la casa dopo il rientro dalla vacanza. La stirella e la lavatrice sono andate a tutto spiano e alla fine ho avuto parzialmente ragione del mio armadio impazzito.
Oggi poi la mia collega mi ha consegnato la mia razione di sacchetti "sotto vuoto" che la mia anima casalinga non vede l'ora di sperimentare per appiattire piumini e maglioni invernali.
Certo, se non ci fosse un nubifragio il mio ambientamento alla routine quotidiana sarebbe più facile.
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30.4.07
Sono tornata, purtroppo, e nonostante la giornata si prestasse al recupero del jet lag a casa, ho deciso di venire comunque in ufficio e tenere un giorno di ferie per occasioni migliori.
Di questo viaggio a Cuba ho parlato pochissimo prima della partenza per ragioni scaramantiche: era così tanto tempo che volevo andarci che immaginavo ogni possibile sciagura e disastro. Per di più sapevo già prima di partire che 8 giorni sono ridicolmente pochi per visitare Cuba, ma non volevo sentirmelo ripetere e farmi venire ansie da "tutti quei soldi per il biglietto per così poco tempo".
In realtà un inconveniente c'è stato, perché mica tutto poteva filare liscio: mi sono beccata una intossicazione alimentare o qualcosa di simile ed ho passato un giorno ad "adorare il bianco dio di pocellana", ossia, abbracciata al cesso a vomitare. Colpa dell'involtino primavera del barrio chino dell'Havana o forse del maiale alla piastra, chissà.
L'itinerario è stato Havana - Santa Clara - Cienfuegos - Havana, sui bus della Viazul, quelli per turisti ricchi, che sembrano i torpedoni della gita all'oratorio. Alloggio in casas particular e incontri bizzarri lungo la strada.
A breve, appena il mio cervello si convincerà di essere in Italia e il mio corpo di conseguenza si deciderà a lanciarmi stimoli appropriati ad orari appropriati (o forse viceversa), foto su flickr e qualche post.
Di questo viaggio a Cuba ho parlato pochissimo prima della partenza per ragioni scaramantiche: era così tanto tempo che volevo andarci che immaginavo ogni possibile sciagura e disastro. Per di più sapevo già prima di partire che 8 giorni sono ridicolmente pochi per visitare Cuba, ma non volevo sentirmelo ripetere e farmi venire ansie da "tutti quei soldi per il biglietto per così poco tempo".
In realtà un inconveniente c'è stato, perché mica tutto poteva filare liscio: mi sono beccata una intossicazione alimentare o qualcosa di simile ed ho passato un giorno ad "adorare il bianco dio di pocellana", ossia, abbracciata al cesso a vomitare. Colpa dell'involtino primavera del barrio chino dell'Havana o forse del maiale alla piastra, chissà.
L'itinerario è stato Havana - Santa Clara - Cienfuegos - Havana, sui bus della Viazul, quelli per turisti ricchi, che sembrano i torpedoni della gita all'oratorio. Alloggio in casas particular e incontri bizzarri lungo la strada.
A breve, appena il mio cervello si convincerà di essere in Italia e il mio corpo di conseguenza si deciderà a lanciarmi stimoli appropriati ad orari appropriati (o forse viceversa), foto su flickr e qualche post.
19.4.07
18.4.07
Wind of change
Qui siamo all'ennesimo torneo di gioco delle tre carte. Questa volta però le carte non sono quelle grige e bisunte tolte dal mazzo di una osteria che serve tavernello. Sono carte preziose da collezione, da trattare con riguardo.
Chi occuperà quale posizione? Chi salirà e chi si porterà dietro? Chi subirà un cambio forzato di azienda? Chi rimarrà, che avrebbe preferito spostarsi?
Noi carte da osteria riposiamo tranquille nel nostro mazzo, tanto sappiamo che tutto questo vorticare ci riguarda solo marginalmente, almeno per il momento. Certo non perdiamo l'occasione di fare fantapolitica e già che ci siamo disquisiamo di eventuali nuove dislocazioni geografiche da cui potremmo essere interessati.
Io nel dubbio da venerdì, cambio aria per un po'.
Qui siamo all'ennesimo torneo di gioco delle tre carte. Questa volta però le carte non sono quelle grige e bisunte tolte dal mazzo di una osteria che serve tavernello. Sono carte preziose da collezione, da trattare con riguardo.
Chi occuperà quale posizione? Chi salirà e chi si porterà dietro? Chi subirà un cambio forzato di azienda? Chi rimarrà, che avrebbe preferito spostarsi?
Noi carte da osteria riposiamo tranquille nel nostro mazzo, tanto sappiamo che tutto questo vorticare ci riguarda solo marginalmente, almeno per il momento. Certo non perdiamo l'occasione di fare fantapolitica e già che ci siamo disquisiamo di eventuali nuove dislocazioni geografiche da cui potremmo essere interessati.
Io nel dubbio da venerdì, cambio aria per un po'.
17.4.07
Sono giorni un po' così sospesi fra la partenza e la vita di tutti i giorni, con poca voglia di portare avanti i miei impegni.
Ieri sera mi sono iscritta al saggio di danza con la scuola numero uno, sebbene per tutto il pomeriggio avessi meditato di abbandonare il corso per mancanza di entusiasmo. Ma rinunciare a impegni che mi sono presa mi pesa quasi di più che portarli avanti quindi a breve sarò ufficialmente in panico da costumi. Mancandomi l'ispirazione, oggi faccio pubblicità.
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Ieri sera mi sono iscritta al saggio di danza con la scuola numero uno, sebbene per tutto il pomeriggio avessi meditato di abbandonare il corso per mancanza di entusiasmo. Ma rinunciare a impegni che mi sono presa mi pesa quasi di più che portarli avanti quindi a breve sarò ufficialmente in panico da costumi. Mancandomi l'ispirazione, oggi faccio pubblicità.
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16.4.07
Questa volta coi ragazzini è andata meglio. Sarà che è arrivata la primavera e col bel tempo sono più svegli, sarà che c'era qualcuno che la volta precedente era assente, sarà che quando inizi a parlare della classifica degli uomini più ricchi del mondo invece che della storia dell'Africa si incuriosiscono di più. Il problema, quando si parla di distribuzione della ricchezza ed immigrazione è non finire in circoli viziosi, in cui la xenofobia latente dei giovani virgulti si palesa con violenza. In qualche modo ne siamo uscite e per quest'anno siamo a posto.
Sabato pomeriggio e sera, grigliatona a casa di Raf che con la sua consueta premura ed abilità ha riunito un bel gruppo di amici sotto il tetto della sua cascina e li ha abbondantemente sfamati e fatti divertire. Grazie Raf!
Dopo una mattina di indolenza, in cui non sono nemmeno riuscita ad oziare con soddisfazione, domenica pomeriggio abbiamo inforcato le bici e siamo andati sulla pista ciclabile lungo il naviglio grande. Ho scoperto che anche alle porte di Milano esiste la campagna. Non è bella come quella delle colline liguri coperte di alberi d'ulivo e mimosa, ma ha un suo fascino. Ci sono cascine che vendono pollame, cascine che vendono miele, cascine in cui si allevano mucche e si fanno formaggi. Ci sono anatre temerarie che si aciugano le piume al sole sulla ciclabile e nei fossi si sentono le ranocchie.
Peccato lo scarso allenamento a stare sulla sella della bici che alle porte di Vermezzo ci ha fatto girare la bici e tornare verso casa.
Sabato pomeriggio e sera, grigliatona a casa di Raf che con la sua consueta premura ed abilità ha riunito un bel gruppo di amici sotto il tetto della sua cascina e li ha abbondantemente sfamati e fatti divertire. Grazie Raf!
Dopo una mattina di indolenza, in cui non sono nemmeno riuscita ad oziare con soddisfazione, domenica pomeriggio abbiamo inforcato le bici e siamo andati sulla pista ciclabile lungo il naviglio grande. Ho scoperto che anche alle porte di Milano esiste la campagna. Non è bella come quella delle colline liguri coperte di alberi d'ulivo e mimosa, ma ha un suo fascino. Ci sono cascine che vendono pollame, cascine che vendono miele, cascine in cui si allevano mucche e si fanno formaggi. Ci sono anatre temerarie che si aciugano le piume al sole sulla ciclabile e nei fossi si sentono le ranocchie.
Peccato lo scarso allenamento a stare sulla sella della bici che alle porte di Vermezzo ci ha fatto girare la bici e tornare verso casa.
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11.4.07
La Lanterna poverina quasi non ci si fa caso, infognata com'è all'estermità del porto: container da un lato, gru dall'altro, una centrale a carbone dietro e davanti svariati palazzi.
Un faro poverino dovrebbe respirare, avere spazio, essere sull'estrema propaggine di un promontorio ad avvertire con la sua luce della presenza della terra, non dovrebbe essere circondato da costruzioni che lo soffocano.
Fortuna che fra roccia che lo sostiene e costruzione in muratura la Lanterna sia alta 117 m e si faccia comunque rispettare.
A salirci sopra ho aspettato quasi 32 anni e di non esser più residente a Genova. La giornata era limpida e dall'alto dei 172 scalini percorsi, sulla prima balconata, si poteva ammirare la splendida visuale di Genova.
E no, non importa che il porto antico fosse là piccolino in fondo e che le braccia del Bigo sembrassero poco più che stuzzicadenti. Non importa che le costruzioni che si inerpicano su per la collina non siano belle, non importa che delle chiese a quell'ora del giorno, col sole contro, si scorgessero solo i profili dei campanili in chiaroscuro sul fondo del cielo. Non importano i traghetti, le porta container, le gru del porto lì sotto, con il loro rumore. Genova è bella c'è poco da fare. Anzi è bella proprio per questo.
Il museo poi è un percorso fatto di storie e di racconti, genovesi illustri o sconosciuti che raccontano un pezzo della loro città, cantieri navali, capitani di navi, restauratori, esperti di fari. Tanti filmati da perderci ore o da vedere a spizzichi come viene.
E' bello a volte riscoprire con l'animo del turista angoli della propria città.
Un faro poverino dovrebbe respirare, avere spazio, essere sull'estrema propaggine di un promontorio ad avvertire con la sua luce della presenza della terra, non dovrebbe essere circondato da costruzioni che lo soffocano.
Fortuna che fra roccia che lo sostiene e costruzione in muratura la Lanterna sia alta 117 m e si faccia comunque rispettare.
A salirci sopra ho aspettato quasi 32 anni e di non esser più residente a Genova. La giornata era limpida e dall'alto dei 172 scalini percorsi, sulla prima balconata, si poteva ammirare la splendida visuale di Genova.
E no, non importa che il porto antico fosse là piccolino in fondo e che le braccia del Bigo sembrassero poco più che stuzzicadenti. Non importa che le costruzioni che si inerpicano su per la collina non siano belle, non importa che delle chiese a quell'ora del giorno, col sole contro, si scorgessero solo i profili dei campanili in chiaroscuro sul fondo del cielo. Non importano i traghetti, le porta container, le gru del porto lì sotto, con il loro rumore. Genova è bella c'è poco da fare. Anzi è bella proprio per questo.
Il museo poi è un percorso fatto di storie e di racconti, genovesi illustri o sconosciuti che raccontano un pezzo della loro città, cantieri navali, capitani di navi, restauratori, esperti di fari. Tanti filmati da perderci ore o da vedere a spizzichi come viene.
E' bello a volte riscoprire con l'animo del turista angoli della propria città.
10.4.07
Stamattina dovevo andare a fare il visto, ma ho dimenticato un pezzo della documentazione, quindi nada. Ancora 24 ore di sofferenza prima di avere tutte le carte in regola.
Pasqua è passata, restano una mezza colomba iniziata ieri e un uovo di Pasqua intero.
Pasquetta d'ordinanza sui prati nonostante il Liguria il tempo fosse nuvolo e grigio. Credevamo di essere gli "unici pazzi", ma nell'area attrezzata c'era quasi da staccare il biglietto per usufruire delle griglie. Famiglie con bambini, giovani virgulti che mangiavano la bistecca giocando a racchettoni, suonatori di bonghi, proprietari di cani col cervello piccolo. Nonostante questo ci siamo conquistati il nostro spazio vitale in cui cucinare mangiare e fare la relativa siesta.
Il rientro lo abbiamo passato in coda in una pianura padana insolitamente tersa e soleggiata.
Pasqua è passata, restano una mezza colomba iniziata ieri e un uovo di Pasqua intero.
Pasquetta d'ordinanza sui prati nonostante il Liguria il tempo fosse nuvolo e grigio. Credevamo di essere gli "unici pazzi", ma nell'area attrezzata c'era quasi da staccare il biglietto per usufruire delle griglie. Famiglie con bambini, giovani virgulti che mangiavano la bistecca giocando a racchettoni, suonatori di bonghi, proprietari di cani col cervello piccolo. Nonostante questo ci siamo conquistati il nostro spazio vitale in cui cucinare mangiare e fare la relativa siesta.
Il rientro lo abbiamo passato in coda in una pianura padana insolitamente tersa e soleggiata.
6.4.07
Venerdì Santo
Collega sconvolto, leggendo il giornale online - Nelle Filippine durante la settimana santa c'è gente che si fa crocifiggere con i chiodi, quelli veri.
Ginevra dubbiosa - Ah sì?... Ma poi dopo un po' lì tirano giù o li lasciano lì tutta la Pasqua?
Qui i chiodi non li hanno e non mi hanno ancora crocifisso, ma poco ci manca. Scusate vado a godermi la Passione di Ginevra.
Collega sconvolto, leggendo il giornale online - Nelle Filippine durante la settimana santa c'è gente che si fa crocifiggere con i chiodi, quelli veri.
Ginevra dubbiosa - Ah sì?... Ma poi dopo un po' lì tirano giù o li lasciano lì tutta la Pasqua?
Qui i chiodi non li hanno e non mi hanno ancora crocifisso, ma poco ci manca. Scusate vado a godermi la Passione di Ginevra.
5.4.07
C'è una simmetria fra la mia vita e la pelle delle mie gambe.
Oggi l'estetista mi ha sgridato, "hai la pelle secca, ma la crema non te la dai mai?", ed io che farfugliavo qualche scusa del tipo "eh portando sempre i pantaloni non mi ero resa conto di avere la pelle così secca".
La verità è che, come spesso accade, all'improvviso mi risveglio dal torpore e mi rendo conto che è qualche settimana che ho perso il controllo ed ho perso coscienza. Mi trascino da un giorno all'altro, i vestiti si accumulano appilati sullo djembé e le scarpe si accatastano nello spazio fra il calorifero e il cesto della biancheria. Prima di cena sposto le riviste dalla sedia al divano per fargli fare poi il percorso inverso al momento di guardare la tv. E prima di andare a dormire, l'unica cosa che osservo con cura sono le occhiaie del mio viso e di conseguenza l'unica cosa che faccio è mettere la crema idratante. E se non mi prendessi cura di me stessa, della casa, di tutto perché impegnata a fare qualcos'altro, non sarebbe grave. Il problema è che sono impegnata a vegetare e non mi godo nemmeno il tempo in cui non faccio tutto quello che sarebbe auspicabile che io facessi.
Ho incominciato a comprarmi una costosissima crema per il corpo, spero che il resto della mia vita si sistemi proporzionalmente al grado di idratazione delle mie gambe.
O quantomeno che io inizi a godermi coscientemente il tempo in cui non faccio nulla.
Oggi l'estetista mi ha sgridato, "hai la pelle secca, ma la crema non te la dai mai?", ed io che farfugliavo qualche scusa del tipo "eh portando sempre i pantaloni non mi ero resa conto di avere la pelle così secca".
La verità è che, come spesso accade, all'improvviso mi risveglio dal torpore e mi rendo conto che è qualche settimana che ho perso il controllo ed ho perso coscienza. Mi trascino da un giorno all'altro, i vestiti si accumulano appilati sullo djembé e le scarpe si accatastano nello spazio fra il calorifero e il cesto della biancheria. Prima di cena sposto le riviste dalla sedia al divano per fargli fare poi il percorso inverso al momento di guardare la tv. E prima di andare a dormire, l'unica cosa che osservo con cura sono le occhiaie del mio viso e di conseguenza l'unica cosa che faccio è mettere la crema idratante. E se non mi prendessi cura di me stessa, della casa, di tutto perché impegnata a fare qualcos'altro, non sarebbe grave. Il problema è che sono impegnata a vegetare e non mi godo nemmeno il tempo in cui non faccio tutto quello che sarebbe auspicabile che io facessi.
Ho incominciato a comprarmi una costosissima crema per il corpo, spero che il resto della mia vita si sistemi proporzionalmente al grado di idratazione delle mie gambe.
O quantomeno che io inizi a godermi coscientemente il tempo in cui non faccio nulla.
4.4.07
La mattina si è inaugurata con una serie di insulti all'indirizzo dell'ennesima mail in cui si richiede il check delle presenze assenze presso il cliente.
La tanto vituperata richiesta peraltro si è rivelata utilissima poiché
la donna tedesca, colei che cataloga ricevute, buste paga, cud, lettere della banca, anno per anno entro fascette di plastica raccolte in faldoni a fiori,
la donna agenda dipendente che da 7 anni a questa parte (da quando la sua vita si è divisa fra due città per l'esattezza) registra meticolosamente gli impegni per i finesettimana,
la donna che fa le pulci alle buste paga per vedere che la ditta non ci abbia fregato,
io insomma, preda delle più svariate sindromi ossessivo compulsive di archiviazione, HO DIMENTICATO DI INSERIRE UNA GIORNATA DI LAVORO STRAORDINARIO, UNA DOMENICA, NEL REPORTINO AZIENDALE.
Con il simpatico risultato di essermi fottuta 8 ore di compenso orario straordinario.
La mattinata pertanto si conclude con me che smadonno contro me stessa e mi affanno nel tentativo di salvare la situazione.
Update
La serata invece si apre con me che alle 19.26 sono in ufficio a bestemmiare perché qualcuno si è dimenticato di avvisarci che c'era un prodotto da configurare che da domani sarà messo in vendita. E si sa, vendere una cosa che non funziona, non fa fare una gran bella figura al venditore.
Lo stronzo pianificatore che si è dimenticato di avvertire come minimo sarà a godersi una simpatica settimana pasquale alle maldive... che un piranha gli stacchi le palle a morsi!
La tanto vituperata richiesta peraltro si è rivelata utilissima poiché
la donna tedesca, colei che cataloga ricevute, buste paga, cud, lettere della banca, anno per anno entro fascette di plastica raccolte in faldoni a fiori,
la donna agenda dipendente che da 7 anni a questa parte (da quando la sua vita si è divisa fra due città per l'esattezza) registra meticolosamente gli impegni per i finesettimana,
la donna che fa le pulci alle buste paga per vedere che la ditta non ci abbia fregato,
io insomma, preda delle più svariate sindromi ossessivo compulsive di archiviazione, HO DIMENTICATO DI INSERIRE UNA GIORNATA DI LAVORO STRAORDINARIO, UNA DOMENICA, NEL REPORTINO AZIENDALE.
Con il simpatico risultato di essermi fottuta 8 ore di compenso orario straordinario.
La mattinata pertanto si conclude con me che smadonno contro me stessa e mi affanno nel tentativo di salvare la situazione.
Update
La serata invece si apre con me che alle 19.26 sono in ufficio a bestemmiare perché qualcuno si è dimenticato di avvisarci che c'era un prodotto da configurare che da domani sarà messo in vendita. E si sa, vendere una cosa che non funziona, non fa fare una gran bella figura al venditore.
Lo stronzo pianificatore che si è dimenticato di avvertire come minimo sarà a godersi una simpatica settimana pasquale alle maldive... che un piranha gli stacchi le palle a morsi!
3.4.07
Piccolo spazio pubblicità parte II
Si avvicina il tempo della dichiarazione dei redditi, se le palle non vi stanno girando troppo vorticosamente nel tentativo di districarvi fra ricevute varie, cud, lettere della banca e download del 730 e delle relative istruzioni di compilazione, ricordatevi che anche quest'anno è possibile donare il 5 per mille ad associazioni onlus.
E possibilmente donate il 5 per mille a UNALTROMONDO. Qui le istruzioni.
Si avvicina il tempo della dichiarazione dei redditi, se le palle non vi stanno girando troppo vorticosamente nel tentativo di districarvi fra ricevute varie, cud, lettere della banca e download del 730 e delle relative istruzioni di compilazione, ricordatevi che anche quest'anno è possibile donare il 5 per mille ad associazioni onlus.
E possibilmente donate il 5 per mille a UNALTROMONDO. Qui le istruzioni.
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RACCONTAFRICA
L'Africa attraverso le sue tradizioni, i suoi riti, la musica,la danza, i racconti ed i colori.
Presso Società Umanitaria (Sala degli Affreschi)
Via Daverio 6
Milano
Domenica 6 maggio - ore 16.00
Ingresso 15 €
A fine spettacolo verrà offerto un rinfresco.
I fondi saranno devoluti al progetto "Microcammino 2000" del villaggio Yagala della Sierra Leone.
Via Daverio 6
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Domenica 6 maggio - ore 16.00
Ingresso 15 €
A fine spettacolo verrà offerto un rinfresco.
I fondi saranno devoluti al progetto "Microcammino 2000" del villaggio Yagala della Sierra Leone.
2.4.07
Pl@sil
Non so se il mio organismo trovi inaccettabile alzarsi alle 7.00 di sabato mattina o se improvvisamente io sia diventata allergica al sushi vegetariano accompagnato da acqua. Sabato mattina alla scuola di Rho più che una volontaria di una associazione che si occupa di paesi in via di sviluppo, sembravo il caso umano tirato fuori da un centro per tossicodipendenti e portato ad esempio da non seguire. Volto pallido e occhiaie in vista, che alle sette del mattino chi ha la forza di truccarsi, di ora in ora sempre più pallida, occhio iniettato di sangue e conati a pieno ritmo.
Il pomeriggio l'ho passato a barcollare fra il letto il cesso e il divano fino a che il Marito non è tornato con la pasticchina magica.
La domenica è andata un po' meglio ed ho anche raccimolato le forze per andare a comprare e montare il portapacchi della bicicletta nonché fare un po' di giardinaggio in terrazza.
Non so se il mio organismo trovi inaccettabile alzarsi alle 7.00 di sabato mattina o se improvvisamente io sia diventata allergica al sushi vegetariano accompagnato da acqua. Sabato mattina alla scuola di Rho più che una volontaria di una associazione che si occupa di paesi in via di sviluppo, sembravo il caso umano tirato fuori da un centro per tossicodipendenti e portato ad esempio da non seguire. Volto pallido e occhiaie in vista, che alle sette del mattino chi ha la forza di truccarsi, di ora in ora sempre più pallida, occhio iniettato di sangue e conati a pieno ritmo.
Il pomeriggio l'ho passato a barcollare fra il letto il cesso e il divano fino a che il Marito non è tornato con la pasticchina magica.
La domenica è andata un po' meglio ed ho anche raccimolato le forze per andare a comprare e montare il portapacchi della bicicletta nonché fare un po' di giardinaggio in terrazza.
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